Uscire da Dunkirk

Il tema reale di Dunkirk, quello che Christopher Nolan non è riuscito a sviluppare, è questo: abbandonati dal governo inglese, migliaia di militari, immobilizzati su una spiaggia nel nord della Francia durante la Seconda guerra mondiale, vengono salvati dalla gente comune. Vale a dire: ciò che sta nel cuore dell’opera è, o dovrebbe essere, una forma radicale di patriottismo, ma anche il fallimento di un impero, quello inglese, che non sa e non vuole salvare i suoi soldati. Invece Nolan (che piace a sinistra ma è di destra, basta vedere come tratta Occupy Wall Street nell’ultimo Batman) è ambiguo: non vuole affondare il colpo. Dunque non fa un film totalmente “privato”, incentrato sulla gente comune che da Dover, da Deal, da Folkestone, da Walmer parte a rischio della sua stessa vita per salvare degli sconosciuti che parlano la sua stessa lingua, e nemmeno un film completamente collettivo, incentrato sul dramma comune dei soldati. Sta a metà, come se non sapesse decidersi: sceglie 4 storie-simbolo (di cui solo una sviluppa appieno il tema centrale, ma lo fa con un profilo basso, senza l’ombra di una critica a Churchill – anzi: il finale, con la lettura dell’articolo ultra-patriottico, oltre a essere retorico e sciocco, sembra far crollare i dubbi sul governo che pure uno spettatore accorto si è posto) e le segue: una storia è in aria, una è in terra, sul molo, una è in acqua, un’altra, quella principale, si divide tra acqua e terra. Su tutte, c’è il fuoco dei bombardamenti, molti dei quali – parlo soprattuto della battaglia aerea di Tom Hardy – sembrano, da una parte, un videogioco, mentre, dall’altra, hanno qualcosa di comico, di ridicolo: salta fuori, a un certo punto, che, in tutta la Manica, c’è un solo bombardiere inglese.
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Tre delitti rituali, di Marcel Jouhandeau

Tre delitti orribili, efferati, immorali (ma: esiste un delitto morale? Quello della vittima che uccide finalmente il suo carnefice? Il deportato di Auschwitz che si ribella al gerarca che lo tormenta e si fa giustizia?) sono il motore di questo piccolo libro atroce, pensato e costruito però come un’operetta morale: una madre, probabilmente succuba dell’amante più colto e perverso, immola sull’altare del loro amore la figlia di due anni, annegandola in un catino di zinco per dare una prova d’amore; una donna, sollecitata dall’amante medico, ne uccide la moglie con un coltello mentre il medico, sdraiato accanto alla vittima, le sussurra finte parole d’amore; infine un prete cattolico uccide a bruciapelo la propria amante, le apre la pancia, ne estrae il feto di otto mesi di cui è padre, lo battezza, lo uccide, lo sfigura affinché nessuno si accorga che gli somiglia.
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Il budello di pietra

Nelle prigioni del castello di Ferrara. Si possono visitare, in tutto, tre celle, benché credo che definirle “celle” sia piuttosto riduttivo. A due di queste si accede percorrendo i corridoi sotterranei, dove, nonostante la giornata sia ventilata e, tutto sommato, non insopportabilmente calda, si viene travolti da una spaventosa cappa di umidità, che opprime da subito. Le porte delle celle sono basse, per entrare bisogna inchinarsi (penso al valore simbolico di questo inchino: il prigioniero si genuflette per entrare nella sua prigione; ma anche la guardia, se vuole entrare o deve portare il cibo, si deve genuflettere: così, ogni persona che entra nella cella, in qualche modo, deve inchinarsi al prigioniero); ma l’inchino non è sufficiente, perché, prima di arrivare all’ambiente della cella, c’è un piccolo corridoio, lungo circa un metro e mezzo e alto all’incirca allo stesso modo: un budello di pietra in cui per l’umido, il caldo, e la consapevolezza di dove ci si trova, comincia a mancare il fiato, si suda.
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Poche cose su Elias Canetti

Mi fa uno strano effetto leggere, nei capitoli finali del Libro contro la morte, dedicati agli appunti scritti negli ultimi anni della sua vita, dei riferimenti a Saddam, alla Guerra del Golfo e alla Bosnia. Mi fa un effetto strano perché io mi ricordo esattamente di me durante quegli anni, che sono quelli della mia adolescenza e dell’edificazione di quella forma truccata e generica di impegno che ha contraddistinto la mia giovinezza. All’improvviso, insomma, attraverso Saddam mi rendo conto che io ed Elias Canetti, uno degli autori fondamentali per me, siamo stati vivi nello stesso momento per un certo numero di anni. È un pensiero stupido, ma Canetti è la cosa più vicina al Maestro che io riconosca, Auto da fé, Massa e potere, l’autobiografia, L’altro processo, Le voci di Marrakech, certi saggi contenuti nella Coscienza delle parole sono momenti fondamentali a cui torno spesso magari rubando una frase, un concetto, e Canetti è uno dei quattro, forse cinque autori a cui penso costantemente quando scrivo. Io scrivo una frase e mi dico: «A Canetti, un’immagine di questo tipo, sarebbe piaciuta? Come l’avrebbe fatta lui?» e così via, in un confronto continuo e unilaterale che mi permette di continuare a scrivere solo grazie all’indulgenza che riservo a me stesso.
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Due delitti contro Kaspar Hauser

La versione di Paolo Zanotti

[Questo pezzo esce oggi sul n.78 di Nuovi Argomenti, che è curato da Giancarlo Liviano D’Arcangelo e Raffaello Palumbo Mosca e porta il titolo di Lezioni di vero. È la rielaborazione di un intervento sull’ultimo, incompiuto libro di Paolo Zanotti, dedicato alla figura di Kaspar Hauser, che ho tenuto all’Università Ca’ Foscari di Venezia il 15 dicembre scorso in occasione del convegno Compalit dedicato al tema Maschere del tragico].

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Magari no

È il finale di un pezzo in cui parlo di scrittura, riscrittura e artigianato. Ci tengo perché in qualche modo c’entra con un lungo lavoro a cui sono dedito ormai da tre anni e che, forse, quest’anno riuscirò a chiudere.
Il pezzo, nella sua interezza, è qui

[…]
Ho trovato questa immagine, che mi pare bellissima:

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La formula per raccontare tutto

Sul sito dell’Aula di lettere di Zanichelli è uscito un articolo in cui provo a fare il punto su una cosa che vado raccontando da tempo quando vado nelle scuole a parlare di letteratura.

«C’era una volta…
“Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.»

Così comincia Pinocchio. È, a suo modo, un incipit sorprendente per molti motivi. Collodi, infatti, decide di cominciare il suo romanzo come la più classica delle favole: «C’era una volta…». Ma immediatamente si interrompe e lascia che siano i suoi lettori a intervenire nel testo: “Un re!” esclamano. Che cosa sta succedendo? Come si comportano i lettori di Pinocchio? Come, con ogni probabilità, ci comporteremmo tutti di fronte al più classico degli incipit: immaginando un mondo narrativo dove si muovono re, regine, forse draghi, e dove ci siano incantesimi, boschi incantati e lieti fini con matrimoni e grandi festeggiamenti. Insomma, C’era una volta si porta dietro un immaginario, e Collodi lo sa. Così decide di ribaltarlo, di impoverirlo: con «No, ragazzi, avete sbagliato» sembra quasi voler dire «No, ragazzi, quella che state per leggere non è una favola, ma un racconto reale: non ci sono mostri né animali parlanti né tantomeno re e regine; qui c’è, anzi, un pezzo di legno». Infatti continua così:
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