Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 5

Capitolo cinque. Il saggio serpente

È un capitolo vasto, sontuoso e magnifico, che ha pochi eguali tra le cose che conosco: la riunione in cui Nastas’ja Filipovna, nell’Idiota, getta i 100.000 rubli nel fuoco, il ballo di Guerra e pace, il lungo pranzo di famiglia con cui si aprono I Buddenbrook e pochi altri. Per circa cinquanta pagine, non si esce dal salotto della casa di Varvara Petrovna, per il quale immagino due ingressi o uscite possibili: uno dalle stanze interne, l’altro tramite l’anticamera che conduce alla strada; dal primo ingresso, a un certo punto, farà capolino la taciturna Dar’ja Pavlovna Šatova (Daša), promessa sposa di Stepan Trofimovič e protetta di Varvara, dal secondo Lebjadkin e qualcun altro, il cui momento però non è ancora arrivato. È un capitolo fondamentale, e lo è per molti motivi: anzitutto, come si diceva, per la prima volta sono riuniti in un’unica scena tutti o quasi tutti i personaggi del romanzo – è evidente che Dostoevskij ha scelto una messinscena collettiva per chiudere la prima parte perché è un modo economico, per così dire, di rilanciare o far partire tutti i filoni narrativi, che finora hanno vissuto di momenti slegati tra loro, rapsodici. Qui ci sono tutti, ora, e la capacità di osservazione di G…v, il dispotismo di Varvara Petrovna, la leggerezza e l’egoismo di Stepan Trofimovič, la cupezza di Šatov, la follia della Lebjadkina, il misterioso atteggiamento di Liza devono manifestarsi e cominciare a interagire; inoltre, a Dostoevskij, che per tutti i primi quattro capitoli ha seguito le voci, i pettegolezzi su matrimoni vari, o sui lati oscuri nel passato di questo e di quello, ha ora bisogno che tutte le questioni che ha lasciato sopite vengano portate alla luce del sole, che tutti i personaggi sappiano ufficialmente, per così dire, tutto di tutti e che il lettore non abbia più dubbi sui vari intrecci e inneschi che ci sono tra gli uomini e le donne del romanzo. È, insomma, un capitolo matrice, posto non a caso alla fine di una parte piuttosto introduttiva e tradotta in larga parte, correttamente, all’imperfetto. In seguito a questa lunga scena, sembra dire Dostoevskij, il romanzo comincia davvero, da ora in poi solo passato remoto e fatti, e che fatti.

Scopriamo subito che la Lebjadkina ha un nome, Mar’ja Timofeevna: all’inizio, in casa di Varvara, oltre a lei e al narratore, ci sono Verchovenskij sr, Šatov e Liza. Arrivano ben presto Praskov’ja, la madre di Liza, e il cane Mavrikij. Praskov’ja, amica di lunga data di Varvara, parte quasi subito all’attacco: «Perché avete coinvolto mia figlia, davanti a tutta la città, nel vostro scandalo?» domanda a bruciapelo. Chi legge, pensa ovviamente che la donna si riferisca alla scena pietosa con la Lebjadkina davanti alla chiesa, a cui Liza ha assistito da molto vicino, ma tra qualche pagina si scoprirà che non è così. Mentre le due vecchie amiche battibeccano senza rivelare nulla della questione fondamentale, compare Daša, e viene all’improvviso fuori una faccenda di soldi: per qualche motivo, quando viveva in Svizzera e ci viveva anche Stavrogin, Nicolas le affidò circa 300 rubli da consegnare, come elemosina, alla Lebjadkina. I soldi, ça va sans dire, sono spariti: con ogni probabilità se li è bevuti il fratello, che però accusa Daša di averglieli sottratti. Non è tanto importante la questione dei soldi, qui: piuttosto il fatto che alcune persone che non erano finora state accostate a Stavrogin (salvo Daša, ma en passant e sotto forma di pettegolezzo) ora si scoprono,anche loro, legate a lui. Osservo di passaggio che l’attenzione di G…v, davanti a questi intrighi minori, è parzialmente rapita dai comportamenti di Liza: egli nota, per esempio, che, all’ingresso di Daša nella sala, «nei suoi occhi s’erano messi a brillare l’odio e il disprezzo, anche troppo poco dissimulati».

