Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 3

Capitolo terzo. I peccati altrui

I peccati altrui sono appunto questi: Stepan ha perfettamente capito che il suo matrimonio viene combinato per mettere a tacere certi sospetti, e non si dà pace. Non vuole sposarsi, oltretutto con una ragazza che è la sorella di un suo ex allievo e frequentatore, ombroso, del suo circolo. Si intuisce, ma qui Dostoevskij è bravo a non farcelo vedere chiaramente, che c’è un altro motivo per cui Stepan non vuole il matrimonio: ama Varvara e ne è riamato. Ma lei, donna di potere e di relazioni, applica una Realpolitik di cui all’impetuoso Stepan non importa nulla. È un capitolo, questo in cui, in modo sorprendente se si paragona I demonî agli altri grandi romanzi dostoevskiani, il ruolo del narratore si fa meno grigio, meno trasparente: G…v non acquista un nome completo, ma la sua presenza si fa piuttosto ingombrante. Egli è il confidente di Stepan, che con lui si sfoga e di lui ha bisogno in ogni momento, ma, allo stesso tempo, smette di essere qualcuno che semplicemente osserva e, per così dire, trascrive: diventa qualcuno che giudica: «Un tale contegno feriva alquanto il mio amor proprio… (…) Nella foga – e, lo confesso, per la noia di fare il confidente – forse lo accusavo troppo. Nella mia crudeltà, volevo ottenere una sua confessione completa (…)». E così via. G…v si prende anche un intero capitoletto, il secondo, raccontando dello sgradevole incontro avuto con il grande scrittore Karmazinov per via. G…v, da grande ammiratore dei suoi racconti di un tempo (l’opinione che ha invece delle cose più recenti e decisamente più tronfie dello scrittore non è altrettanto buona), s’impiccia, si umilia e umiliandosi si odia. L’atmosfera di questo capitolo non è lontana, per chi vuole fare dei collegamenti, da quella che si respira in A proposito della neve fradicia, la seconda parte delle Memorie dal sottosuolo, soprattutto dall’episodio dello scontro tra l’uomo del sottosuolo e l’ufficiale.

Questo capitolo terzo, è anche il momento in cui, per la prima volta nel romanzo, Dostoevskij usa apertamente alcune tecniche narrative sue tipiche e che però, concentrato com’è stato finora a sviluppare la backstory, non ha potuto usare: gli ingressi improvvisi di certi personaggi nelle stanze dove altri stanno parlando di cose private. Molti degli incontri tra Raskol’nikov e altri personaggi chiave di Delitto e castigo (da Porfirij a Svidrigajlov, per esempio) avvengono a sorpresa nell’abbaino dello studente: Rodja dorme, o si strugge, o ha appena finito di parlare con qualcuno e all’improvviso (vdrug – Michail Bachtin ha dedicato pagine memorabili all’uso di questo avverbio in Dostoevskij), ecco comparire sulla soglia un alter ego del protagonista. Succedono cose analoghe anche nell’Idiota e nei Karamazov, naturalmente, ma ciò che mi interessa ora è I demonî.

