Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 14

Capitolo sesto, Una notte laboriosa

È il capitolo della morte di Šatov, ormai decisa e inevitabile, ma che i nostri somministreranno in modo goffo, drammatico, dopo pagine di ripensamenti, fughe, deliri, litigi; si comincia con Ljamšin, Liputin e Virginskij parecchio spaventati: hanno saputo della morte di Fed’ka, che in un’ultima analisi è anche un avvertimento per loro – chiunque va contro la causa, chiunque va contro me, sembra dire Verchovenskij con questa condanna a morte, sarà ucciso. Ljamšin è a letto malato (è così che, nella notte, l’ha trovato Šatov per scucirgli il denaro nel capitolo precedente), ma si alza e va all’appuntamento, dove il primo a parlare è Virginskij, marito della levatrice: «Io so da Šatov che è arrivata sua moglie e ha partorito un bambino. Conoscendo il cuore umano… si può essere sicuri che non farà la denuncia… perché è felice…». Continua dicendo che, quando arriverà, secondo lui, sarà sufficiente chiedergli la parola d’onore che non denuncerà. Verchovenskij, naturalmente, vuole la morte (si scoprirà che l’odio verso Šatov non è solo politico, ma che Pëtr vuole la sua morte per certi trascorsi in Svizzera: pare che Stavrogin non sia l’unico ad aver preso schiaffi in pubblico da Šatov). Anche Šigalëv non vuole uccidere: crede anzi che l’omicidio, la compromissione, siano storicamente tra i principali motivi per cui la causa viene danneggiata: il suo è un lungo discorso, al termine del quale se ne va. (E viene lasciato andare!). Ma ecco Šatov ed Erkel’. Šatov è ancora intontito, riconciliato col mondo (lui ovviamente sa che il figlio è di Stavrogin, ma ama la moglie e per amore ha già perdonato e crede davvero che questa nascita possa essere per lui e per loro un nuovo inizio). Indica il punto dove è interrata la tipografia, e subito i nostri gli sono addosso e lo bloccano a terra: è Verchovenskij a puntargli una pistola alla testa e a fare fuoco. Gli legano delle pietre al collo e ai piedi e, incerti e goffi, gettano il corpo in uno stagno. Ma qui succedono delle cose impreviste: Virginskij ha una specie di crisi di nervi («Ci vuol altro, ci vuol altro!» continua a ripetere e lo farà a lungo), Ljamšin lo avvinghia, prova a tenerlo fermo e… ha una crisi di nervi ancora peggiore: comincia a urlare, a sbraitare cose incomprensibili, tanto che la cosa finisce in una rissa a cui tutti partecipano. La tensione si scioglie almeno un po’, ma tutti sono pesti e, soprattutto, definitivamente compromessi: nessuno di loro, al di fuori di Pëtr, è un assassino, ma tutti hanno ucciso; nessuno di loro, al di fuori di Pëtr, che lo è anche e forse soprattutto per una crudeltà astratta, e di Erkel’, che però è giovane e influenzabile, è forse davvero convinto della causa, ma tutti vi sono dentro fino a rimanerne sommersi. Non possono fuggire, non possono denunciare, non possono levarsi dalla coscienza un peso che graverà soprattutto su Ljamšin, ma che sarà una croce per ciascuno di loro.

