la cinquina del pop

Ecco la cinquina del Premio Opera Prima 2022:

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Filippo Maria Battaglia, Nonostante tutte, Einaudi

Maddalena Fingerle, Lingua madre, Italo Svevo

Francesca Mattei, Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa, Pidgin

Pier Lorenzo Pisano, Il buio non fa paura, NN

Bernardo Zannoni, I miei stupidi intenti, Sellerio

La finale si terrà a Milano, presso il Laboratorio Formentini per l’editoria o nella sede di Fondazione Mondadori, martedì 5 luglio alle ore 18

La decina del premio opera prima

Per il terzo anno consecutivo gestisco il POP – il Premio Opera Prima che si tiene nel contesto del Master in editoria della Fondazione Mondadori e che è giunto quest’anno alla VII edizione. Il mio ruolo è molto semplice: scelgo i dieci titoli su cui gli studenti del master lavoreranno e da cui tireranno fuori la cinquina e coordino un po’ i lavori. Poi una giuria, di cui ovviamente gli studenti fanno parte, sceglierà il libro vincitore e la menzione per il lavoro editoriale. La serata finale è prevista, quest’anno, per martedì 5 luglio.

Questi sono i dieci titoli.

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Ci sono:
2 raccolte di racconti;
1 “romanzo di racconti”;
3 “favole”, o giù di lì (questa cosa che in anni di pandemia escano storie dal sapore fantastico mi pare molto interessante, soprattutto se si pensa che si tratta di esordi);
1 libro di documenti, ma molto particolare;
1 libro scritto in italiano da una persona che non è di madrelingua italiana, 1 scritto per ragionare sul linguaggio;
1 romanzo storico, anche questo molto particolare.

Mi pare un anno molto buono, ricordiamocene la prossima volta che ci verrà da lamentarci del fatto che la letteratura italiana eccetera.

 

In memoriam sergio nelli

nelliQuesta notte è morto Sergio Nelli, scrittore fiorentino con cui ho condiviso un pezzo del mio percorso quando stavo nella redazione del Primo amore. Non lo vedevo da tempo, sapevo che era malato ma non avevo sue notizie. Gli volevo bene,  a Firenze un giorno mi portò a vedere i Prigioni di Michelangelo e me li raccontò come li si racconta a un figlio; grazie a lui ho scoperto uno scrittore ceco che ammiro molto, Ladislav Fuks. Nel 2008 pubblicammo il quarto numero cartaceo della rivista Il primo amore: si chiamava La fabbrica della cattiveria e Sergio scrisse un pezzo, per me molto bello, proprio su Fuks, che all’epoca era pressoché introvabile nelle librerie italiane.
Lo metto qui, come forma di saluto e di malinconia.

Sergio Nelli, Apprendistato per lo sterminio

Ladislav Fuks, Il signor Theodor Mundstock, trad. it. F. Brignole, Einaudi , Torino 1997.

Ladislav Fuks, Il bruciacadaveri, introduzione A.M. Ripellino, traduzione di E. Ripellino Hlochová, Einaudi,Torino 1972.

Ladislav Fuks, Una buffa triste vecchina, traduzione di Serena Vitale, Garzanti, Milano, 1972.

Il signor Theodor Mundstock  (1963)  ha riproposto nel 1997 un autore, Ladislav Fuks, che aveva avuto un passaggio in Italia negli anni Settanta  (con Il bruciacadeveri e Una buffa triste vecchina, ormai introvabili). Ladislav Fuks, nato a Praga nel 1923  e morto nel 1994, è riapparso così nelle nostre librerie, anche se come dicono alcune cronache i suoi due precedenti libri erano restati in gran parte nel magazzino degli editori. Il tempo era più che maturo per un piccolo ebreo praghese che, ai tempi della Shoah, finisce per preprogrammare esso stesso il proprio autoannientamento in un’oscillazione schizoide fra la speranza più improbabile e lo sguardo lucido sulle cose che stanno realmente per accadere.  Il tratto caratteristico di Fuks consiste qui nel rovesciare le prospettive continuamente mettendo in campo un’umanità che vede il disastro ma possiede anche una tale incontenibile  disposizione al rimedio, alla razionalizzazione, all’accomodamento, tanto da svariare sulle cadenze del comico, del patetico e del  grottesco, prima di andare incontro alla tragedia.

