Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 12

Terza parte.

Capitolo primo. La festa. Prima parte

Capitolo secondo. La fine della festa

È il momento dopo il quale nulla, letteralmente, sarà più lo stesso: «Ora che tutto è passato, si dice qui da noi che Pëtr Stepanovič fosse guidato dall’Internazionale, e Julija Michajlovna da Pëtr Stepanovič, e che costei infine dirigesse, secondo le istruzioni di lui, ogni sorta di canaglie»: questo riporta G…v, per dare un’idea della catastrofe. Due momenti, questa è l’idea: le letture e poi, verso sera, il ballo; nel mezzo, niente buffet, per non distrarre la gente e perché si tratta di un evento di beneficienza, non di una gozzoviglia. Ma proprio l’assenza di buffet sarà uno dei motivi di un malumore serpeggiante tra la folla, nella quale i nostri hanno introdotto «individui appartenenti alla più ignobile feccia» che, per l’appunto, cominciano a sobillare i presenti perché manca da mangiare. Si parte con un imprevisto: Liputin sale sul palco e legge dei versi di Lebjadkin che si rivelano presto sciocchi, vuotamente provocatori, tanto che lo stesso Liputin sembra accorgersi, mente legge, di aver esagerato. G…v capisce quasi subito che tutta la festa non è che una macchinazione per gettare discredito sulla governatoressa, ma non può farci nulla, perché ormai la festa è cominciata e Karmazinov-Turgenev è salito sul palco, sciocco e tronfio e cieco come già ci è stato dipinto, e attacca un lungo discorso, vacuo, lezioso, sostanzialmente incomprensibile, e che getta nello sconforto i presenti, che cominciano a soffiare il naso, a tirare colpi di tosse, a dare insomma i vari segni di impazienza che il pubblico dà nei teatri quando ciò a cui assiste è noioso e fuori registro. Qualcuno sbotta: «Dio, che assurdità!», tanto che Karmazinov, addirittura, si interrompe, perché si accorge del malumore, e parla ai presenti: «Signori, meno che mai mi aspettavo di queste obiezioni» – e in un crescendo di assurdo e di comico (perché nessuno parla mai del grande talento comico di Dostoevskij? Perché sono tutti gravi, contriti, quando parlano di Dostoevskij, e tirano fuori Eschilo, Freud, Shakespeare, Dickens, e non, per esempio, Buster Keaton, vista la grande arte della clownerie che Dostoevskij sa mettere in scena in questi capitoli collettivi dove qualcuno, all’improvviso, fa la cosa sbagliata, perseverando nell’errore e tirando in lunga un discorso, confondendosi, non comprendendo l’umore dei presenti e innescando una sequela di equivoci e contestazioni? Qui, per esempio, la gente letteralmente massacra il grande scrittore, che è costretto a tagliar corto con la lettura arrivando con l’affanno alle ultime pagine che però suonano false, gratuite, posticce, e la gente non manca di farglielo notare. Ma non basta: come se non capisse la situazione, mentre la folla irride Karmazinov, Julija Michajlovna, che da qui in poi non capirà nulla di quanto le succede sotto il naso, esce sul palco e posa una corona d’alloro in testa allo scrittore, il quale… accetta!).

In questo clima surriscaldato e storto, viene il turno di Stepan Trofimovič di salire sul palco. Egli vi sale, dice G…v, «come una stessa decisione del suo destino», e attacca una specie di predica politica parlando dei manifestini politici che circolano in città da qualche tempo, definendoli stupidi. Ma ascoltate: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nella giovane generazione. (…) È accaduta soltanto una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! [la bellezza, sempre la bellezza! Che sia questo, e non Dio, non la follia, non l’abisso, il vero centro dell’opera di Dostoevskij? La bellezza?] Tutto il malinteso non è che nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio [il binomio di Newton o la Venere di Milo, dirà un portoghese qualche decennio più tardi] (…). Ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno più in alto della liberazione dei contadini, più in alto dello spirito popolare, più in alto del socialismo, più in alto della giovane generazione, più in alto della chimica, quasi più in alto dell’umanità e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È stata già conseguita la forma di bellezza senza il cui conseguimento forse non acconsentirei nemmeno a vivere… (…) Ma sapete, sapete voi che senza l’inglese l’umanità può ancora vivere, può vivere senza la Germania, può vivere anche troppo facilmente senza i russi, può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo?» È il caos, ancora di più rispetto a Karmazinov: Stepan, in trance, comincia una tirata contro la Russia contemporanea, in seguito alla quale lo accusano di avere insultato la società, lo contestano, lo umiliano e lo costringono a scappare. G…v lo rincorre fino a casa, ma Stepan non lo riceve, gli dà l’addio, poiché egli ormai si considera un uomo finito. Così G…v torna al luogo della festa. La lettura è finita nello scandalo, Julija non vuole proseguire, non vuole che il ballo sia allestito, ma qui entra in scena Pëtr, il quale ha bisogno che il ballo si tenga, ha bisogno che tutta la società sia radunata lì e la convince a proseguire. Gira intanto la voce che Stavrogin e Liza sono andati, insieme, a casa di lui. Così, il ballo si fa, ma attenzione: nessuna famiglia dell’alta società, dopo il discorso di Stepan, ha ritenuto opportuno essere presente: «Persino i funzionari un tantino importanti mancavano». È una sconfitta totale per la governatoressa, ma anche per Lembke, che finirà il romanzo mezzo folle e i cui primi scompensi, secondo G…v, si cominciano a vedere proprio in questa giornata funesta.

