Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 7

Capitolo terzo. Il duello

Capitolo brevissimo, che ruota attorno al duello tra Stavrogin e Gaganov. Questi, paranoico, esasperato per certi atteggiamenti tenuti da Stavrogin non contro di lui, ma contro la sua famiglia anni prima, è in preda a un odio cieco, in fondo immotivato: Nikolaj ha già porto le sue scuse, ma Gaganov le ha ritenute un’ulteriore offesa. Si porta, come padrino, Mavrikij, promesso sposo di Liza, pare, e dunque non più solo cane da compagnia, e al quale finalmente Dostoevskij dà un ruolo, seppur secondario. A Gaganov tremano le mani per la rabbia e il nervoso, a Mavrikij tremano per la paura e il senso di inadeguatezza per la situazione. Altro affronto: Stavrogin e Kirillov arrivano sul luogo convenuto a cavallo, anziché in carrozza (Nikolaj pensa dunque che non sarà nemmeno ferito e non ha ritenuto opportuno prendere una carrozza). Il duello è comico e drammatico insieme: Gaganov si lamenta perché pensa che Stavrogin, presentandogli le sue scuse, abbia voluto dimostrare la sua superiorità («Lui non ritiene possibile essere offeso da me!»), spara e manca il colpo; è il turno di Stavrogin: egli mira alto, e tutti capiscono che lo fa apposta («Vi do la mia parola che non volevo appunto offendervi, ho sparato in alto perché non voglio più uccidere nessuno, né voi, né altri, ma ciò personalmente non vi riguarda»); secondo colpo: Gaganov manca di nuovo, Stavrogin tira di nuovo alto; Gaganov è su tutte le furie; terzo e ultimo colpo: Gaganov sbaglia ancora, Stavrogin, all’improvviso, preso da una rabbia cupa, tira nel bosco poi, senza osservare l’etichetta, vale a dire senza nemmeno gettare un’occhiata all’avversario, salta sul cavallo e se ne va, lasciando Gaganov più umiliato e offeso di quanto fosse prima del duello.

È Kirillov a osservare che, agendo così, Stavrogin ha oltraggiato l’altro: «Non bisognava offenderlo» dice Kirillov «E come si doveva fare?» «Bisognava ucciderlo». Stavrogin: «Tutti si aspettano da me quello che non si aspettano da altri. A che scopo devo tollerare quello che nessuno tollera e caricarmi apposta di fardelli che nessuno può portare?» Kirillov: «Io credevo che voi stesso cercaste un fardello» «Io cerco un fardello?» «Sì» «Voi… ve ne siete accorto?» «Sì» «È una cosa così visibile?» «Sì».

Fate attenzione a questo capitolo, perché è dove sembra comparire una crepa, la prima, in Stavrogin. Qui, e poco oltre, in un colloquio con Daša che racconterò tra due righe, egli sembra debole, umano, perfino sentimentale. È turbato e non lo nasconde. Tornato a casa si incontra appunto con Daša, che non vorrebbe vedere, e c’è un piccolo colpo di scena: lei è venuta a chiedergli di interrompere i rapporti, perché Varvara Petrovna comincia ad avere sospetti. I due, quindi, sono amanti davvero. Ma non è questo l’elemento centrale della conversazione – non sarebbe Dostoevskij, se creasse una scena in cui due amanti si limitano a lasciarsi: in Dostoevskij c’è sempre qualcos’altro, e in questo caso è qualcosa di morboso, una specie di dipendenza, di cui stavolta la vittima, sorprendentemente visto l’andamento del romanzo ma non se si tiene conto di quello del capitolo, è Nikolaj: «sono così vile e ignobile, Daša, che forse vi chiamerò per davvero “alla fine estrema”, come voi dite, e voi, nonostante il vostro senno, verrete. Perché vi rovinate da voi?» «Siete molto malato» domanda lei in seguito «L’ho veduto di nuovo (…) Da principio qui nell’angolo, proprio qui, vicinissimo all’armadio, e poi è sempre rimasto accanto a me, per tutta la notte, e anche dopo (…)» «Erano già tre mesi che non capitava!» «Ora comincerà la serie delle sue visite. Ieri era sciocco e impertinente. È un ottuso seminarista, la presunzione del settimo decennio del secolo (…) M’irritavo proprio che il mio demonio potesse comparirmi con una maschera così brutta» E ancora: «Sapete il suo tema di ieri? Per tutta la notte continuò ad affermare che faccio dei trucchi, cerco un fardello e delle imprese impossibile, senza crederci io stesso. (…) Kirillov, con le parole stesse del seminarista, dice le medesime cose» E ancora: «Ieri i demoni erano moltissimi! (…) Uno ieri, sul ponte, mi proponeva di sgozzare Lebjadkin e Mar’ja Timofeevna (…) in acconto mi ha chiesto tre rubli (…)» È ovviamente un riferimento a Fed’ka, il forzato: Stavrogin ha un demone che lo visita e che replica per lui le conversazioni che egli ha nella vera vita. Dunque, per lui, tutti finiscono per essere demoni, a cominciare da sé stesso. «Siete sicura che non andrò alla botteguccia di Fed’ka?» chiede a un certo punto e, per la prima volta, non sembrano esserci malizia o secondi fini nelle sue parole. «Oh, Dio!» risponde Daša «perché mi tormentate così?» «Se… voi capite, se anche andassi in quella botteguccia, e poi vi chiamassi, verreste dopo la botteguccia?»  Daša non risponde, se ne va: ma per chiunque stia leggendo queste pagine l’eco dei dialoghi tra Raskol’nikov e Sonja è fortissima, e ciascuno di noi sa che, ecco, in quel caso, anche in quel caso estremo, Daša, se chiamata, tornerà. Allo stesso tempo, naturalmente, la figura del “seminarista” che tormenta Nikolaj avrà uno sviluppo nel personaggio del diavolo che visita Ivan nei Fratelli Karamazov, ma anche qui andremmo troppo oltre e fuori dai compiti che questo lavoro inutile si è prefissato, e che è riassumere I demonî.

