Com’è fatto Madrigale senza suono

[Ma in breve, stavolta]

È fatto per voci, perché chiude un percorso: tre voci sono evidenti, anche se forse una è inattendibile; ce n’è una quarta che arriva dopo, e altre piccole, laterali, ma che si prendono un loro spazio. Dopotutto, un madrigale può avere cinque, sei, perfino sette voci.
Ci sono due lettere (una lunga), una cronaca che è il protocollo di venti giorni e quarantasette anni, e che si specchia in commenti che compongono quasi un diario.
Ci sono parti gotiche e parti buffe, e c’è il mio consueto, piccolo bestiario. C’è la storia, la biografia documentata, ma impastata di leggende e dicerie popolari, e a volte questi due aspetti diventano uno.
Tutto qui.

In uscita il 21 febbraio per Bollati Boringhieri, pp. 384, euro 16,50

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Madrigale senza suono – Argomento

Comincio con la pubblicazione di questo pezzo una breve serie di testi di accompagnamento al romanzo che esce, in cui cercherò di spiegare, prima a me stesso e poi a chi avrà la pazienza di seguirmi, che cos’è Madrigale senza suono, perché è stato fatto e come. Ma così, giusto per ingannare l’attesa.

Siccome Il giardino delle mosche portava come sottotitolo Vita di Andrej Čikatilo, Madrigale senza suono, che è l’ulteriore e ultimo elemento della piccola costellazione che i miei libri sono andati via via formando nel corso degli anni, è una Morte di Carlo Gesualdo, principe di Venosa.

gesualdo

Il 20 agosto del 1613, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, ricevette, mentre si trovava nel suo castello arroccato sulla collina della cittadina irpina di Gesualdo, la notizia della morte del figlio primogenito: Emanuele era caduto da cavallo e lasciava il padre, che detestava, senza eredi maschi. Pare che, ricevuta la notizia, Gesualdo desse mandato ai suoi segretari di redigere il suo testamento e si chiudesse, per lasciarsi morire di inedia, nella stanza dove da sempre aveva composto la sua musica sbalorditiva. Morì l’8 settembre del 1613, lasciando un feudo, una seconda moglie, Leonora d’Este, che si liberava del peso di un matrimonio di convenienza, di una solitudine sempre più feroce e della lontananza forzata dalle sue terre, sei libri di madrigali a cinque voci che sono uno dei vertici sonori della sua epoca, dei responsorii, dei mottetti e dei canti sacri, e il dubbio che quel cattivo carattere, quell’oscurità che lo circondava, quell’ipocondria manifesta e paralizzante, ma anche il genio che lo aveva attraversato mentre componeva, fossero figli di una notte, quella tra il 16 e il 17 ottobre 1590 quando, ventiquattrenne, insieme ai suoi creatiaveva barbaramente ucciso, nei suoi appartamenti di piazza San Domenico a Napoli, la prima, amatissima e splendida moglie, Maria d’Avalos, e il di lei amante, Fabrizio Carafa. Secondo il diritto dell’epoca, era pieno diritto del marito cornuto uccidere moglie e amante purché i due venissero colti di sorpresa (vale a dire: purché non ci fosse premeditazione), e l’assassinio fosse figlio di un impulso, di una rabbia feroce e improvvisa, figlia della sorpresa e del disincanto. Da tempo, tutta Napoli sapeva che Maria e Fabrizio erano amanti, e qualcuno perfino mormorava che lei portasse in grembo un figlio di Carafa. Carlo, secondo certe fonti, dovettecompiere quell’omicidio per salvare la continuità del casato, e lo fece suo malgrado. Secondo altre fonti, Carlo era un diavolo tenuto al guinzaglio dalla sensualità di Maria, e ora che Maria quella sensualità la donava a qualcun altro, la sua furia doveva trovare uno sfogo nell’omicidio. Nacquero leggende su Carlo che tuttora esistono e si tramandano. Quel che è certo è che, compiuto il delitto, Carlo fuggì verso Gesualdo, vi trasferì la sua corte di musici e, ma questo non è poi così certo, fece disboscare la collina sopra la quale si arrocca il suo castello in modo da tenere sotto controllo le pianure sottostanti: temeva la voglia di vendetta della famiglia Carafa.
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Madrigale senza suono – quarta di copertina

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Un uomo solo, tormentato, compie un efferato omicidio perché obbligato dalle convenzioni del suo tempo. Da lì scaturisce, inarginabile, il suo genio artistico. Gesualdo da Venosa, il celebre principe madrigalista vissuto a cavallo tra Cinque e Seicento, è il centro attorno a cui ruota il congegno ipnotico di questo romanzo gotico e sensuale. Come può, è la domanda scandalosa sottesa, il male dare vita a tale e tanta purezza sopra uno spartito?
Per vendicare l’onore e il tradimento, il principe di Venosa uccide Maria D’Avalos, dopo averla sposata con qualche pettegolezzo e al tempo stesso con clamore. Fin qui la Storia. Il resto è la nostalgia che ne deriva, la solitudine del principe: è lì, nel sangue e nel tormento, che Andrea Tarabbia intinge il suo pennino e trascina il lettore in un labirinto. Questa storia – è ciò che il lettore scopre sbalordito – ci parla dritti in faccia, scollina i secoli e arriva fino al nostro oggi, si spinge fino a lambire i confini noti eppure sempre imprendibili tra delitto e genio. Con un gioco colto e irresistibile, tra manoscritti ritrovati e chiose di Igor’ Stravinskij – che nel Novecento riscoprì e rilanciò il genio di Gesualdo – Andrea Tarabbia, scrittore tra i migliori della sua generazione, costruisce un romanzo importante, destinato a restare. L’edificio che attraverso Madrigale senza suono Tarabbia innalza è una cattedrale gotica da cui scaturisce la potenza misteriosa della musica. È impossibile, per il lettore, non spingere il portale. E, una volta entrato, non restarne intrappolato.

