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Andrea Tarabbia

Due delitti contro Kaspar Hauser

La versione di Paolo Zanotti

[Questo pezzo esce oggi sul n.78 di Nuovi Argomenti, che è curato da Giancarlo Liviano D’Arcangelo e Raffaello Palumbo Mosca e porta il titolo di Lezioni di vero. È la rielaborazione di un intervento sull’ultimo, incompiuto libro di Paolo Zanotti, dedicato alla figura di Kaspar Hauser, che ho tenuto all’Università Ca’ Foscari di Venezia il 15 dicembre scorso in occasione del convegno Compalit dedicato al tema Maschere del tragico].

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Magari no

È il finale di un pezzo in cui parlo di scrittura, riscrittura e artigianato. Ci tengo perché in qualche modo c’entra con un lungo lavoro a cui sono dedito ormai da tre anni e che, forse, quest’anno riuscirò a chiudere.
Il pezzo, nella sua interezza, è qui

[…]
Ho trovato questa immagine, che mi pare bellissima:

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La formula per raccontare tutto

Sul sito dell’Aula di lettere di Zanichelli è uscito un articolo in cui provo a fare il punto su una cosa che vado raccontando da tempo quando vado nelle scuole a parlare di letteratura.

«C’era una volta…
“Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.»

Così comincia Pinocchio. È, a suo modo, un incipit sorprendente per molti motivi. Collodi, infatti, decide di cominciare il suo romanzo come la più classica delle favole: «C’era una volta…». Ma immediatamente si interrompe e lascia che siano i suoi lettori a intervenire nel testo: “Un re!” esclamano. Che cosa sta succedendo? Come si comportano i lettori di Pinocchio? Come, con ogni probabilità, ci comporteremmo tutti di fronte al più classico degli incipit: immaginando un mondo narrativo dove si muovono re, regine, forse draghi, e dove ci siano incantesimi, boschi incantati e lieti fini con matrimoni e grandi festeggiamenti. Insomma, C’era una volta si porta dietro un immaginario, e Collodi lo sa. Così decide di ribaltarlo, di impoverirlo: con «No, ragazzi, avete sbagliato» sembra quasi voler dire «No, ragazzi, quella che state per leggere non è una favola, ma un racconto reale: non ci sono mostri né animali parlanti né tantomeno re e regine; qui c’è, anzi, un pezzo di legno». Infatti continua così:
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Regesto delle cose perdute. Quinta continuazione

 

[La prima parte è qui]
[La seconda parte è qui]
[La terza parte è qui]
[La quarta parte è qui]
[La quinta parte è qui]

fin da piccolo la quantità mi ha sempre attratto, le grandi moli, le dimensioni spropositate: andavo in libreria e prendevo in mano i libri grossi (il primo che mi viene in mente è Radici di Alex Haley, a lungo concupito, mentre spuntava da uno scaffale della casa blu degli zii a Como, lo tenevo in mano, lo rigiravo, guardandolo, soppesandolo senza aprirlo, lo ammiravo senza sapere bene che cosa contenesse, di cosa parlasse, e confesso che è un libro che tuttora non ho letto e difficilmente leggerò, ma tutto questo non era importante – ciò che contava era le sue dimensioni, il fatto che qualcuno vi avesse dedicato anni e fatica e avesse ritenuto che le cose che aveva da dire erano molte e molto importanti, impossibili da chiudere in duecento paginette), amavo i dischi dal vivo più che quelli da studio perché nei dischi dal vivo si sentiva distintamente il rumore della folla, il pubblico che, nei ritornelli, esplodeva in un grande canto collettivo che sovrastava la voce microfonata dei cantanti, la massa cantava come un individuo solo, si muoveva come un individuo solo come in una pubblicità elettorale del Partito Comunista che passava in televisione, nella quale si inquadravano dall’alto migliaia di persone, era una manifestazione di piazza negli anni Ottanta, con le bandiere e le tute blu e i megafoni, ma visti dall’alto, dal punto di vista di un uccello o di qualcuno che li osservava dall’ultimo piano di un palazzo, un occhio benevolo che li prendeva tutti, la loro voce, il loro movimento, le loro teste, migliaia e migliaia di teste radunate sotto un unico simbolo, e non ho mai pensato che quell’occhio benevolo potesse invece essere l’occhio di qualcuno che non si limita a osservarli ma che li controlla, li scheda, li segnala, no, l’occhio era benevolo davvero, il suo era uno sguardo d’amore, era il mio sguardo d’amore che, mentre li guardavo dall’alto durante i trenta secondi dello spot elettorale, li sentivo vicini, amici, fratelli senza sapere nulla, in quella metà degli anni Ottanta, di cosa predicassero, di cosa chiedessero e di cosa pensassero
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Tarabya, terapia