Chiudo però con un invito: c’è un romanzo, scritto al principio del Novecento da uno dei più grandi tra gli scrittori dimenticati che la letteratura russa ci ha dato: si chiama Il demone meschino e sembra, per certi versi, l’evoluzione di queste pagine dei Demonî. Chi lo ha scritto si chiama Fëdor Sologub.

Capitolo quarto. Tutti in attesa

Alcune pagine interlocutorie, che servono però a Dostoevskij per confermare qualcosa che, in fondo, sappiamo già: dopo l’episodio con Šatov, e dopo il duello con Gaganov, la fama del taciturno Stavrogin è all’apice. Interessante è un litigio tra i Verchovenskij, padre e figlio, al quale G…v assiste di persona e in cui Pëtr si dimostra feroce, accusando il genitore di essere un parassita di Varvara e umiliandolo. Ma attenzione, i motivi reali di questo livore non sono quelli che tutti sospetteremmo (vale a dire il fatto di essere stato abbandonato da piccolo): G…v, che scrive quattro mesi dopo i fatti che racconta, dice che Pëtr ha delle mire ben precise sul genitore, mire che non vengono specificate ma che confermano ciò che per certi versi ha rivelato Stavrogin a Šatov in via dell’Epifania: Pëtr è tornato in città con un piano che coinvolge tutti. Tra questi tutti ci sono anche Julia Michajlovna, la governatoressa, e il marito di lei, il governatore Andrej Antonovič (Andrea figlio di Antonio: sono io) von Lembke. Pëtr è entrato nelle grazie della governatoressa, che ne sopporta certi eccessi di confidenza e lo accoglie in virtù della sua nascita e del fatto che ha «un’influenza straordinaria sui giovani della capitali»; Pëtr, insolente, si prende gioco anche pubblicamente dell’ingenuo Lembke, che ha commesso l’errore di dirgli che scrive romanzi e gli ha dato in lettura un manoscritto che Pëtr ha finto di perdere.

Capitolo quinto. Prima della festa

Julia Michajlovna ha organizzato una festa di beneficenza in cui sono previste letture di Karmazinov e altri, tra cui Stepan Trofimovič: ciò che viene raccontato in questo capitolo sono i giorni che precedono l’evento e che, dice G…v, sono sporcati da certe “monellerie” che gruppi di giovani che fanno capo alla governatoressa si permettono di fare, facendosi beffe di notabili e funzionari. L’apice di queste monellerie è la profanazione dell’icona della Madre di Dio presso la chiesa della Natività della Vergine. Qui però non c’entra la gioventù: ora si sa che fu opera di Fed’ka, dice G…v, che approfittò del clima goliardico di quelle giornate.

C’è poi un capitolo buffo, storto: il racconto di una gita, a cui partecipano tra gli altri Liza, il non-più-cane Mavrikij e perfino Stavrogin, in un monastero, per incontrare il “beato e profetizzante Semën Jakovlevič” – distributore di tè, zucchero, pagnotte dolci e anatemi, più per un capriccio da santone che per attestazione di santità; ma, prima di questo momento buffo, ce n’è uno terribile: mentre sono per via, ai protagonisti giunge la notizia di un suicida, un ragazzo di 19 anni che, dilapidato il piccolo patrimonio di famiglia in tre giornate di bagordi, si è sparato al cuore; qualcuno propone di andarlo a vedere, giacché egli giace ancora sul divano dov’è morto mentre la polizia fa i rilievi del caso, poiché «ormai la noia era tale che non era il caso di fare i difficili in materia di svaghi, purché fosse una cosa interessante». Così tutti, prima di andare dal santo, vanno a gardare il suicida.

Dopo l’incontro con Semën Jakovlevič Liza ha uno svenimento: esce dal monastero sorretta da Mavrikij e quasi si scontra con Stavrogin: c’è chi assicura, dice G…v, che, trovandoselo di fronte, Liza sia all’improvviso tornata in sé e abbia alzato verso di lui una mano per tiragli uno schiaffo che lui ha evitato solo grazie a una certa prontezza di riflessi.

Altro momento: Varvara convoca Stepan e gli dà il definitivo benservito, assicurandogli una rendita ma chiedendogli di lasciare casa sua. È un litigio tra due persone che potrebbero amarsi, che forse si sono amate, ma che per stanchezza, noia, mal sopportazione hanno deciso, da anni, di farsi del male.

I capitoli della prima parte: 1, 2, 3, 4, 5
I capitoli della seconda parte: 1-2

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