Su Malaparte

Sull’Indice di questo mese partecipo a uno speciale su Curzio Malaparte. Con me ci sono Marino Biondi, che fa una mappa degli studi pubblicati sull’autore di Kaputt, e Giorgio Pinotti, intervistato da Beatrice Manetti.
Questo è il mio pezzo:

Nel 1997, W.G. Sebald tenne a Zurigo un ciclo di conferenze sul tema Guerra aerea e letteratura (in Italia sono state raccolte nel volume Storia naturale della distruzione, edito da Adelphi nel 2004), il cui argomento fondamentale era, oltre alla definizione della poetica dell’autore, una sorta di rimozione che secondo Sebald aveva colpito gli scrittori tedeschi soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale: vale a dire che fino al 1950 gli autori tedeschi produssero opere nate «da una coscienza falsa e dimidiata, intesa a consolidare la posizione affatto precaria di chi scrive in una società caduta irrimediabilmente in discredito sul piano morale». E ancora: «Per la stragrande maggioranza dei letterati rimasti in Germania […] fu molto più urgente ridefinire la propria immagine anziché raffigurare il mondo reale che stava loro intorno». Secondo Sebald, la letteratura tedesca di quegli anni, di fronte alla distruzione sia fisica che morale della Germania, voltò lo sguardo dall’altra parte. Le città erano state rase al suolo, il popolo tedesco aveva subito delle perdite inimmaginabili ma, ecco, si trattava di un popolo colpevole: dunque la sua distruzione passò quasi sotto silenzio, si pensò che non fosse morale occuparsi della tragedia che la gente comune aveva vissuto. In seguito a questi interventi, a Sebald non furono risparmiati attacchi né critiche, come sempre avviene a chi punta il dito su qualcosa di rimosso.

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Tre frammenti sull’infinito

(per Mario García Torres)

Si apre domani, alla Galleria Franco Noero di Torino, una mostra dell’artista messicano Mario García Torres. Qualche tempo fa, Mario ha chiesto a me e, credo, ad altri scrittori italiani di immaginare un pezzo sul concetto di non-finito, di non-concluso, a partire dalla vicenda che ruota attorno a Untitled (Red Square), opera che David Hockney lasciò misteriosamente incompiuta (?) nel 1964.

Quello che ho scritto fa parte di una piccola pubblicazione correlata alla mostra. Il pezzo che segue è un frammento del mio contributo.

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Peredelkino

Ritrovo questo pezzo, che credo di aver scritto una quindicina di anni fa. Eravamo andati a Peredelkino a trovare Pasternak, che da molti anni non vi abitava più.

A Peredelkino ci siamo andati in giornata. Basta prendere un trenino suburbano da non mi ricordo quale stazione di Mosca, infilarsi nella steppa bagnata e percorrerla per circa un’ora seduti su quelle panche di legno marcescente, immersi nell’odore di Russia, quell’odore che ti rimane appiccicato per giorni anche dopo il rientro in Italia, il sudore, la terra, il tabacco scadente, il freddo, la neve, il fango sotto le scarpe, i denti d’oro o di latta, le enormi signore della steppa piene di borse e di vestiti e di figli e di cose da chiedere, da raccontare, piene di fiori. Il treno passa in mezzo al niente, lo taglia, percorre chilometri e chilometri di campi sterminati, deserti, ogni tanto una piccola costruzione in legno, un orto con la recinzione completamente distrutta, putrescente, le barbabietole, lunghe strade di fango e di sassi, e il grigio, e il marrone. A volte si fanno soste incomprensibili in mezzo alla steppa. Non c’è stazione, non c’è un cartello. Il treno rimane immobile per qualche minuto nel nulla, tra gli alberi nella boscaglia; dalla folla si stacca qualcuno, raccatta le sue cose dal pavimento, chiede permesso, fa spostare i fumatori dai predellini, gli ubriachi con i denti marci, si carica sulle spalle le sue grandi buste o le ceste che si è portato da Mosca, e scende, si tuffa tra le betulle, prende dei sentieri invisibili e si lascia risucchiare dalla terra russa. Vanno a casa.

