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Andrea Tarabbia

Regesto delle cose perdute. Continuazione

[la prima parte è qui]

nei gruppi di maschi, a lungo mi sono tenuto in disparte, lasciando che altri, che pure io, dentro di me, sapevo di poter dominare, prendessero il sopravvento; perché? Non lo so dire, ma so che sapevo di essere migliore, più vivo di come mi presentavo agli altri, che c’era un me che non volevo esprimere per una volontà di nascondimento, di non mostrarsi tutto nelle relazioni. Mi sono rivelato, a poco a poco, alla ragazze che ho avuto e nelle cose che ho scritto
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Regesto delle cose perdute

(Sensazioni e momenti che non ho più)

in un piccolo cortile sulla Collina della Tigre, a Suzhou, nella provincia dello Jiangsu, sulla riva del fiume Azzurro, nell’agosto del 2012 ho risentito, dopo trent’anni, l’odore, lo stesso odore che emanava il corpo del cane Gig (forse: Geeg), un vecchio bracco che girava per un’officina di San Fedele d’Intelvi, all’inizio degli anni Ottanta, quando vi trascorrevo certi periodi d’estate insieme alla nonna e a un cugino che non vedo da tempo, e che non so più dove viva né come, e con il quale giocavo a pallone e trascorrevo le ore più calde all’ombra del sottoscala dove riposava, insieme a noi, il cane Gig, l’unico animale che possa dire di aver sentito un po’ mio
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Il buco nero

Ieri ho inaugurato i lavori della Genoa School of Humanities, dedicata quest’anno al tema dell’altro, con un discorso che si è in larga parte basato su questo scritto. Mi hanno fatto notare che è una sorta di dichiarazione di poetica. Io ho fatto notare che, in fondo, parlo sempre delle stesse cose. Le due cose, forse, coincidono.

Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca e Lorenzo Chiesa per il lavoro che fanno, per l’invito e per la discussione che è nata da questi temi.

Diventare un aggettivo
Quando ero molto giovane lessi su una rivista una frase che non ho più dimenticato. Se ci penso adesso, la cosa è molto strana, perché io allora leggevo molto poco, non ero granché interessato alle cose della letteratura e non prevedevo che, nella mia vita, avrei scritto dei libri. È probabile, dunque, che lessi quella frase – e l’articolo che la conteneva – solo per darmi un tono con qualcuno, o per noia, anche se, oggi, non riesco a ricordare in nessun modo la situazione in cui mi trovavo mentre leggevo quelle pagine. Nell’articolo in questione si diceva che, alla fine, ogni scrittore e per estensione ogni artista lotta e produce la propria opera solo per diventare un aggettivo. «Pirandelliano», «kafkiano»: entrare nella lingua, nel linguaggio comune e modificarlo, dargli una direzione. Quando questo succede – e non succede poi così spesso – significa essere entrati nell’immaginario, divenendo un patrimonio. Non c’è nessun dubbio su cosa significhi «pirandelliano», e nemmeno su cosa voglia dire «dantesco».
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L’autobiografia come infrazione

Una stupidaggine che dico sempre, ma che non considero priva di fondamento, è che difficilmente, nel corso della mia vita, mi sono imbattuto in capolavori scritti o composti o immaginati dopo i 65/70 anni. Detto altrimenti: sembra che gli scrittori abbiano a disposizione un tempo limitato (trenta/quarant’anni) per spremere fino al midollo il loro talento. Dopodiché ci sono mestiere, maniera, ma anche stanchezza. So perfettamente che esistono così tante eccezioni a questo teorema da renderlo poco più di una boutade, eppure non trovo nella memoria, tra i libri che mi hanno cambiato la vita, uno che sia stato scritto in età senile. Fanno eccezione (ne metto subito una io) i tre libri dell’autobiografia di Elias Canetti – che sono un autentico monumento del Novecento e uno dei suoi vertici.
Ma si tratta di un’autobiografia, non di un’opera di pura invenzione.
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I repertori dei matti

 

Si tratta di una recensione dei Repertori dei matti della città di…, curati da Paolo Nori per Marcos y Marcos: una sua versione leggermente accorciata è sull’Indice dei libri di questo mese

