Una Venezia del dolore

Ad Auschwitz, vent’anni dopo 

Sono tornato ad Auschwitz, esattamente vent’anni dopo la prima volta che ci ero stato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1998, prendemmo da Cracovia un autobus di linea che, in poco più di un’ora, ci portò nella cittadina di Oświęcim: insieme a noi viaggiavano quasi solo turisti, un gruppo sparuto di persone con gli zaini che, quando l’autista si fermò in prossimità di un parcheggio in periferia della città, si alzò dai propri posti, si avvicinò a lui e domandò, indicando un gruppo di edifici di mattoni rossi che si intravvedeva dietro alcuni alberi, se quello fosse il campo di concentramento. Era una mattina tiepida, c’era un po’ di vento; scendemmo nel piazzale semideserto e ci colpì immediatamente la vista di alcuni palazzi residenziali altri tre piani, le cui finestre si affacciavano sul perimetro spinato del campo. Avevo letto su un quotidiano, poco prima della partenza per le vacanze, che alcune associazioni di sopravvissuti nei mesi precedenti si erano lamentate con i gestori del campo perché, appena fuori dal cancello d’ingresso – quello dove campeggia la sarcastica e brutale scritta Arbeit macht frei – era stata autorizzata l’apertura di un piccolo negozio, che vendeva rullini per macchine fotografiche.

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Il peso del legno – un estratto

Schermata 2018-05-02 alle 11.32.56Esce oggi, nella serie CroceVia di NNEditore – una collana in cui alcuni scrittori italiani non necessariamente credenti sono invitati a ragionare sulle parole fondamentali della cristianità -, il mio libro nuovo, Il peso del legno. È un saggio narrativo, se questa definizione ha senso e se hanno senso le definizioni. Ruota attorno alla parola “croce” e a quel simbolo che è insieme di condanna e di salvezza, di vergogna e di speranza, di redenzione e di colpa. È un saggio, dicevo, perché contiene riflessioni, cita teologi e filosofi, si pone le loro stesse domande; è narrativo, perché ragiona sull’idea di apocrifo, di riscrittura delle Scritture e, in un paio di occasioni, osa riscriverle; è autobiografico, perché qualcuno, a un certo punto, mi ha fatto capire che un libro in cui si parla del simbolo del dolore e del riscatto doveva necessariamente fare i conti con qualcosa di personale. Così, dopo qualche pagina, dico a mio padre una cosa che non gli ho mai detto.
È anche, credo, il libro di qualcuno che cerca Cristo e non lo trova, che legge le Scritture e non le accetta, non in toto per lo meno, che ascolta i predicatori e non li giustifica. È il libro di qualcuno che crede che il messaggio di Cristo sia magnifico e salvifico, ma allo stesso tempo insopportabile, impraticabile.
Si appoggia su tre grandi figure, tre grandi uomini su cui si è abbattuto il peso della missione di Cristo: Simone di Cirene, Giuda, il mio amatissimo Pilato.
Qui di seguito c’è un piccolo estratto, su Simone:
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Il peso del legno

«Ti ho chiesto amore e salvezza, tu mi hai dato una croce».

Uscirà il 17 maggio, ma sarà disponibile presso lo stand dell’editore già durante il Salone del libro di Torino, il mio prossimo libro: si chiama Il peso del legno, esce per la collana CroceVia di NNeditore. Più di un anno fa, mentre stavo nel pieno della stesura del romanzo che uscirà il prossimo anno, mi chiamò Alessandro Zaccuri dicendomi che stava curando una piccola collana nella quale scrittori non praticanti, o atei, o agnostici, si sarebbero misurati con parole e concetti della cristianità. «Avremo un libro sulla passione, uno sulla fede, un altro sulla grazia» disse. «Vorresti farne uno sulla croce?»
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Ultimo domicilio conosciuto – introduzione

Pubblico qui il testo che ho scritto come introduzione alla raccolta di racconti Ultimo domicilio conosciuto, che ho curato e che è arrivata in libreria per i tipi di Morellini.

«E poi vi riguarda: vedrete che vi riguarda.»
Jonathan Littell, Le Benevole

Fin da quando ero piccolo, per qualche motivo che non so, la parola “Norimberga” mi fa paura. Badate: la parola italiana Norimberga, non il nome originale, che è Nürnberg e che non mi fa nessun effetto. Alcune estati fa, dopo molti anni in cui continuamente rinviavo il viaggio e in seguito a certe letture, ci sono andato: era, in un certo senso, anche un modo per mettermi alla prova. Il nome di Norimberga mi inquietava e mi inquieta per via di quel suono lugubre, che chiama subito alla mente la Vergine e certe spaventose pratiche medievali; Norimberga è anche il luogo, però, dove si trova la Unschlittplatz, la piazza del Sego, che è dove nel 1828 fu ritrovato Kaspar Hauser – uno dei miti fondativi dell’unità europea; ma è anche, e per certi versi soprattutto, uno dei luoghi dell’immaginario nazista. Giravo per la città alla ricerca di posti che avessero a che fare con la memoria di quel dodicennio, visitai la sede del Tribunale – dove c’è un museo e l’aula dove si tenne il Processo, ancora attiva e in certi momenti dell’anno aperta al pubblico benché modificata rispetto al 1945/46 – lo Zeppelinfeld, il Campo di Marte e l’impressionante architettura di tutta l’area dei raduni. È un luogo di sintesi, Norimberga: c’è il nostro Medioevo, c’è Kaspar, c’è Hitler; è stata a lungo la capitale dell’industria del giocattolo e dell’ingegneria ferroviaria tedesche.
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Ultimo domicilio conosciuto

Uscirà a breve per l’editore Morellini un’antologia di racconti, nata durante il corso di scrittura che tengo alla Bottega Finzioni di Bologna, che si intitola Ultimo domicilio conosciuto. Sono tredici storie, ognuna dedicata a una pietra d’inciampo posata nella città di Reggio Emilia.
Più avanti pubblicherò il testo della prefazione che ho scritto. Per il momento, riporto la quarta di copertina, che dice così:
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Blok e la rivoluzione

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Esce oggi il numero 80 di Nuovi argomenti, dedicato alla Rivoluzione d’ottobre. Hanno chiesto ad alcuni scrittori italiani di fare dei ritratti di autori russi che, in qualche modo, ebbero a che fare con il 1917. Io partecipo con un articolo su Aleksandr Blok che comincia così:

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Che cosa ho in testa

Immagini di un mondo in cui valga la pena

Esce domani, per Baldini & Castoldi, un libro collettivo curato da Alberto Rollo che si chiama Che cosa ho in testa. Immagini di un mondo in cui valga la pena: si tratta di un pugno di racconti, pezzi biografici, pezzi saggistici e così via, in cui una trentina di scrittori italiani under 45, ciascuno autonomamente, ha provato a rispondere alla domanda che sta nel titolo. Vi partecipo anch’io, con una finta lettera a Simone Weil che parte dai bisogni dell’anima che stanno, elencati, nella prima parte di La prima radice. Anni fa, quando stavo nel Primo amore, ragionammo a lungo su quei bisogni: andavamo perfino in giro a fare delle letture pubbliche, che chiamavamo Comizi, della Prima radice. Ho sempre voluto scrivere una lettera a Simone Weil. Adesso che questo libro mi ha dato l’occasione di farlo, ringrazio chi me l’ha fatta conoscere: gli amici del Primo amore tra cui, in particolare, Sergio Baratto.