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Zolfo

Su Narrandom c’è un mio piccolo racconto ispirato alla figura di un pittore secentesco che non viene mai nominato, ma che dovrebbe risultare riconoscibile. Narrandom è un sito di scritture che funziona in modo particolare: periodicamente viene estratta una parola, che diventa il tema o la base di alcuni racconti. A me, appunto, è capitata Zolfo. Il sito è stato ideato da alcuni ex allievi della Scuola Holden, dove insegno da qualche anno.

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Uscire da Dunkirk

Il tema reale di Dunkirk, quello che Christopher Nolan non è riuscito a sviluppare, è questo: abbandonati dal governo inglese, migliaia di militari, immobilizzati su una spiaggia nel nord della Francia durante la Seconda guerra mondiale, vengono salvati dalla gente comune. Vale a dire: ciò che sta nel cuore dell’opera è, o dovrebbe essere, una forma radicale di patriottismo, ma anche il fallimento di un impero, quello inglese, che non sa e non vuole salvare i suoi soldati. Invece Nolan (che piace a sinistra ma è di destra, basta vedere come tratta Occupy Wall Street nell’ultimo Batman) è ambiguo: non vuole affondare il colpo. Dunque non fa un film totalmente “privato”, incentrato sulla gente comune che da Dover, da Deal, da Folkestone, da Walmer parte a rischio della sua stessa vita per salvare degli sconosciuti che parlano la sua stessa lingua, e nemmeno un film completamente collettivo, incentrato sul dramma comune dei soldati. Sta a metà, come se non sapesse decidersi: sceglie 4 storie-simbolo (di cui solo una sviluppa appieno il tema centrale, ma lo fa con un profilo basso, senza l’ombra di una critica a Churchill – anzi: il finale, con la lettura dell’articolo ultra-patriottico, oltre a essere retorico e sciocco, sembra far crollare i dubbi sul governo che pure uno spettatore accorto si è posto) e le segue: una storia è in aria, una è in terra, sul molo, una è in acqua, un’altra, quella principale, si divide tra acqua e terra. Su tutte, c’è il fuoco dei bombardamenti, molti dei quali – parlo soprattuto della battaglia aerea di Tom Hardy – sembrano, da una parte, un videogioco, mentre, dall’altra, hanno qualcosa di comico, di ridicolo: salta fuori, a un certo punto, che, in tutta la Manica, c’è un solo bombardiere inglese.
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Tre delitti rituali, di Marcel Jouhandeau

Tre delitti orribili, efferati, immorali (ma: esiste un delitto morale? Quello della vittima che uccide finalmente il suo carnefice? Il deportato di Auschwitz che si ribella al gerarca che lo tormenta e si fa giustizia?) sono il motore di questo piccolo libro atroce, pensato e costruito però come un’operetta morale: una madre, probabilmente succuba dell’amante più colto e perverso, immola sull’altare del loro amore la figlia di due anni, annegandola in un catino di zinco per dare una prova d’amore; una donna, sollecitata dall’amante medico, ne uccide la moglie con un coltello mentre il medico, sdraiato accanto alla vittima, le sussurra finte parole d’amore; infine un prete cattolico uccide a bruciapelo la propria amante, le apre la pancia, ne estrae il feto di otto mesi di cui è padre, lo battezza, lo uccide, lo sfigura affinché nessuno si accorga che gli somiglia.
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Il budello di pietra

Nelle prigioni del castello di Ferrara. Si possono visitare, in tutto, tre celle, benché credo che definirle “celle” sia piuttosto riduttivo. A due di queste si accede percorrendo i corridoi sotterranei, dove, nonostante la giornata sia ventilata e, tutto sommato, non insopportabilmente calda, si viene travolti da una spaventosa cappa di umidità, che opprime da subito. Le porte delle celle sono basse, per entrare bisogna inchinarsi (penso al valore simbolico di questo inchino: il prigioniero si genuflette per entrare nella sua prigione; ma anche la guardia, se vuole entrare o deve portare il cibo, si deve genuflettere: così, ogni persona che entra nella cella, in qualche modo, deve inchinarsi al prigioniero); ma l’inchino non è sufficiente, perché, prima di arrivare all’ambiente della cella, c’è un piccolo corridoio, lungo circa un metro e mezzo e alto all’incirca allo stesso modo: un budello di pietra in cui per l’umido, il caldo, e la consapevolezza di dove ci si trova, comincia a mancare il fiato, si suda.
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