Ma ecco arrivare una piccola svolta, un colpo di scena minore (il capitolo ne è pieno, e non solo di minori, e chi sostiene che Dostoevskij sia un autore polveroso e faticoso dovrebbe rileggersi pagine come queste, dove virtualmente a ogni capoverso, per il tramite di una battuta, di uno sguardo, di uno sbotto d’ira improvviso lo scenario entro cui si muovono i personaggi muta radicalmente, radicalmente mutano i loro rapporti e, di colpo, tutta la vicenda comincia a dirigersi verso luoghi che tre righe prima non erano nemmeno all’orizzonte): Varvara Petrovna ritorna in sé, si scusa con Praskov’ja per aver alzato i toni, e rivela di aver ricevuto alcuni giorni prima una lettera anonima in cui si dice che suo figlio Nikolaj è impazzito «e che io devo temere una donna zoppa, la quale “rappresenterà nel mio destino una parte straordinaria”». La zoppa, ovviamente, è Mar’ja Timofeevna Lebjadkina, che se ne sta in un angolo in silenzio. Ma c’è di più: G…v dice chiaramente che Varvara, in quel frangente, sta rivelando soltanto una metà del contenuto della lettera anonima. A noi lettori non resta che rimanere in sospeso e chiederci che cosa mai possa temere l’onnipotente Varvara Petrovna da una povera crista zoppa e demente. Intanto Lebjadkin è alla porta: il capitoletto a lui dedicato appartiene a quel tipo di grottesco che Dostoevskij raggiunge quando mette in scena la dissolutezza, l’ubriachezza mista a furberia e cialtronaggine, la povertà che non ha nulla da perdere, nemmeno la dignità, al cospetto dei notabili e dei potenti. Ogni romanzo di Dostoevskij ha di queste scene e nessuno, a mio modo di vedere, neppure Dickens, ha raggiunto vette simili nel mettere in scena l’abbrutimento e la disperazione.

Ma c’è un vdrug, un momento di svolta improvvisa anche qui, e accade non appena Lebjadkin si mette a tacere. Il vecchio servo di casa annuncia che, con un mese di anticipo rispetto alle attese, Nikolaj Vsevolodovič è tornato a casa.

Qui, ogni lettore trattiene il fiato. Eccolo, finalmente (siamo a pagina 166)! Dostoevskij sa benissimo che chi legge sta aspettando di vedere Stavrogin in scena ora, di vedere com’è oggi, come parla, come si muove, che cosa pensa. Sa benissimo che i lettori hanno capito che egli è il motore immobile di ogni cosa, nel romanzo: dunque lo introduce a ruota del delirio di un vecchio mezzo pazzo e violento… ma non basta: «Ed ecco che dalla sala attigua, una lunga e ampia stanza, risonarono dei passi rapidi che si avvicinavano, dei piccoli passi straordinariamente fitti; pareva che qualcuno rotolasse, e d’un tratto piombò nel salotto…». Mi chiedo: potrà mai essere Stavrogin qualcuno che cammina come un diavoletto di un racconto minore di Gogol’? Potrà mai, questo divo biondo, o demonio che sia, camminare a passetti rapidi e topeschi? No. E infatti, non è «…nient’affatto Nikolaj Vsevolodovič, ma un giovanotto perfettamente sconosciuto a tutti». Ecco chi entra in scena: Pëtr Stepanovič Verchovenskij, demonio minore, fatuo, frettoloso e loquace fino all’impudicizia eppure scaltro, fintamente ignaro delle questioni che muovono il paese e che pare costantemente mosso da misteriosi secondi fini. Si presenta chiedendo dove si trovi Stavrogin: l’ha visto un quarto d’ora prima e pensava di trovarlo già a casa di maman.