Gran finale. Qualcuno urla: «Un incendio! Tutto l’Oltrefiume brucia!». Tutti guardano il pezzo di città che va a fuoco, qualcuno accusa Julija Michajlovna di aver organizzato il ballo per lasciare che i “suoi” piromani agissero indisturbati. Lembke dà fuori di matto, mentre giunge la notizia che, nell’incendio sono perite tre persone: un capitano, la sorella e una donna di servizio. Lebjadkin e Mar’ja Timofeevna non ci sono più: ma i loro corpi non sono bruciati; qualcuno li ha sgozzati. Vdrug.

Capitolo terzo. Un romanzo concluso

Chiedo scusa a Liza. È svenevole, non è una Sonja né una Nastas’ja. Ma questo capitolo è suo, lei lo riempie di un orgoglio che nessuno le riconosceva, di una dignità e di una consapevolezza di sé che la rendono un personaggio dostoevskijano, se non dei più grandi, dei più degni. Ha trascorso la notte con Nikolaj, e ha capito che lui non la ama. Ascoltatela, lui le ha appena mentito, le ha detto che la ama e che vuole andare altrove con lei, per ricominciare: «Di nuovo a “risuscitare” in qualche posto? No, ormai basta prove… e poi per me è una cosa troppo lenta; e poi ne sono incapace; è troppo sublime per me. Se si ha da partire, è per andare a Mosca e là far delle visite e ricevere: ecco il mio ideale, lo sapete; (…)». Straordinaria. Tenete a mente che è mattina, è davanti all’uomo che ama e con cui ha passato la notte, compromettendosi davanti al mondo e lo sta di fatto lasciando, da apprendista eroina tragica quale è. Ancora: «Ho fatto conto di non vivere che un’ora sola, e sono tranquilla». E poi: «già allora, fin dal tempo della Svizzera, si è radicata in me l’idea che nella vostra anima ci sia qualcosa di orribile, di sudicio e di sanguinoso e… nello stesso tempo qualcosa che vi mette in una luce oltremodo ridicola…» (sono quasi le stesse parole di Tichon il santo, e a dirle è Liza, la svenevole Liza: che scrittore gigantesco!) «non voglio essere la vostra suora di carità. (…) Mi è sempre parso che mi avreste condotta in qualche luogo dove vive un enorme ragno cattivo, grande come un uomo, e che saremmo stati lì tutta la vita a guardarlo e a temerlo».

Ma arriva Pëtr. Porta la notizia della morte dei Lebjadkin: si capisce che sono morti per mano di Fed’ka. Stavrogin è un uomo libero, giuridicamente è innocente: la morte della moglie è evidentemente una manna dal cielo per lui, e lui non ne è il mandante diretto, benché ne giovi e non abbia fatto nulla per fermare Fed’ka, che aspettava soltanto di non essere fermato da lui (rileggetevi il capitolo dei Karamazov intitolato Smerdjakov suona la chitarra: lì c’è un colloquio tra Smerdjakov e Ivan, in cui quest’ultimo non ordina al servo di uccidere il padre, ma non glielo impedisce; non gli dice che lo vuole morto, ma non dice che lo vuole vivo; e così via). Insomma: tutti sapevano che Pëtr avrebbe approfittato della festa per far accadere qualcosa di grosso in città; Fed’ka era stato aizzato più volte contro Lebjadkin, che durante il giorno precedente, ubriaco e stupido com’era, si era mostrato in pubblico con dei denari che Pëtr stesso gli aveva dato affinché li facesse vedere in giro e ingolosisse Fed’ka. Sapendo tutto ciò, Stavrogin si è ritirato per la notte con Liza: qualcuno direbbe che si è costruito un alibi; qualcun altro che ha dato un segnale inequivocabile: non voglio state con la Lebjadkina, fatene ciò che volete, io voglio Liza. C’è una terza possibilità: Stavrogin non voleva niente di tutto questo, fuorché portarsi a letto Liza, e per un caso ne ha avuta l’occasione proprio oggi. Tutte e tre le ipotesi sono verosimili e, nel testo, non è difficile trovare elementi che le corroborino. Stavrogin è colpevole? Era ed è consapevole che le sue scelte hanno portato i Lebjadkin alla morte? È  lui stesso a rispondere, secco: «Io non li ho uccisi ed ero contrario, ma sapevo che sarebbero stati uccisi e non ho fermato gli assassini. Lasciatemi, Liza» dice, e, forse, vi sta venendo in mente il presentimento funesto avuto da Tichon proprio alla fine dell’incontro con Nicolas.

Pëtr dice anche che il di-nuovo-cane-Mavrikij è rimasto fuori dalla casa di Stavrogin per tutta la notte; è fradicio, e aspetta Liza, e, di fatto Pëtr convince la ragazza a raggiungerlo, perché ormai è evidente che ogni possibile contatto con Stavrogin è compromesso. Liza e Mavrikij si incamminano, nel freddo e nel fango e lei, morbosa e malata, lo convince ad andare a casa dei Lebjadkin per vedere i corpi degli uccisi. Vi arrivano, c’è una folla radunata là che la riconosce come l’amante di Stavrogin e sua complice (tutti sono convinti che Nikolaj sia il mandante). Scena veloce e terribile. La gente la assale, tenta il linciaggio; Liza cade a terra, anche Mavrikij è ferito. Liza viene portata via, priva di sensi. Morirà presto.

I capitoli della parte prima: 12345

I capitoli della parte seconda: 1-23-4-567-8, 9, 10-11

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