Arriva la voce, che prostra Verchovenskij, che si sente definitivamente abbandonato, che Stavrogin ha lasciato la città. Anche Pëtr fuggirà presto, mentendo sui motivi della partenza perfino col fido Erkel’: egli va a Pietroburgo e poi all’estero non “per la causa”, ma per fuggire alla giustizia. Ma, prima, deve portare a termine la sua missione: così va da Kirillov. La scena è lunga e grottesca, e comincia con Verchovenskij che, davanti al suicida, consuma il pasto che questi non ha finito. Kirillov domanda cosa dovrà scrivere nel biglietto d’addio, di quali infamie dovrà accusarsi per scagionare i nostri: dei manifestini, ovviamente, e della morte di Šatov. Su Šatov Kirillov fa resistenza. Per tutto il tempo, visto che, di fatto, i due litigano e non sono d’accordo su nulla, Verchovenskij nutrirà il sospetto che Kirillov finirà per ripensarci e per non uccidersi, ma per noi lettori un segnale che, invece, le cose andranno così come egli vuole c’è, e c’è da subito: Kirillov già dall’incontro precedente ha rivelato il suo infinito disprezzo per Pëtr, ma è solo ora che lo insulta apertamente e lo fa usando il tu, come se in questo momento finale ogni convenzione venisse a cadere. Pëtr, per ogni evenienza, è armato (è lo stesso revolver con cui, poco prima, ha ucciso Šatov) e dice apertamente all’altro che egli, da questo colloquio, non uscirà vivo: o si suicida o verrà ucciso. Parte del lungo dialogo è fatta di insulti, parte di teoria: Kirillov spiega di nuovo la sua idea – Dio è necessario, per cui deve esserci; però non c’è: «Possibile che tu non capisca che un uomo con due idee simili non può rimanere fra i vivi?» E ancora:«Io mi sono sempre meravigliato che tutti rimanessero in vita», come a dire che egli non può essere l’unico ad avere questa idea, ma sembra essere l’unico a volerla portare alle sue logiche, per quanto estreme, conseguenze. «Ho l’obbligo di spararmi, perché la suprema pienezza del mio arbitrio è uccidere me stesso» «Ma non siete mica il solo a uccidervi: di suicidi ce ne sono molti» interviene Verchovenskij che, in alcuni momenti, preso nel contraddittorio, si lascia scappare osservazioni che potrebbero far desistere l’altro dal suo proposito. Ma Kirillov risponde che tutti gli altri si uccidono «Per un motivo. Ma senza nessun motivo, e unicamente per arbitrio, ci sono io solo». E ancora: «L’uomo non ha fatto altro che inventar Dio per vivere senza uccidersi (…) Io solo per la prima volta nella storia universale non ho voluto inventar Dio». La cosa trascende: Verchovenskij diventa sempre più nervoso e cattivo, Kirillov è esaltato, come preso da febbri, e il suo stato è incomprensibile per Pëtr, che teme che tutto vada a monte e, in certi momenti, sembra metter fretta all’altro. Infine il biglietto si scrive: è generico, oscuro, ma allo stesso tempo dice quel che c’è da dire. Kirillov vuole firmarlo con un’espressione memorabile, e finisce per trovarne una che suona perfino grottesca: gentilhomme séminariste russe et citoyen du monde civilisé. Poi prende la pistola, e va in un’altra stanza, al buio. A lungo, c’è silenzio. Verchovenskij, da questa parte, ha paura: è convinto che Kirillov non voglia uccidersi, ma che aspetti il momento giusto per regolare i conti con lui. Dopotutto, tutti e due in questo momento sono armati e coi nervi a fiori di pelle. Così entra. C’è una colluttazione, Kirillov gli morsica un dito, Pëtr scappa fuori. Si sente uno sparo.
Ora che tutto è finito, Verchovenskij può andarsene dalla città e anche dal romanzo.

Capitolo settimo, L’ultimo pellegrinaggio di Stepan Trofimovič

Alla fine del terzo capitolo, poco prima di essere linciata e poco dopo essere uscita da casa di Stavrogin, accompagnata dal di-nuovo-cane Mavrikij, Liza aveva incontrato Stepan che, solo e a piedi, vagava nell’alba un po’ sperduto, e le aveva detto che lo faceva per «dire addio al mondo», dal quale ormai era, dopo la festa, definitivamente escluso. Sembrava un piccolo delirio, il momento di debolezza di un vecchio sconfitto e solo. Ma Stepan sta ancora vagando per le strade fangose della provincia e, attraverso questo bizzarro pellegrinaggio, Dostoevskij mette in scena, con un’ironia sottile e beffarda, quel mito dell’«andata al popolo» che ispirò gli intellettuali progressisti e rivoluzionari dei bollenti anni Settanta russi, quando i Lavrov, i Michajlovskij, definiti “populisti” quando “populismo” era un’idea e non il modo con cui si definisce una pratica politica vergognosa e demagogica, destrorsa anziché rivoluzionaria, teorizzavano che ogni ideologo, ogni politico autentico, dovesse vivere vicino al popolo, conoscerlo a fondo, stare con lui, imparare da lui e allo stesso tempo educarlo, raccontargli la rivoluzione e spronarlo. Ecco, Stepan ci va, va dal popolo, paga un passaggio su un carretto a una coppia di contadini che lo guardano strano perché è «vestito come uno straniero» e infarcisce i suoi discorsi di vocaboli francesi. Finché un vecchio servo, Anisim, lo riconosce e lo accoglie. Una donna, giovane e che sa un po’ di francese perché ha frequentato, come serva, case nobili, lo accoglie: è Sof’ja Matveevna. Capisce subito che Stepan è malato, sull’orlo della follia, gli offre la sua casa e lo cura. Nel giro di poche pagine questo rapporto malato-infermiera si trasforma in un amore che, per quanto riguarda Stepan, è nutrito dal bisogno ma anche dall’improvvisa illuminazione che questa che lo ha accolto sia la “Russia vera”, che il popolo è puro e semplice e ha capito profondamente la vita e la morte. Prega Sof’ja di leggergli il Vangelo, e il passo su cui si soffermano è quello, in Luca, che fa anche da epigrafe a tutto il romanzo e in cui si racconta di demonî che entrano nei corpi di porci e li fanno annegare tutti. «Vedete, è punto per punto come la nostra Russia. Questi demonî che escono dal malato ed entrano nei porci sono tutte le piaghe, tutti i miasmi, tutte le impurità, tutti i demonî e tutti i demonietti che si sono accumulati nel nostro grande e caro malato, nella nostra Russia (…) Ma verranno fuori tutti questi demonî, tutta l’impurità, tutta questa lordura che ha suppurato alla superficie… (…)». 