Tarabya è un quartiere periferico di Istanbul, sponda europea, infilato nel Bosforo poco prima che il canale si divarichi nel Mar Nero; quartiere borghese e occidentalizzato, oggi è sostanzialmente famoso per i suoi ristoranti, dove si mangia il pesce, le taverne e i night club. Storicamente, è stato a lungo la sede estiva dell’ambasciata tedesca in Turchia. Ho scoperto la sua esistenza anni fa, leggendo Istanbul di Orhan Pamuk: l’avevo portato con me durante un breve viaggio in Turchia, e sorprendentemente quel libro straordinario parlava di me.
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Regesto delle cose perdute. Quarta continuazione

[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

[La terza parte è qui]

[La quarta parte è qui]

da adolescente ho spesso immaginato, in modo del tutto innocente e senza nessuna forma d’odio o livore nei loro confronti, di separarmi dai miei genitori, di scomparire dalle loro vite in modo silenzioso e, come mi rendo conto oggi, subdolo; ma non era una sparizione totale, quella che sognavo: mi figuravo di andare ad abitare nell’appartamento di fronte al loro, di condividere il pianerottolo, di vivere loro accanto senza però che essi lo sapessero, e mi immaginavo di ascoltarli da dietro la porta del mio appartamento di fantasma, di sentirli muoversi e parlare, calibrando gli orari delle miei uscite in modo da non incrociarli mai e trascorrendo un’esistenza silenziosa, priva di rumori e di segni: per loro, io non ci dovevo più essere, mentre invece non vivevo che una vita complementare, un’esistenza riflessa, persa nell’osservazione delle loro giornate prive di me, e tutto questo allo scopo di osservare il mondo, il mio mondo, standone fuori, non partecipandovi eppure vivendoci tanto vicino da poterlo percepire, da farne di fatto ancora parte anche se in modo clandestino, sotterraneo, osservare la quotidianità della mia famiglia senza di me, vederla convivere con la mia assenza, conoscerne i meccanismi e le abitudini e le disperazioni e viverle accanto, adeso come un fantasma o un angelo custode e, in definitiva, volerle bene da lontano, lasciarla sola per vegliare su di lei
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Regesto delle cose perdute. Terza continuazione

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[La seconda parte è qui]

[La terza parte è qui]

la casa blu degli zii (poi solo della zia, dopo il divorzio) a Como, l’unica casa perduta che ancora, a volte, mi viene in mente, l’unico appartamento dove ho amato andare: aveva stanze enormi, pareti lunghe sei, sette metri, ed era una casa vecchia, in fondo modesta, con i soffitti alti e bianchi e le pareti dipinte di un navy blue perfettamente omogeneo, caldo, e ai pavimenti una moquette dello stesso, uniforme colore, e pile di giornali e riviste letti e mai buttati, libri a volte ancora avvolti nel cellophan, e mobili semplici, bianchi, neri, rossi, quasi tutti di plastica e di design, le finestre che davano su una strada trafficata e un parco, e l’idea che quel posto, e la porzione della periferia di Como che si vedeva affacciandosi alle enormi finestre della sala, fosse la prima vera città, il primo vero spazio urbano con cui io entravo in contatto
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I miei premi

Il Giardino è nella cinquina del Premio Campiello o, come si dice, ha vinto il Premio Selezione Campiello. Il 10 settembre, al Teatro La fenice di Venezia, ci sarà la serata finale. È una grande notizia, dovevo scriverla da qualche parte. Arriva tra l’altro due giorni dopo un’altra grande notizia, ovvero che il Giardino, insieme a Il romanzo della nazione di Maurizio Maggiani e, di nuovo, a La prima verità di Simona Vinci – con cui ci si vedrà piuttosto spesso da qui a quest’autunno -, è nella terna finalista del Premio Vigevano. La serata finale si terrà presso il Civico Teatro Cagnoni il 15 ottobre.

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Regesto delle cose perdute. Seconda continuazione

[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

negli anni Ottanta, durante i temporali più forti, ci affacciavamo alla finestra appoggiando le orecchie ai vetri, che erano molto sottili e ci permettevano di ascoltare provenire da lontano, da Cesano Maderno se ricordo bene, o addirittura da Seveso, una sequenza di colpi di cannone a salve: «Andrea, vieni a sentire» diceva la mamma, «c’è l’ebreo che spara per spaccare le nuvole»
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