Su “Randagi” di Marco Amerighi

È la recensione del libro di Amerighi, uscito la scorsa settimana per Bollati Boringhieri, che ho scritto per TuttoLibri della Stampa del 28 agosto.

C’è un buco nero e profondo, nel genio famigliare dei Benati – la stirpe protagonista di Randagi di Marco Amerighi: e non è, o non è necessariamente, quello annunciato alla prima riga del romanzo, vale a dire quella caratteristica propria di tutti i maschi che li porta, da generazioni, a dileguarsi, a scomparire letteralmente nel nulla per periodi più o meno lunghi e infine a tornare a casa senza dare spiegazione alcuna; è piuttosto, questo genio, una vocazione al fallimento, alla rinuncia: è così per nonno Furio, il Benati con cui si apre il romanzo, disperso in Etiopia e dato per morto, e che invece ad Addis Abeba costruisce una famiglia che abbandona quando suo padre lo scova e gli impone di tornare in Italia – nessuno saprà mai quanto dolore ha provato per questa separazione, ma quel che è certo è che la sua vita diverrà una sequela continua di autopunizioni e tentativi di espiazione;

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La vita invisibile

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Per i tipi di Avagliano editore, esce in questi giorni un’antologia a cura di Francesca Bonafini e Caterina Falconi. Si chiama La vita invisibile e, come dice il sottotitolo, raccoglie Racconti di preghiera, pellegrinaggio, miracolo. Vi partecipo da ateo, con un racconto che è finito nella sezione dedicata al Miracolo; a lungo sono stato indeciso se intitolarlo La disputa – poiché di questo si narra –  o, dostoevskianamente, Il miracolo, il mistero, l’autorità: ho ceduto al vezzo dostoevskiano, alla fine, dato che l’idea del racconto parte dalla lettura dello splendido commento che Vasilij Rozanov fece della Leggenda del Grande Inquisitore, e la storia comincia proprio con una rielaborazione di alcuni passi del saggio rozanoviano. 

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Ivan Bunin, Giorni maledetti

Questa recensione di Giorni maledetti, il diario della guerra civile sovietica scritto da Ivan Bunin e pubblicato recentemente da Voland, è uscita ieri su TuttoLibri.

Nobile d’origine e aristocratico di pensiero, Ivan Bunin accolse la Rivoluzione d’Ottobre come una catastrofe da cui gli fu impossibile cavare il benché minimo conforto. Rimase a Mosca finché gli fu possibile, trascorrendovi l’anno delle rivoluzioni e parte del 1918, poi si trasferì a sud, a Odessa, da cui vide infuriare la guerra civile; quando capì che le cose sarebbero precipitate e che la sua stessa vita era in pericolo si imbarcò e, attraverso il Bosforo, raggiunse l’Europa occidentale. Era il 1919: a Parigi si costruì in fretta, nell’ambiente dell’emigrazione russa, una seconda vita e una prestigiosa carriera intellettuale, che l’avrebbe portato, nel 1933, a essere il primo russo a vincere il Nobel per la Letteratura e a dare il via a una tradizione di laureati dissidenti che annovera Pasternak, Solženicyn e Brodskij. Non tornò più nella madrepatria, che del resto ormai non sapeva riconoscere: morì nel 1953, pochi mesi dopo l’odiato Stalin.

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I demoni russi. Un frammento

Metto qui le prime due pagine dell’introduzione ai Racconti di demoni russi (Il Saggiatore), dove si parla di Vrubel’ e di strane possessioni

«Sono scomparsi col tempo nel buio,
come follia o ispirazione,
la sua fronte senza corna
e la sua riflessione severa».

