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Andrea Tarabbia

Tarabya, terapia

Tarabya è un quartiere periferico di Istanbul, sponda europea, infilato nel Bosforo poco prima che il canale si divarichi nel Mar Nero; quartiere borghese e occidentalizzato, oggi è sostanzialmente famoso per i suoi ristoranti, dove si mangia il pesce, le taverne e i night club. Storicamente, è stato a lungo la sede estiva dell’ambasciata tedesca in Turchia. Ho scoperto la sua esistenza anni fa, leggendo Istanbul di Orhan Pamuk: l’avevo portato con me durante un breve viaggio in Turchia, e sorprendentemente quel libro straordinario parlava di me.
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Regesto delle cose perdute. Quarta continuazione

[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

[La terza parte è qui]

[La quarta parte è qui]

da adolescente ho spesso immaginato, in modo del tutto innocente e senza nessuna forma d’odio o livore nei loro confronti, di separarmi dai miei genitori, di scomparire dalle loro vite in modo silenzioso e, come mi rendo conto oggi, subdolo; ma non era una sparizione totale, quella che sognavo: mi figuravo di andare ad abitare nell’appartamento di fronte al loro, di condividere il pianerottolo, di vivere loro accanto senza però che essi lo sapessero, e mi immaginavo di ascoltarli da dietro la porta del mio appartamento di fantasma, di sentirli muoversi e parlare, calibrando gli orari delle miei uscite in modo da non incrociarli mai e trascorrendo un’esistenza silenziosa, priva di rumori e di segni: per loro, io non ci dovevo più essere, mentre invece non vivevo che una vita complementare, un’esistenza riflessa, persa nell’osservazione delle loro giornate prive di me, e tutto questo allo scopo di osservare il mondo, il mio mondo, standone fuori, non partecipandovi eppure vivendoci tanto vicino da poterlo percepire, da farne di fatto ancora parte anche se in modo clandestino, sotterraneo, osservare la quotidianità della mia famiglia senza di me, vederla convivere con la mia assenza, conoscerne i meccanismi e le abitudini e le disperazioni e viverle accanto, adeso come un fantasma o un angelo custode e, in definitiva, volerle bene da lontano, lasciarla sola per vegliare su di lei
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Regesto delle cose perdute. Terza continuazione

[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

[La terza parte è qui]

la casa blu degli zii (poi solo della zia, dopo il divorzio) a Como, l’unica casa perduta che ancora, a volte, mi viene in mente, l’unico appartamento dove ho amato andare: aveva stanze enormi, pareti lunghe sei, sette metri, ed era una casa vecchia, in fondo modesta, con i soffitti alti e bianchi e le pareti dipinte di un navy blue perfettamente omogeneo, caldo, e ai pavimenti una moquette dello stesso, uniforme colore, e pile di giornali e riviste letti e mai buttati, libri a volte ancora avvolti nel cellophan, e mobili semplici, bianchi, neri, rossi, quasi tutti di plastica e di design, le finestre che davano su una strada trafficata e un parco, e l’idea che quel posto, e la porzione della periferia di Como che si vedeva affacciandosi alle enormi finestre della sala, fosse la prima vera città, il primo vero spazio urbano con cui io entravo in contatto
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I miei premi

Il Giardino è nella cinquina del Premio Campiello o, come si dice, ha vinto il Premio Selezione Campiello. Il 10 settembre, al Teatro La fenice di Venezia, ci sarà la serata finale. È una grande notizia, dovevo scriverla da qualche parte. Arriva tra l’altro due giorni dopo un’altra grande notizia, ovvero che il Giardino, insieme a Il romanzo della nazione di Maurizio Maggiani e, di nuovo, a La prima verità di Simona Vinci – con cui ci si vedrà piuttosto spesso da qui a quest’autunno -, è nella terna finalista del Premio Vigevano. La serata finale si terrà presso il Civico Teatro Cagnoni il 15 ottobre.