Il primo vdrug dei Demonî avviene mentre Stepan e G…v sono a casa del primo, anzi: Stepan, dopo una piccola crisi, si è vestito e sta per uscire, quand’ecco che compare sulla soglia Liputin. Liputin non è solo: «Conduco un visitatore e anche eccezionale! Mi permetto di turbare la vostra solitudine. Il signor Kirillov, ottimo ingegnere civile». Ecco, noi non lo sappiamo ancora, ma Kirillov, portato nel romanzo così, un po’ come per caso, da uno dei personaggi minori, è una delle figure capitali della narrativa russa del XIX secolo, uno dei grandi personaggi-idea di Dostoevskij. G…v lo studia e lo descrive, soprattutto dopo che questi dice di conoscere sia Nikolaj che Pëtr (ecco, chiunque sia entrato in contatto con questi due ottiene immediatamente, per una fascinazione degli altri personaggi che al lettore non può essere ancora del tutto chiara o motivata, un posto di rilievo nel racconto). Kirillov spera di ottenere un incarico in città, dove si sta progettando la costruzione di un ponte, ma intanto, un po’ per canzonarlo, Liputin spiattella che il ragazzo sta scrivendo un libro il cui tema è il suicidio in Russia. Dostoevskij questa cosa la scrive quasi con leggerezza, la fa dire a un personaggio guascone, sciocco, chiacchierone e che tutti più o meno detestano. Ma è una delle idee dominanti del romanzo, e Kirillov è un titano: mai fidarsi della noncuranza dei grandi. Kirillov se la prende con Liputin, si agita, ma il discorso presto verte sul capitano a riposo Lebjadkin, che con Kirillov, e Šatov e la sorella, abita dove abita lui e che, pare, frusta ogni giorno con uno staffile la sorella demente. Si finisce però a parlare di Stavrogin (Stavrogin non c’è, è in Europa, ma è una specie di magnete: tutti prima o poi finiscono per parlare di lui), e Liputin è il primo a insinuare che, forse, in lui c’è un seme di follia.

Finita questa scena convulsa, Stepan e il narratore escono, diretti a casa di Varvara Petrovna, dove vogliono chiarire una volta per tutte i motivi del matrimonio con la Šatova. Ma (altro vdrug, stavolta per via) Stepan viene fermato da Liza, che letteralmente gli si butta il collo e si invita a casa sua. Stepan, emozionatissimo e felicissimo per aver ritrovato la sua allieva di un tempo, corre a casa. Liza dice a Stepan che tutti, ormai, sanno del suo matrimonio, e Stepan chiede al narratore di andare da Šatov: vuole sentire l’opinione, e forse avere il benestare, del fratello della sua improbabile sposa.

G…v non trova Šatov, a casa, ma si imbatte (altro vdrug) in Kirillov. I due parlano del suo libro sul suicidio, nella prima conversazione autenticamente dostoevskiana del romanzo. (È curioso che uno dei due interlocutori sia appunto il narratore, ovvero colui al quale normalmente Dostoevskij dà un ruolo di semplice osservatore: qui, invece, G…v, per un pugno di pagine, si erge all’improvviso a personaggio). Kirillov sostiene che in Russia, oggi, ci siano pochi suicidi, e questo stupisce G…v, che domanda: «Cos’è, secondo voi, che trattiene gli uomini dal suicidio?»(in qualunque libro di qualunque altro autore questa sarebbe una domanda paradossale, ma qui siamo in Dostoevskij). Risposta: due pregiudizi, uno piccolo e uno grande. Quello piccolo: il dolore; quello grande: l’altro mondo. Poi Kirillov chiosa: «Ci sarà piena libertà quando sarà indifferente vivere o non vivere. Ecco il fine di ogni cosa». Se dovrete riassumere Kirillov in un pugno di parole, usate queste. Ma G…v reagisce: «L’uomo teme la morte perché ama la vita» dice, ed è una cosa talmente scontata che Kirillov se la divora: «La vita è dolore, la vita è paura, e l’uomo è infelice. Oggi tutto è dolore e paura. Oggi l’uomo ama la vita, perché ama il dolore e la paura.  (…) La vita si dà oggi in cambio di dolore e paura, e qui è tutto l’inganno. Oggi l’uomo non è ancora quello che deve essere. Verrà l’uomo nuovo, felice e orgoglioso. Quello per cui sarà lo stesso vivere o non vivere (…). Chi vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più». E ancora, poco oltre: «Chiunque vuole la libertà essenziale, deve osare uccidersi. Chi osa uccidersi, ha scoperto il segreto dell’inganno. Più in là la libertà non esiste (…). Chi osa uccidersi è Dio».

Succede, da qui alla fine del capitolo, un altro paio di piccole cose, ma niente che abbia la grandezza atroce delle idee di Kirillov.

 

I capitoli precedenti: 1, 2

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