Andrej Belyj, Il demone, 1908

In un affettuoso resoconto degli ultimi anni trascorsi su questo mondo da Michail Vrubel’, il poeta simbolista Valerij Brjusov raccontò di come il pittore, ormai sopraffatto dalle sue ossessioni e dalla follia, parlasse con orrore di una delle ultime grandi opere che la salute gli aveva concesso di comporre, Ostrica con perla, confidando all’amico, in un sussurro, che quel quadro lo tormentava come una maledizione. Ormai ricoverato in una clinica per malati di mente e quasi del tutto cieco, Vrubel’ si stupiva di come, nella raffigurazione di quella conchiglia che sembra contenere l’universo intero, egli fosse stato spinto a rappresentare due figure femminili, immagini forse di sirene o di divinità marine, di cui però almeno una – credo la seconda, quella che sta più in basso – era scaturita dal suo pennello come all’improvviso e contro la sua stessa volontà. VrubelVrubel’, che aveva poco più di cinquant’anni ma sembrava un vecchio, era convinto che in quella seconda figura fosse raffigurato lui. «È lui» diceva «Sta facendo cose come questa ai miei quadri. S’è preso questo potere perché io, senza esserne degno, ho dipinto il Cristo e la Madre di Dio. Ha stravolto tutti i miei lavori…». Raccontando questo episodio, Brjusov non ebbe nemmeno bisogno di specificare chi fosse quel lui a cui il pittore si riferiva: era chiaro, a lui come ai lettori del suo memoir, che l’immagine che accompagnò gli ultimi anni di Vrubel’ era quella del diavolo che, insinuandosi perfino nei suoi quadri, veniva a punirlo per una vita vissuta nel peccato.
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Se stanotte muoio, fa’ così

(Autobiografia per libri posseduti)

A un certo punto di Compro libri, anche in grandi quantità (Utet Libri), Giovanni Spadaccini, libraio reggiano d’occasione e amico mio, scrive un breve capitolo, i cui titolo e attacco ricalco in questo mio pezzo, dove immagina di fare a sua moglie l’elenco dei libri che considera identitari, e che lei dovrà mettere da parte in caso di una sua morte improvvisa. Da molti anni ragiono sulle biblioteche personali come fattore identitario, e sui libri amati come traccia per una (auto)biografia possibile. Dunque, nel giorno in cui Compro libri, anche in grande quantità arriva nelle librerie, do il mio piccolo contributo.

Ecco, allora, se dovrai fare in fretta, comincia da Dostoevskij, perché tutto comincia sempre da Dostoevskij: le Memorie, quelle dal sottosuolo ovviamente, e poi Delitto e i Karamazov; in realtà dovresti prendere ogni suo libro, compresi il Diario e le Lettere, ma sto immaginando che dovrai far stare tutto dentro a una valigia o a qualcosa di trasportabile – magari quelle grandi e resistentissime buste della spesa verdi e blu che abbiamo nello sgabuzzino – e dunque devo fare delle scelte. È bello, dover fare delle scelte: costringe a circoscriversi, a pensarsi davvero. Poi Piovene, e anche qui è dura: io vorrei dormire nella lingua di Piovene. Ma tu prendi Le stelle fredde o Le furie. No, prendi tutti e due. Di Canetti prendi tutto quello che trovi, tranne il teatro e gli aforismi, anche se lui non sarebbe d’accordo. Prendi Il Maestro e Margherita, l’edizione dei Grandi libri, e le testimonianze di Nadežda Mandel’štam e Jan Karski; ancora russi: i racconti di Andreev (quelli curati da Spendel), La terra felice di Platonov, il Makanin grosso, i Racconti di Pietroburgo nell’edizione che ti piace di più, e qualcosa di Čechov per i viaggi che farai. I formalisti russi curati da Todorov, se ci stanno: li hai studiati anche tu, ricordi?
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Racconti di demoni russi: l’indice

Esce oggi l’antologia Racconti di demoni russi che ho curato per Il Saggiatore. Poiché qualcuno me l’ha chiesto, e visto che l’editore lo ha già mostrato sui suoi canali social, metto qui l’indice dell’opera.

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I demoni russi. Un frammento
Andrea Tarabbia

 

Prologo in versi

Il demone
Michail Lermontov

 

Parte prima. Demoni immaginari

Scena dal Faust
Aleksandr Puškin

Il Vij
Nikolaj Gogol’

Il concerto dei demoni
Michail Zagoskin

La notte di Pasqua (Leggenda)
Michail Saltykov-Ščedrin

La regina dei baci
Fëdor Sologub

Il sacrificio
Aleksej Remizov

Cosa vidi al sabba
Valerij Brjusov

Il gran ballo di Satana
Michail Bulgakov

 

Parte seconda. Demoni reali

Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič
Fëdor Dostoevskij

Il fiore rosso
Vsevolod Garšin

Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk
Nikolaj Leskov

Il monaco nero
Anton Čechov

L’abisso
Leonid Andreev

Il diavolo
Marina Cvetaeva

Uno spavento
Aleksandr Kuprin

Un satana del pensiero
Andrej Platonov

 

Epilogo in musica

Storia del soldato
Opera in due parti con musiche di Igor’ Stravinskij e libretto di Charles-Ferdinand Ramuz

Diario di scrittura del Demone a Beslan

È il pezzo che ho scritto per TuttoLibri della Stampa di sabato 3 aprile

Per molto tempo, mi sono rifiutato di scrivere Il demone a Beslan.