In uscita il 21 febbraio per Bollati Boringhieri.

Madrigale senza suono

Schermata 2019-01-03 alle 16.10.32Il libro nuovo, l’ultimo elemento della piccola costellazione di cui parlavo qualche settimana fa, si intitola Madrigale senza suono e sarà in libreria per i tipi di Bollati Boringhieri il 21 febbraio 2019. Nelle prossime settimane, se ne sarò capace, scriverò qualcosa su come è nato e di cosa tratta. Per adesso, posso dire che parla di musica, di bene, di male, di padri, di figli, di morte, di Dio, del diavolo, di malinconia, di omicidi ahimè dovuti, di cognomi, di Novecento, di demonietti, di carte (forse) ritrovate, di donne bellissime e forse fatali, di nani, di poeti folli e di streghe, infine di genio e talento.
Insomma le solite cose.

Una piccola costellazione

Uscirà a febbraio 2019 un romanzo che, idealmente, chiude una triade (non una trilogia) aperta nel 2011 con Il demone a Beslan e proseguita nel 2015 con Il giardino delle mosche. Non mette conto, ora, di parlare di questo libro nuovo, e nemmeno forse di annunciarne titolo ed editore. Ci sarà tempo per tutto questo. Adesso è tempo di fare un altro ragionamento, di dire qualcosa di cui mi sono reso pienamente conto in anni relativamente recenti, e che non ha a che vedere soltanto con quanto ho scritto dentro i romanzi che compongono questa triade, ma con quasi ogni cosa che ho scritto e pubblicato da quel 2011.
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Una Venezia del dolore

Ad Auschwitz, vent’anni dopo 

Sono tornato ad Auschwitz, esattamente vent’anni dopo la prima volta che ci ero stato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1998, prendemmo da Cracovia un autobus di linea che, in poco più di un’ora, ci portò nella cittadina di Oświęcim: insieme a noi viaggiavano quasi solo turisti, un gruppo sparuto di persone con gli zaini che, quando l’autista si fermò in prossimità di un parcheggio in periferia della città, si alzò dai propri posti, si avvicinò a lui e domandò, indicando un gruppo di edifici di mattoni rossi che si intravvedeva dietro alcuni alberi, se quello fosse il campo di concentramento. Era una mattina tiepida, c’era un po’ di vento; scendemmo nel piazzale semideserto e ci colpì immediatamente la vista di alcuni palazzi residenziali altri tre piani, le cui finestre si affacciavano sul perimetro spinato del campo. Avevo letto su un quotidiano, poco prima della partenza per le vacanze, che alcune associazioni di sopravvissuti nei mesi precedenti si erano lamentate con i gestori del campo perché, appena fuori dal cancello d’ingresso – quello dove campeggia la sarcastica e brutale scritta Arbeit macht frei – era stata autorizzata l’apertura di un piccolo negozio, che vendeva rullini per macchine fotografiche.

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Il peso del legno – un estratto

Schermata 2018-05-02 alle 11.32.56Esce oggi, nella serie CroceVia di NNEditore – una collana in cui alcuni scrittori italiani non necessariamente credenti sono invitati a ragionare sulle parole fondamentali della cristianità -, il mio libro nuovo, Il peso del legno. È un saggio narrativo, se questa definizione ha senso e se hanno senso le definizioni. Ruota attorno alla parola “croce” e a quel simbolo che è insieme di condanna e di salvezza, di vergogna e di speranza, di redenzione e di colpa. È un saggio, dicevo, perché contiene riflessioni, cita teologi e filosofi, si pone le loro stesse domande; è narrativo, perché ragiona sull’idea di apocrifo, di riscrittura delle Scritture e, in un paio di occasioni, osa riscriverle; è autobiografico, perché qualcuno, a un certo punto, mi ha fatto capire che un libro in cui si parla del simbolo del dolore e del riscatto doveva necessariamente fare i conti con qualcosa di personale. Così, dopo qualche pagina, dico a mio padre una cosa che non gli ho mai detto.
È anche, credo, il libro di qualcuno che cerca Cristo e non lo trova, che legge le Scritture e non le accetta, non in toto per lo meno, che ascolta i predicatori e non li giustifica. È il libro di qualcuno che crede che il messaggio di Cristo sia magnifico e salvifico, ma allo stesso tempo insopportabile, impraticabile.
Si appoggia su tre grandi figure, tre grandi uomini su cui si è abbattuto il peso della missione di Cristo: Simone di Cirene, Giuda, il mio amatissimo Pilato.
Qui di seguito c’è un piccolo estratto, su Simone:
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