Maledetto Dostoevskij, dunque Stavrogin c’è! È arrivato con lo stesso treno di Pëtr e con lui è già stato da Kirillov. Ma qualcuno che è così atteso, da lettori e personaggi, non può entrare in scena di colpo: il suo arrivo deve essere annunciato, poi ritrattato, quindi annunciato di nuovo. E finalmente: «Nikolaj Vsevolodovič infatti era già nella stanza; era entrato molto piano e si era fermato per un attimo sulla porta, girando uno sguardo tranquillo sull’adunanza».

Eccoli, dunque. Il primo, Pëtr, nervoso, rumoroso, chiacchierone, è arrivato da un minuto e ha salutato chi doveva, ha tenuto a bada le tenerezze ipocrite del padre («Non far bambinate» «Ma io non ti ho veduto per dieci anni!»«Tanto meno c’è motivo per delle effusioni…»), e ha annunciato l’arrivo dell’altro. Ed eccolo, l’altro: tutti dipendono da lui, tutti pensano a lui, lo odiano o lo desiderano, eppure quando egli arriva davvero lo fa come un Cristo, in silenzio, senza che nessuno, benché egli sia atteso e annunciato, si accorga che finalmente è entrato in scena. Quando arriva tace, ma osserva attentamente, con una calma irreale, le persone sulle cui vite egli ha così tanta influenza, e non dice nulla. Così è Varvara a rompere l’incantesimo, l’ansia sospesa di questa pagina, e lo fa con quell’autorità che già le conosciamo, ma che ora è declinata nel mestiere di madre. Attenzione, questo è un altro grande vdrug: si solleva imperiosa dalla sedia e, «con una voce ferma in cui risonò una sfida minacciosa» urla «Nikolaj Vsevolodovič! Vi prego, dite subito, senza muovervi dal posto in cui siete, se è vero che questa donna disgraziata e zoppa – eccola, eccola là, guardatela! – se è vero che è… la vostra moglie legittima!»

In quale romanzo popolare c’è una scena del genere, di questa forza melodrammatica? Ma sentite come Dostoevskij prosegue la scena e la chiude: può rispondere, questo Cristo nero, a una domanda tanto diretta? Può doversi giustificare davanti alla madre e alla città tutta? No. E dunque: «senza rispondere nemmeno una parola, si avvicinò piano alla mamma, le prese la mano, la portò rispettosamente alle labbra e la baciò». Poi si rivolge alla Lebjadkina, che lo guarda come si guarda un santo, e, con voce melodiosa, dice: «Pensate che voi siete una ragazza, e io, sebbene sia il vostro amico più devoto, sono pur sempre un estraneo per voi, non marito, non padre, non fidanzato. Datemi dunque il vostro braccio e andiamo; vi accompagnerò fino alla carrozza e, se permettete, vi condurrò io stesso a casa vostra».

E così, il principe e la demente escono di scena, all’improvviso, come se non ci fossero mai stati.

Stavrogin è entrato nel romanzo, vi è rimasto per due sole pagine, in cui ha per lo più taciuto e osservato, eppure chiunque, sia egli un personaggio o un lettore, ora sa che I demonî non sarà più lo stesso libro che è stato fino a qui.

Uscito lui dalla casa, dentro scoppia il putiferio, e tocca a Pëtr Verchovenskij mettere ordine e raccontare, colmando i vuoti che Dostoevskij ha via via formato: Stavrogin ha conosciuto i Lebjadkin cinque anni prima a Pietroburgo, ne ha compreso la natura e ha fatto in modo di dare una dote a Mari’ja Timofeevna, nonostante il parere negativo di Kirillov, che sosteneva che la pietà che egli mostrava di sentire nei confronti della zoppa era in realtà un’aristocratica forma di disprezzo e derisione. Ma Lebjadkin credette e crede di poter disporre di questi denari che non gli competono (Verchovenskij ha evidentemente l’obiettivo di mettere fuori gioco il vecchio ubriacone, e di fatto improvvisa una vera e propria arringa contro di lui, che è costretto ad andarsene con la coda tra le gambe ammettendo che tutto ciò che è stato detto su di lui è vero).

