Premio Opera Prima 2021

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Per il secondo anno, sono il coordinatore del Premio Opera Prima (POP). Il POP è un premio che si tiene nel contesto del Master in editoria della Fondazione Mondadori di Milano e consiste, in sostanza, di un premio e una menzione: il premio va al miglior libro d’esordio dell’anno; la menzione va al libro con la migliore cura editoriale.
Il mio lavoro consiste nel selezionare i dieci titoli di partenza e nel coordinare i lavori del premio; gli allievi e le allieve del Master decidono la cinquina e una giuria allargata vota i vincitori.

Tra i dieci di quest’anno ci sono romanzi storici, biografie, storie di ossessioni, saghe famigliari, romanzi di formazione: c’è tutto, o quasi tutto, quello che si può fare con la scrittura. Sono libri – è questo ciò che mi interessa maggiormente quando faccio il lavoro di selezione – che rivelano una voce, a volte già matura, a volte solo promettente, ma insomma: sono libri che dicono che sono nati degli autori e delle autrici che faranno altri libri forse grandi, perché hanno una visione della letteratura e del mondo e hanno trovato una forma per raccontarli. Non è poco. Non è poco per niente.

La serata di proclamazione sarà a Milano mercoledì 30 giugno, presso la sede della Fondazione Mondadori o presso il Laboratorio Formentini per l’editoria (non lo sappiamo ancora, perché dipenderà dalle norme anti-Covid in vigore).

In bocca al lupo ai dieci romanzi del POP 2021.

Una piccola memoria sul Demone a Beslan

Quando lo scrissi, ero una persona molto diversa da quella che sono ora; soprattutto, scrivevo in modo diverso – avevo un altro passo e altri modelli. Così, quando alcuni mesi fa ho ripreso il testo in mano per rileggerlo in vista della pubblicazione, avevo un po’ di paura, temevo soprattutto di trovarci molte ingenuità: ebbene, ne ho trovata qualcuna, ma ho trovato anche una vitalità e una forza di cui avevo solo qualche reminiscenza. Il Demone è per me un romanzo-matrice, il punto da cui il mio percorso è cominciato, è l’inizio e il centro nevralgico di un’idea di letteratura che ho cercato poi di sviluppare in altri libri: ma tutto è, appunto, cominciato da lì.

Demone

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Lettura commentata di una prefazione a una guida turistica che è in realtà una lezione sul fatto che la letteratura, per essere tale, deve osare l’impensabile

Schermata 2021-03-23 alle 11.54.24È la prefazione che Tiziano Scarpa ha scritto al suo Venezia è un pesce – una guida turistica della città di Venezia. La prima volta che ho preso in mano questo libriccino ho pensato due cose: la prima è stata “Ancora?!?” – vale a dire che mi sembrava assurdo che qualcuno, ancora una volta, provasse a fare una guida di Venezia; Venezia è una città completamente spolpata, su cui, mi dicevo, non c’era più nulla più da dire. La seconda cosa che ho pensato, invece, è stata andare su Google Maps e cercare la mappa di Venezia, perché l’immagine raffigurata in copertina, pensavo, era stata modificata con Photoshop: Venezia è una città di mare, anzi, è la città di mare, ma è del tutto assurdo che assomigli a un pesce. E invece.
Dunque ho cominciato a leggere questa guida con circospezione e perfino con riluttanza: ci avrei trovato dentro cose trite che già sapevo – tutti sappiamo tutto di Venezia – o qualche fantasia sciocca, come per esempio che esistono città di mare a forma di pesce. E invece.

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Che cosa c’è di là

È uscita, per un piccolo editore con cui collaboro, Cinque terre, un’antologia di racconti che parla di scrittori e di scrittura. Si intitola Vite immaginate, un po’ à la Schwob, e contiene un pugno di storie apocrife, per così dire: ho chiesto infatti a un gruppo di scrittrici e scrittori amici di immaginare un momento – uno solo – della vita del loro autore o autrice preferiti e di raccontarlo. Quella che segue è la piccola prefazione al volume.
Il ricavato delle vendite andrà in beneficienza alla Croce Rossa di La Spezia. Continua a leggere “Che cosa c’è di là”

Tentativo su Frederik Ruysch

 

In una delle sue Operette morali più appartate, Leopardi vivifica per pochi minuti le mummie che Frederik Ruysch tiene nel proprio laboratorio e le fa cantare. Da dietro la porta dello studio, terrorizzato, il medico anatomista olandese si domanda chi mai abbia insegnato loro la musica e, prima di entrare per parlare con loro, si compiace (ma c’è dell’ironia) per averle conservate così bene da vedersele addirittura resuscitate. Entrato nel laboratorio, l’anatomista si rivolge a loro chiamandole «Figliuoli» e chiede se si siano per caso svegliate «insuperbiti per la visita dello Czar». È infatti certo che Pietro il Grande visitò per ben due volte lo studio anatomico del dottor Ruysch alla fine del Seicento, ossia pochi anni prima della posa della prima pietra per la costruzione di Pietroburgo. Non è di secondaria importanza il fatto che, in quegli anni, dopo gli studi a Leida Ruysch si fosse trasferito ad Amsterdam – che è una delle città sul cui modello fu edificata Pietroburgo. Pare che Ruysch e lo zar condividessero alcune passioni, che naturalmente il secondo coltivava a livello amatoriale mentre per il primo costituivano materie di studio e di lavoro: le farfalle, le lucertole e la dentatura umana. Si dice che Ruysch insegnò a Pietro a disegnare l’arcata dentale umana, e che dunque spiegò allo zar la conformazione della bocca e la posizione e la nomenclatura dei denti. Tra le tante passioni bizzarre e largamente documentate di Pietro, si dice ci fosse proprio quella di improvvisarsi dentista di corte: era lui stesso, pare, a cavare i denti ai sottoposti nel Palazzo d’Inverno, e talvolta questa sua pratica veniva esercitata anche senza che ce ne fosse uno stretto bisogno. In una parola: a volte lo zar si svegliava con la voglia di usar le tenaglie, e qualche paggio o scudiero o garzone doveva assecondarlo facendosi cavare un dente buono.

