Madrigale senza suono – quarta di copertina

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Un uomo solo, tormentato, compie un efferato omicidio perché obbligato dalle convenzioni del suo tempo. Da lì scaturisce, inarginabile, il suo genio artistico. Gesualdo da Venosa, il celebre principe madrigalista vissuto a cavallo tra Cinque e Seicento, è il centro attorno a cui ruota il congegno ipnotico di questo romanzo gotico e sensuale. Come può, è la domanda scandalosa sottesa, il male dare vita a tale e tanta purezza sopra uno spartito?
Per vendicare l’onore e il tradimento, il principe di Venosa uccide Maria D’Avalos, dopo averla sposata con qualche pettegolezzo e al tempo stesso con clamore. Fin qui la Storia. Il resto è la nostalgia che ne deriva, la solitudine del principe: è lì, nel sangue e nel tormento, che Andrea Tarabbia intinge il suo pennino e trascina il lettore in un labirinto. Questa storia – è ciò che il lettore scopre sbalordito – ci parla dritti in faccia, scollina i secoli e arriva fino al nostro oggi, si spinge fino a lambire i confini noti eppure sempre imprendibili tra delitto e genio. Con un gioco colto e irresistibile, tra manoscritti ritrovati e chiose di Igor’ Stravinskij – che nel Novecento riscoprì e rilanciò il genio di Gesualdo – Andrea Tarabbia, scrittore tra i migliori della sua generazione, costruisce un romanzo importante, destinato a restare. L’edificio che attraverso Madrigale senza suono Tarabbia innalza è una cattedrale gotica da cui scaturisce la potenza misteriosa della musica. È impossibile, per il lettore, non spingere il portale. E, una volta entrato, non restarne intrappolato.

In uscita il 21 febbraio per Bollati Boringhieri.

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Madrigale senza suono

Schermata 2019-01-03 alle 16.10.32Il libro nuovo, l’ultimo elemento della piccola costellazione di cui parlavo qualche settimana fa, si intitola Madrigale senza suono e sarà in libreria per i tipi di Bollati Boringhieri il 21 febbraio 2019. Nelle prossime settimane, se ne sarò capace, scriverò qualcosa su come è nato e di cosa tratta. Per adesso, posso dire che parla di musica, di bene, di male, di padri, di figli, di morte, di Dio, del diavolo, di malinconia, di omicidi ahimè dovuti, di cognomi, di Novecento, di demonietti, di carte (forse) ritrovate, di donne bellissime e forse fatali, di nani, di poeti folli e di streghe, infine di genio e talento.
Insomma le solite cose.

Una piccola costellazione

Uscirà a febbraio 2019 un romanzo che, idealmente, chiude una triade (non una trilogia) aperta nel 2011 con Il demone a Beslan e proseguita nel 2015 con Il giardino delle mosche. Non mette conto, ora, di parlare di questo libro nuovo, e nemmeno forse di annunciarne titolo ed editore. Ci sarà tempo per tutto questo. Adesso è tempo di fare un altro ragionamento, di dire qualcosa di cui mi sono reso pienamente conto in anni relativamente recenti, e che non ha a che vedere soltanto con quanto ho scritto dentro i romanzi che compongono questa triade, ma con quasi ogni cosa che ho scritto e pubblicato da quel 2011.
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Una Venezia del dolore

Ad Auschwitz, vent’anni dopo 

Sono tornato ad Auschwitz, esattamente vent’anni dopo la prima volta che ci ero stato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1998, prendemmo da Cracovia un autobus di linea che, in poco più di un’ora, ci portò nella cittadina di Oświęcim: insieme a noi viaggiavano quasi solo turisti, un gruppo sparuto di persone con gli zaini che, quando l’autista si fermò in prossimità di un parcheggio in periferia della città, si alzò dai propri posti, si avvicinò a lui e domandò, indicando un gruppo di edifici di mattoni rossi che si intravvedeva dietro alcuni alberi, se quello fosse il campo di concentramento. Era una mattina tiepida, c’era un po’ di vento; scendemmo nel piazzale semideserto e ci colpì immediatamente la vista di alcuni palazzi residenziali altri tre piani, le cui finestre si affacciavano sul perimetro spinato del campo. Avevo letto su un quotidiano, poco prima della partenza per le vacanze, che alcune associazioni di sopravvissuti nei mesi precedenti si erano lamentate con i gestori del campo perché, appena fuori dal cancello d’ingresso – quello dove campeggia la sarcastica e brutale scritta Arbeit macht frei – era stata autorizzata l’apertura di un piccolo negozio, che vendeva rullini per macchine fotografiche.