È un romanzo che prova a riscrivere i fatti terribili accaduti a Beslan, un paesone di poco più di 30.000 abitanti perso nell’Ossezia del Nord, uno Stato del Caucaso settentrionale: lì, com’è noto, tra l’uno e il tre settembre del 2004 un commando di 32 terroristi, alcuni dei quali ceceni, fece irruzione nella Scuola n. 1, sequestrando oltre mille persone tra bambini, insegnanti, bidelli e genitori. Per 3 giorni, i sequestratori e le loro vittime convissero nella palestra della scuola, che è il luogo dove il terzo giorno, dopo molte mediazioni andate male, le teste di cuoio russe fecero irruzione contribuendo alla morte di 334 persone, di cui 186 bambini. Questi i fatti, per sommi capi e per come tutti noi li abbiamo seguiti, in diretta, tramite la televisione. Negi anni immediatamente successivi alla strage ho radunato, con la flemma di chi non ha intenzione di lavorare sopra il materiale che accumula, libri, reportages, articoli in varie lingue, fotografie e video di quei tre giorni. Per qualche motivo quei fatti mi attiravano, ma non sapevo perché: del resto, ogni tanto mi capita di preparare dei piccoli dossier su certi fatti o certe figure di cui mi invaghisco, e lo faccio a tempo perso, per creare un archivio personale.

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Racconti di demoni russi

Giovedì 22 aprile esce per il Saggiatore un libro a cui tengo moltissimo. Si chiama Racconti di demoni russi ed è un’antologia che attraversa quasi due secoli di letteratura russa e vi scova demoni reali e immaginari: si parla di diavoli, forze impure, possessioni, ma anche di violenza, follia, ossessioni. Ci sono testi di Bulgakov, Dostoevskij, Gogol’, Lermontov, ma anche cose meno note e lette, come Remizov, Sologub, Zagoskin. E ci sono un paio di chicche.

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Premio Opera Prima 2021

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Per il secondo anno, sono il coordinatore del Premio Opera Prima (POP). Il POP è un premio che si tiene nel contesto del Master in editoria della Fondazione Mondadori di Milano e consiste, in sostanza, di un premio e una menzione: il premio va al miglior libro d’esordio dell’anno; la menzione va al libro con la migliore cura editoriale.
Il mio lavoro consiste nel selezionare i dieci titoli di partenza e nel coordinare i lavori del premio; gli allievi e le allieve del Master decidono la cinquina e una giuria allargata vota i vincitori.

Tra i dieci di quest’anno ci sono romanzi storici, biografie, storie di ossessioni, saghe famigliari, romanzi di formazione: c’è tutto, o quasi tutto, quello che si può fare con la scrittura. Sono libri – è questo ciò che mi interessa maggiormente quando faccio il lavoro di selezione – che rivelano una voce, a volte già matura, a volte solo promettente, ma insomma: sono libri che dicono che sono nati degli autori e delle autrici che faranno altri libri forse grandi, perché hanno una visione della letteratura e del mondo e hanno trovato una forma per raccontarli. Non è poco. Non è poco per niente.

La serata di proclamazione sarà a Milano mercoledì 30 giugno, presso la sede della Fondazione Mondadori o presso il Laboratorio Formentini per l’editoria (non lo sappiamo ancora, perché dipenderà dalle norme anti-Covid in vigore).

In bocca al lupo ai dieci romanzi del POP 2021.

Una piccola memoria sul Demone a Beslan

Quando lo scrissi, ero una persona molto diversa da quella che sono ora; soprattutto, scrivevo in modo diverso – avevo un altro passo e altri modelli. Così, quando alcuni mesi fa ho ripreso il testo in mano per rileggerlo in vista della pubblicazione, avevo un po’ di paura, temevo soprattutto di trovarci molte ingenuità: ebbene, ne ho trovata qualcuna, ma ho trovato anche una vitalità e una forza di cui avevo solo qualche reminiscenza. Il Demone è per me un romanzo-matrice, il punto da cui il mio percorso è cominciato, è l’inizio e il centro nevralgico di un’idea di letteratura che ho cercato poi di sviluppare in altri libri: ma tutto è, appunto, cominciato da lì.

Demone

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