“Tranne me e te, il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano”: lo diceva, nelle Opere complete di Learco Pignagnoli, Daniele Benati, con cui il Paolo Nori scrittore ha qualche grado di parentela e nei cui confronti, forse, ha anche qualche debito, se è vero che due delle ultime cose che Nori ha prodotto per Marcos y Marcos sono una collana, che si chiama appunto “Il mondo è pieno di gente strana”, e questi volumetti di cui parleremo a breve. Nella collana che cura, Nori si occupa di biografie di personaggi del mondo della letteratura di cui chiede agli autori di indagare le stranezze, le bizzarrie; la collana ha finora dato vita a due libri: Il medico, la moglie, l’amante, in cui il grande slavista Fausto Malcovati ripercorre le tappe della carriera di Anton Čechov, e Sono socievole fino all’eccesso, una vita di Montaigne ricostruita da Ugo Cornia. In parallelo, e sempre in veste di curatore e, per così dire, di ispiratore, Nori pubblica questi repertori dei matti di varie città italiane sulla falsariga di un altro Repertorio, quello dei pazzi della città di Palermo che compilò Roberto Alajmo nel 1994. Un libro per città – finora siamo a quattro, ma già nell’introduzione al progetto che Nori fa all’inizio di ciascuna pubblicazione se ne annunciano altri.
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Tre volte una balena

Ho letto per la prima volta Moby Dick a undici anni, e fu per errore, perché non lo potevo capire. Per la verità, non mi ricordo se lo lessi per intero, ma di sicuro andai molto in là con la lettura. Ero in Trentino con i miei in vacanza, poteva essere il luglio o l’agosto del 1989. Non sono sicuro del mese, ma lo sono dell’anno, perché l’esperimento di una vacanza estiva in montagna non fu più replicato e, per qualche motivo, tutti in casa, benché non abbiamo documenti che lo provino, associamo detto esperimento a quell’anno. Così, io avevo undici anni e, su una bancarella vicino al torrente gelido che scava dentro Moena, trovai la mia prima copia di Moby Dick.
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Ridefinizione

Non voglio fare un post sui libri che ho letto quest’anno. Non leggo quasi mai quelli che fanno gli altri, dunque non voglio che gli altri si trovino a dover scegliere di non leggere il mio. Dico soltanto che, un po’ per fortuna, ho letto nel corso degli ultimi mesi parecchie cose che mi hanno entusiasmato: da alcuni classici su cui non ero ancora passato (su tutti Le relazioni pericolose di Laclos, un libro che non avrei mai voluto finisse, ma anche Il silenzio del mare di Vercors), alla strepitosa autobiografia di Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo, da due libri che sono qualcosa che sta a metà tra il saggio e il romanzo (Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale e Trieste di Daša Drndić), a un paio di saggi che, per certi versi, sono sorprendenti anche per me: un piccolo libro di Agamben su Pilato e Gesù, e soprattutto Il risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale della teologa Maria Caterina Jacobelli (lo cercavo da anni, alla fine l’ho trovato). Altro capolavoro: A proposito di Čechov di Bunin.
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Io e Mario (e Lalla)

letterazeroSegnalo che è uscito il secondo numero di Lettera Zero, una rivista a cura di Vito Santoro. Contiene uno speciale su Mario Soldati a cura di Raffaello Palumbo Mosca: vi ho partecipato scrivendo un breve intervento allo stesso tempo molto personale e, per così dire, critico. Parlo di Il vero Silvestri, il romanzo attraverso cui ho conosciuto Soldati, e parlo anche di un preconcetto che avevo verso di lui per colpa di Lalla Romano. Il pezzo si intitola Il padre mancato e comincia così:

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Tutti in fila per il pane

È la cronaca di una giornata a Expo e, insieme, di un fallimento. L’ho scritta per Aulalettere, una rivista online di Zanichelli con la quale collaboro.

[…]
EXPO appare subito come una grande messinscena dell’atto umano più spettacolarizzato del nostro tempo: il mangiare. Cucinare e mangiare sono diventati un atto performativo, pubblicitario e, in qualche modo, uno status symbol. Da qui, derivano la vita da rockstar che fanno alcuni cuochi e quella che io, a casa, sono solito chiamare la «metafisica della frittata»: ovvero tutto quel processo di speculazione e ragionamento identitario sul cibo, quell’esaltazione del soffritto, quella retorica del mangiar bene e sano che ci sommergono e ci convincono che cose normali, consuete come fare una frittata siano in realtà processi profondamente radicati, culturali, potenti come una sonata di Beethoven e grandiosi come l’attraversamento del Polo. Per non dire di quella retorica, poi, che ci spinge ad accettare senza sconforto un «trionfo di carciofini» o un «letto di lattuga» al posto del caro, vecchio contorno.
[…]

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