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Il peso del legno – un estratto

Schermata 2018-05-02 alle 11.32.56Esce oggi, nella serie CroceVia di NNEditore – una collana in cui alcuni scrittori italiani non necessariamente credenti sono invitati a ragionare sulle parole fondamentali della cristianità -, il mio libro nuovo, Il peso del legno. È un saggio narrativo, se questa definizione ha senso e se hanno senso le definizioni. Ruota attorno alla parola “croce” e a quel simbolo che è insieme di condanna e di salvezza, di vergogna e di speranza, di redenzione e di colpa. È un saggio, dicevo, perché contiene riflessioni, cita teologi e filosofi, si pone le loro stesse domande; è narrativo, perché ragiona sull’idea di apocrifo, di riscrittura delle Scritture e, in un paio di occasioni, osa riscriverle; è autobiografico, perché qualcuno, a un certo punto, mi ha fatto capire che un libro in cui si parla del simbolo del dolore e del riscatto doveva necessariamente fare i conti con qualcosa di personale. Così, dopo qualche pagina, dico a mio padre una cosa che non gli ho mai detto.
È anche, credo, il libro di qualcuno che cerca Cristo e non lo trova, che legge le Scritture e non le accetta, non in toto per lo meno, che ascolta i predicatori e non li giustifica. È il libro di qualcuno che crede che il messaggio di Cristo sia magnifico e salvifico, ma allo stesso tempo insopportabile, impraticabile.
Si appoggia su tre grandi figure, tre grandi uomini su cui si è abbattuto il peso della missione di Cristo: Simone di Cirene, Giuda, il mio amatissimo Pilato.
Qui di seguito c’è un piccolo estratto, su Simone:
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Il peso del legno

«Ti ho chiesto amore e salvezza, tu mi hai dato una croce».

Uscirà il 17 maggio, ma sarà disponibile presso lo stand dell’editore già durante il Salone del libro di Torino, il mio prossimo libro: si chiama Il peso del legno, esce per la collana CroceVia di NNeditore. Più di un anno fa, mentre stavo nel pieno della stesura del romanzo che uscirà il prossimo anno, mi chiamò Alessandro Zaccuri dicendomi che stava curando una piccola collana nella quale scrittori non praticanti, o atei, o agnostici, si sarebbero misurati con parole e concetti della cristianità. «Avremo un libro sulla passione, uno sulla fede, un altro sulla grazia» disse. «Vorresti farne uno sulla croce?»
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Ultimo domicilio conosciuto – introduzione

Pubblico qui il testo che ho scritto come introduzione alla raccolta di racconti Ultimo domicilio conosciuto, che ho curato e che è arrivata in libreria per i tipi di Morellini.

«E poi vi riguarda: vedrete che vi riguarda.»
Jonathan Littell, Le Benevole

Fin da quando ero piccolo, per qualche motivo che non so, la parola “Norimberga” mi fa paura. Badate: la parola italiana Norimberga, non il nome originale, che è Nürnberg e che non mi fa nessun effetto. Alcune estati fa, dopo molti anni in cui continuamente rinviavo il viaggio e in seguito a certe letture, ci sono andato: era, in un certo senso, anche un modo per mettermi alla prova. Il nome di Norimberga mi inquietava e mi inquieta per via di quel suono lugubre, che chiama subito alla mente la Vergine e certe spaventose pratiche medievali; Norimberga è anche il luogo, però, dove si trova la Unschlittplatz, la piazza del Sego, che è dove nel 1828 fu ritrovato Kaspar Hauser – uno dei miti fondativi dell’unità europea; ma è anche, e per certi versi soprattutto, uno dei luoghi dell’immaginario nazista. Giravo per la città alla ricerca di posti che avessero a che fare con la memoria di quel dodicennio, visitai la sede del Tribunale – dove c’è un museo e l’aula dove si tenne il Processo, ancora attiva e in certi momenti dell’anno aperta al pubblico benché modificata rispetto al 1945/46 – lo Zeppelinfeld, il Campo di Marte e l’impressionante architettura di tutta l’area dei raduni. È un luogo di sintesi, Norimberga: c’è il nostro Medioevo, c’è Kaspar, c’è Hitler; è stata a lungo la capitale dell’industria del giocattolo e dell’ingegneria ferroviaria tedesche.
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