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Regesto delle cose perdute. Seconda continuazione

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[La seconda parte è qui]

negli anni Ottanta, durante i temporali più forti, ci affacciavamo alla finestra appoggiando le orecchie ai vetri, che erano molto sottili e ci permettevano di ascoltare provenire da lontano, da Cesano Maderno se ricordo bene, o addirittura da Seveso, una sequenza di colpi di cannone a salve: «Andrea, vieni a sentire» diceva la mamma, «c’è l’ebreo che spara per spaccare le nuvole»
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Regesto delle cose perdute. Continuazione

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nei gruppi di maschi, a lungo mi sono tenuto in disparte, lasciando che altri, che pure io, dentro di me, sapevo di poter dominare, prendessero il sopravvento; perché? Non lo so dire, ma so che sapevo di essere migliore, più vivo di come mi presentavo agli altri, che c’era un me che non volevo esprimere per una volontà di nascondimento, di non mostrarsi tutto nelle relazioni. Mi sono rivelato, a poco a poco, alla ragazze che ho avuto e nelle cose che ho scritto
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Regesto delle cose perdute

(Sensazioni e momenti che non ho più)

in un piccolo cortile sulla Collina della Tigre, a Suzhou, nella provincia dello Jiangsu, sulla riva del fiume Azzurro, nell’agosto del 2012 ho risentito, dopo trent’anni, l’odore, lo stesso odore che emanava il corpo del cane Gig (forse: Geeg), un vecchio bracco che girava per un’officina di San Fedele d’Intelvi, all’inizio degli anni Ottanta, quando vi trascorrevo certi periodi d’estate insieme alla nonna e a un cugino che non vedo da tempo, e che non so più dove viva né come, e con il quale giocavo a pallone e trascorrevo le ore più calde all’ombra del sottoscala dove riposava, insieme a noi, il cane Gig, l’unico animale che possa dire di aver sentito un po’ mio
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Il buco nero

Ieri ho inaugurato i lavori della Genoa School of Humanities, dedicata quest’anno al tema dell’altro, con un discorso che si è in larga parte basato su questo scritto. Mi hanno fatto notare che è una sorta di dichiarazione di poetica. Io ho fatto notare che, in fondo, parlo sempre delle stesse cose. Le due cose, forse, coincidono.

Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca e Lorenzo Chiesa per il lavoro che fanno, per l’invito e per la discussione che è nata da questi temi.

Diventare un aggettivo
Quando ero molto giovane lessi su una rivista una frase che non ho più dimenticato. Se ci penso adesso, la cosa è molto strana, perché io allora leggevo molto poco, non ero granché interessato alle cose della letteratura e non prevedevo che, nella mia vita, avrei scritto dei libri. È probabile, dunque, che lessi quella frase – e l’articolo che la conteneva – solo per darmi un tono con qualcuno, o per noia, anche se, oggi, non riesco a ricordare in nessun modo la situazione in cui mi trovavo mentre leggevo quelle pagine. Nell’articolo in questione si diceva che, alla fine, ogni scrittore e per estensione ogni artista lotta e produce la propria opera solo per diventare un aggettivo. «Pirandelliano», «kafkiano»: entrare nella lingua, nel linguaggio comune e modificarlo, dargli una direzione. Quando questo succede – e non succede poi così spesso – significa essere entrati nell’immaginario, divenendo un patrimonio. Non c’è nessun dubbio su cosa significhi «pirandelliano», e nemmeno su cosa voglia dire «dantesco».
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L’autobiografia come infrazione

Una stupidaggine che dico sempre, ma che non considero priva di fondamento, è che difficilmente, nel corso della mia vita, mi sono imbattuto in capolavori scritti o composti o immaginati dopo i 65/70 anni. Detto altrimenti: sembra che gli scrittori abbiano a disposizione un tempo limitato (trenta/quarant’anni) per spremere fino al midollo il loro talento. Dopodiché ci sono mestiere, maniera, ma anche stanchezza. So perfettamente che esistono così tante eccezioni a questo teorema da renderlo poco più di una boutade, eppure non trovo nella memoria, tra i libri che mi hanno cambiato la vita, uno che sia stato scritto in età senile. Fanno eccezione (ne metto subito una io) i tre libri dell’autobiografia di Elias Canetti – che sono un autentico monumento del Novecento e uno dei suoi vertici.
Ma si tratta di un’autobiografia, non di un’opera di pura invenzione.
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