Poco dopo Nicolas torna. Sono degli strani movimenti, questi di Stavrogin e Verchovenskij: i due quasi mai si parlano, ma incrociano spesso di sguardi; quando uno se ne va, l’altro organizza un discorso che lo giustifica e lo salva; quando torna, Stavrogin trova di fatto la situazione appianata, e l’uditorio ben disposto. In un solo caso, i due si appartano per qualche secondo e sembrano discutere in modo fitto, sottovoce, di qualcosa che G…v non sente e dunque non può riportare. Ma nel complesso non c’è molta interazione tra i due giovani, tutto sembra accadere naturalmente e sempre in favore di Stavrogin, come se ogni cosa rispondesse a un disegno precedentemente concordato.

All’improvviso, questa atmosfera sovraccarica spezza i nervi di Liza, che ha una specie di attacco isterico in cui sfoga l’enorme tensione accumulata; passato l’attacco, Nikolaj si avvicina a Daša (è l’unico momento di tutto il capitolo in cui la ragazza si agita e si scompone) e si congratula con lei per le nozze imminenti. Quanta malizia e cattiveria ci sia in queste congratulazioni non ci è dato sapere, ma un altro colpo di scena è in arrivo, per bocca di Verchovenskij: egli comincia un lungo monologo fintamente confuso in cui riporta i contenuti di alcune lettere che Stepan Trofimovič gli ha inviato; dice che il padre deve sposarsi, ma che gli ha confessato di non volerlo fare, poiché non vuole legarsi per rimediare ai «peccati altrui». Egli sa benissimo che la promessa sposa è Daša, ma finge di non saperlo, e scoppia uno scandalo: Varvara Petrovna caccia di casa Stepan e libera Daša dal vincolo matrimoniale.

A questo punto, chi legge ha il fiatone: sono successe talmente tante cose, le sorti dei personaggi si sono ribaltate talmente tante volte che, quando, alla fine del settimo capitoletto, G…v scrive «ma qui scoppiò tutt’a un tratto un incidente che nessuno, certo, poteva aspettarsi», nessuno sa immaginare che cosa possa accadere ancora e, per certi versi, che ci sia un altro ribaltamento può apparire perfino un’esagerazione. Ma bisogna stare sempre all’erta, quando si legge Dostoevskij, e ricordarsi che quella che è stata chiamata polifonia, nei suoi romanzi, non ha a che vedere soltanto con la rappresentazione piena delle idee e delle vite di tutti i personaggi, compresi quelli minori, ma anche col fatto che, in ogni scena, ogni personaggio (nei Demonî perfino il narratore!) ha e deve avere un ruolo, deve fare o dire qualcosa di significativo per sé e per lo sviluppo della vicenda. All’inizio di questo resoconto, nel conteggio dei personaggi presenti sulla scena, ne ho nominato uno che, finora, non ha avuto nessuno spazio: è stato per tutto il tempo, pare, in un angolo a osservare, tanto che un lettore attento potrebbe essersi già chiesto che cosa c’entri Šatov con tutto questo. Ebbene, la chiusa è per lui, che si avvicina silenzioso e solenne a Stavrogin e «a un tratto (vdrug) Šatov alzò la sua mano lunga e pesante e a tutta forza lo percosse su una guancia. Nikolaj Vsevolodovič vacillò fortemente». È una scena di grande tensione, sulla quale all’improvviso ogni voce, ogni urlo, ogni strepito e ogni pensiero pensato in quella sala si blocca. Per molte righe G…v racconta del contegno di Stavrogin di fronte allo schiaffo: «era una collera fredda, tranquilla, e, se così ci si può esprimere, ragionevole, e perciò la più rivoltante e la più terribile che ci possa essere».

La calma di Stavrogin è talmente potente che, tra i due, è Šatov il primo ad abbassare lo sguardo. Quindi si volta, infila la seconda uscita e se ne va.

 

Fine della prima parte.

I primi quattro capitoli: 1, 2, 3, 4

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