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Noëlle Revaz, Ermellino bianco e altri racconti

Questa recensione è uscita su TuttoLibri della Stampa di oggi

Ragionando per approssimazione, esistono due tipologie di raccolte di racconti: quella concepita come un’opera unitaria, compatta, e che raccoglie testi scritti in un periodo limitato di tempo e che godono, per così dire, di un’unica ispirazione, ragionano su pochi temi chiave e hanno una lingua riconoscibile, che trova conferma di testo in testo; e quella, invece, che raduna testi scritti in momenti diversi e a volte felicemente contradditori della carriera di un autore, e che funziona pertanto come una sorta di antologia personale. La seconda tipologia ha, sulla prima, il vantaggio di dispiegare davanti agli occhi dei lettori tutta una carriera, di mostrare le evoluzioni dello stile e delle ossessioni di uno scrittore, rendendo chiari al di là di ogni ragionevole dubbio quali sono i suoi talenti e le tematiche a lui o a lei care. Insomma: il secondo tipo è una radiografia fatta in pubblico del gusto e delle pulsioni di un autore o un’autrice e, di conseguenza, un canale privilegiato per entrare in contatto con la sua poetica.  

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un’educazione alla bellezza

Un ricordo.

L’altro giorno, mentre spostavo alcuni settori della mia biblioteca per fare posto a certi libri nuovi, mi sono capitati in mano due piccoli volumi, pubblicati oltre trent’anni fa e che da sempre mi porto dietro con un affetto che riservo soltanto ai libri dei miei grandi maestri. A dirla tutta, uno dei due non è nemmeno un libro nel vero senso della parola, ma semplicemente una raccolta di racconti rilegata e stampata in 510 copie (possiedo la 126) nel 1984 da una tipografia di Azzate, in provincia di Varese: si chiama Sul treno della Nord e, come recita il sottotitolo, contiene Vecchie storie di provincia. Continua a leggere “un’educazione alla bellezza”

Su “Randagi” di Marco Amerighi

È la recensione del libro di Amerighi, uscito la scorsa settimana per Bollati Boringhieri, che ho scritto per TuttoLibri della Stampa del 28 agosto.

C’è un buco nero e profondo, nel genio famigliare dei Benati – la stirpe protagonista di Randagi di Marco Amerighi: e non è, o non è necessariamente, quello annunciato alla prima riga del romanzo, vale a dire quella caratteristica propria di tutti i maschi che li porta, da generazioni, a dileguarsi, a scomparire letteralmente nel nulla per periodi più o meno lunghi e infine a tornare a casa senza dare spiegazione alcuna; è piuttosto, questo genio, una vocazione al fallimento, alla rinuncia: è così per nonno Furio, il Benati con cui si apre il romanzo, disperso in Etiopia e dato per morto, e che invece ad Addis Abeba costruisce una famiglia che abbandona quando suo padre lo scova e gli impone di tornare in Italia – nessuno saprà mai quanto dolore ha provato per questa separazione, ma quel che è certo è che la sua vita diverrà una sequela continua di autopunizioni e tentativi di espiazione;

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La vita invisibile

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Per i tipi di Avagliano editore, esce in questi giorni un’antologia a cura di Francesca Bonafini e Caterina Falconi. Si chiama La vita invisibile e, come dice il sottotitolo, raccoglie Racconti di preghiera, pellegrinaggio, miracolo. Vi partecipo da ateo, con un racconto che è finito nella sezione dedicata al Miracolo; a lungo sono stato indeciso se intitolarlo La disputa – poiché di questo si narra –  o, dostoevskianamente, Il miracolo, il mistero, l’autorità: ho ceduto al vezzo dostoevskiano, alla fine, dato che l’idea del racconto parte dalla lettura dello splendido commento che Vasilij Rozanov fece della Leggenda del Grande Inquisitore, e la storia comincia proprio con una rielaborazione di alcuni passi del saggio rozanoviano. 

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Ivan Bunin, Giorni maledetti

Questa recensione di Giorni maledetti, il diario della guerra civile sovietica scritto da Ivan Bunin e pubblicato recentemente da Voland, è uscita ieri su TuttoLibri.

Nobile d’origine e aristocratico di pensiero, Ivan Bunin accolse la Rivoluzione d’Ottobre come una catastrofe da cui gli fu impossibile cavare il benché minimo conforto. Rimase a Mosca finché gli fu possibile, trascorrendovi l’anno delle rivoluzioni e parte del 1918, poi si trasferì a sud, a Odessa, da cui vide infuriare la guerra civile; quando capì che le cose sarebbero precipitate e che la sua stessa vita era in pericolo si imbarcò e, attraverso il Bosforo, raggiunse l’Europa occidentale. Era il 1919: a Parigi si costruì in fretta, nell’ambiente dell’emigrazione russa, una seconda vita e una prestigiosa carriera intellettuale, che l’avrebbe portato, nel 1933, a essere il primo russo a vincere il Nobel per la Letteratura e a dare il via a una tradizione di laureati dissidenti che annovera Pasternak, Solženicyn e Brodskij. Non tornò più nella madrepatria, che del resto ormai non sapeva riconoscere: morì nel 1953, pochi mesi dopo l’odiato Stalin.

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