Ma, avvertita da Anisim, arriva, come un uragano, Varvara Petrovna, che irrompe nella casetta e ha un attacco di gelosia nei confronti di Sof’ja. Da alcune centinaia di pagine Dostoevskij pareva essersi dimenticato di lei: perfino nei grandi capitoli “di società” della festa lei era rimasta sullo sfondo. Ora torna e, come di consueto, occupa tutta la scena. «Chère» le dice Stepan «ho conosciuto la vera vita russa…». Lei capisce che si è legato a Sof’ja, tratta la donna come una serva, con sprezzo, sfoga su di lei la disperazione che prova vedendo Stepan in quello stato. I due vecchi parlano, si insultano, piangono, in modo storto e punzecchiandosi si dicono finalmente il loro amore. Ma ormai per Stepan non c’è più speranza: dopo tre giorni di agonia, tre giorni in cui Varvara impedisce a Sof’ja di entrare nella stanza e si occupa lei personalmente di ogni casa, egli muore. Varvara prende Sof’ja con sé.

Capitolo ottavo, Conclusione

E così arriva la fine. Per qualche pagina, G…v dà conto di cosa è accaduto in città nei giorni immediatamente successivi alle morti di Šatov e Kirillov. Si è scoperto in fretta il cadavere nello stagno, e si è capito subito che Kirillov non poteva aver ucciso da solo. Si cercano dunque dei complici, e si risale subito a Verchovenskij che, però, non si trova. Il cadavere di Kirillov è stato rinvenuto da Mar’ja Šatova, che è andata a cercare il marito nella notte poiché questi non rincasava. Col bambino in braccio, nel freddo, Mar’ja ha bussato a varie case chiedendo aiuto, convinta che Šatov fosse stato ucciso. Ora entrambi, madre e figlio, sono morti: il freddo russo non risparmia chi è troppo piccolo e troppo fragile. Il primo dei nostri a cedere è, naturalmente, Ljamšin, che dopo una notte in cui, pare, ha perfino tentato il suicidio, si costituisce. Da lui, risalire agli altri per le autorità è semplice.

Finito questo sommario, G…v ci porta a casa di Varvara Petrovna. Una cameriera consegna una misteriosa lettera a Daša. È di Stavrogin. Le propone di nuovo di andare a vivere con lui in Svizzera, nel grigio canton Uri, dove ha comprato una piccola casa e di cui ha da qualche tempo preso la cittadinanza. Sa che lo fa per egoismo, per sadismo nei confronti di Daša e lo scrive. «A proposito, confermo che nell’intimo della mia coscienza sono colpevole della morte di mia moglie» scrive anche. E scrive: «Sono colpevole di fronte a Lizaveta Nikolaevna [Liza]». Parla poi oscuramente di una «forza» che egli avrebbe da sempre, e che ha «provato»: «Ma a che cosa applicare questa forza, ecco quello che non ho mai veduto». È una specie di confessione, del resto non priva di momenti di autocompiacimento e autocommiserazione – quell’atteggiamento che già Tichon aveva messo a nudo. «So che dovrei uccidermi, spazzarmi via dalla terra come un insetto ignobile; ma ho paura del suicidio, perché ho paura di mostrare la mia generosità. So che sarebbe un altro inganno».

Daša decide di andare, di fare l’infermiera di Stavrogin (è così che, con disprezzo, Liza l’ha definita quando, dopo la notte d’amore, lei e Nikolaj hanno parlato, per quanto di sfuggita, di lei). Ma c’è un vdrug, l’ultimo. Un servo dice all’improvviso che Stavrogin è tornato, è qui. Daša e Varvara, con uno strano presentimento, lo cercano nel suo appartamento. Trovano tutto aperto, tranne una porta nel mezzanino. Le due donne corrono su, entrano nello stanzino con la foga disperata di chi sa che sta andando a scoprire qualcosa che non vuole sapere ma che, in fondo, già conosce o presagisce da molto tempo. Sul tavolo c’è un biglietto: «Non si incolpi nessuno, sono io». Il corpo di Nikolaj penzola da una trave come aveva penzolato, in un tempo che è solo all’apparenza lontano, il corpo della piccola, innocente Matrëša.

FINE

I capitoli della parte prima: 12345
I capitoli della parte seconda: 1-23-4-567-8910-11
I capitoli della parte terza: 1-2-3, 4-5

One thought on “Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 14

  1. Devo decidermi a rileggerlo. L’ho abbandonato dopo la mia adolescenza, per leggere le altre sue opere, ma questa è una di quelle da riprendere. 😅

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