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La seconda vita di un romanzo

Dopo dieci anni, Il demone a Beslan è di nuovo in libreria, ma con una veste nuova: è cambiato l’editore, che ora è Bollati Boringhieri, e ho corretto alcuni errori e imprecisioni che, dopo la prima edizione del 2011, mi sono accorto di aver commesso; ho modificato certe grafie, rendendole più filologiche, ho cancellato un paragrafo dove c’era un errore di punto di vista e ho tradotto in italiano certe cose, ma poche, che erano in lingua. 
Per il resto, Il demone a Beslan è rimasto ciò che era, come è giusto che sia. 

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Il demone a Beslan, risvolto

Il demone a Beslan esce di nuovo, ma per Bollati Boringhieri, il 25 febbraio.

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Riporto qui il testo del risvolto di copertina:

Il 1° settembre 2004 un commando di terroristi fece irruzione nella Scuola n. 1 di Beslan – una cittadina dell’Ossezia del Nord, nel Caucaso – sequestrando oltre mille persone tra studenti, genitori e insegnanti e tenendole segregate in una palestra. Per tre giorni, il mondo restò con il fiato sospeso finché, il 3 settembre, un commando di teste di cuoio fece irruzione nella scuola. Nello scontro morirono trecentotrentaquattro persone, tra cui centottantasei bambini e trentuno dei trentadue terroristi.
A quello sopravvissuto, Andrea Tarabbia ha cambiato nome, dato una biografia immaginaria e un compito, terribile eppure necessario: raccontare, dalle viscere di un carcere dal quale non uscirà più, quei tre giorni. Così Marat Bazarev, questo il nome del narratore, scrive di sé, delle sue illusioni, delle rabbie e dei delitti; non chiede perdono; viene attraversato da paure, follie, allucinazioni, sogni, e noi li attraversiamo con lui, ascoltiamo le voci che lo tormentano e le sue ragioni che, per quanto inascoltabili, sono e restano umane.
Il demone a Beslan torna in libreria dopo dieci anni e, oggi come allora, si fa carico di raccontare l’irraccontabile, facendo dire il Male da chi ha osato compierlo. E lo fa senza paura di guardare in faccia l’orrore e facendo leva sulla cronaca, sulla storia più recente e sul grande potere di trasfigurare la realtà che ha la grande letteratura.

Elfriede Jelinek, “Le amanti”

La nave di Teseo ha ripubblicato in questi giorni Le amanti, romanzo che Elfriede Jelinek ha scritto nel 1975. Quella che segue è la recensione del libro che ho scritto per Tuttolibri del 24 ottobre.

Strano destino, quello di Le amanti di Elfriede Jelinek: pubblicato nel 1975 fu di fatto, grazie anche alle polemiche che il testo alimentò per via della brutale e provocatoria descrizione della condizione femminile nell’Austria degli anni Settanta, uno dei primi successi della futura premio Nobel, ma arrivò in Italia solo vent’anni più tardi, grazie a ES; ebbe poi altri due editori, Sonzogno prima e Frassinelli poi, ma visse all’ombra del più celebre La pianista e soffrì più di altri titoli per via di quella fama di autrice violenta, morbosa e perfino fastidiosa che Jelinek si porta dietro. Ora esce, per la Nave di Teseo, una nuova traduzione firmata da Nicoletta Giacon, che ha il pregio di lasciar vive tutte le ripetizioni ossessive, i ritornelli martellanti che danno forma al romanzo e di riproporre ai lettori italiani uno dei testi capitali della letteratura di lingua tedesca del secondo Novecento.

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Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 14

Capitolo sesto, Una notte laboriosa

È il capitolo della morte di Šatov, ormai decisa e inevitabile, ma che i nostri somministreranno in modo goffo, drammatico, dopo pagine di ripensamenti, fughe, deliri, litigi; si comincia con Ljamšin, Liputin e Virginskij parecchio spaventati: hanno saputo della morte di Fed’ka, che in un’ultima analisi è anche un avvertimento per loro – chiunque va contro la causa, chiunque va contro me, sembra dire Verchovenskij con questa condanna a morte, sarà ucciso. Ljamšin è a letto malato (è così che, nella notte, l’ha trovato Šatov per scucirgli il denaro nel capitolo precedente), ma si alza e va all’appuntamento, dove il primo a parlare è Virginskij, marito della levatrice: «Io so da Šatov che è arrivata sua moglie e ha partorito un bambino. Conoscendo il cuore umano… si può essere sicuri che non farà la denuncia… perché è felice…». Continua dicendo che, quando arriverà, secondo lui, sarà sufficiente chiedergli la parola d’onore che non denuncerà. Verchovenskij, naturalmente, vuole la morte (si scoprirà che l’odio verso Šatov non è solo politico, ma che Pëtr vuole la sua morte per certi trascorsi in Svizzera: pare che Stavrogin non sia l’unico ad aver preso schiaffi in pubblico da Šatov). Continua a leggere “Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 14”