Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 9

Capitolo settimo. Dai nostri

Forse non è un caso se Stavrogin, nel capitolo precedente, ha fatto riferimento a gruppi di cinque persone, poiché G…v, riferendosi alla cellula che Verchovenskij ha assemblato in città, parla proprio di cinque persone: Liputin, Virginskij, Šigalëv, l’ebreo Ljamšin, nominato di sfuggita nella prima parte e «un certo Tolkačenko. Sono tutti presenti a casa di Virginskij, dove si discute e si litiga di argomenti politici come la questione femminile prima che arrivino Stavrogin e Verchovenskij che, pur rimanendo taciturni e in disparte, modificano l’atmosfera, generando tensione e un’attesa che Pëtr finge di non notare finché qualcuno chiede ad alta voce se «siamo in seduta». La cosa viene messa ai voti nel corso di un paio di pagine buffe e beffarde: Dostoevskij prende vistosamente in giro questi circoli che lui stesso, in gioventù, ha frequentato, mettendo in scena un’accolita di allocchi confusi e spaventati, drogati di un’ideologia che li spinge a dire cose che forse pensano, ma in astratto, poiché nel concreto la vita che conducono e in fondo desiderano è in contraddizione con i loro discorsi; accanto a questa posa, che nei più problematici e seri, come Šatov, crea disagio e conflitto, e ai più vacui dà motivo di discussione ai ricevimenti, c’è la fascinazione, la malia che emanano figure oscure come quella di Stavrogin, a cui tutti, per amore o per odio, si inchinano come se lui solo fosse portatore della verità a cui tutti aspirano. Ebbene, queste due paginette farsesche prendono una svolta quando Šigalëv chiede, con una certa solennità, la parola, mettendo dei fogli su un tavolo. (E qui, colpo di genio: Verchovenskij chiede alla padrona di casa un paio di forbici ad alta voce: «Ho dimenticato di tagliarmi le unghie, sono tre giorni che voglio farlo». Così, mentre Šigalëv inizia a esporre una certa sua teoria, uno dei capi, uno dei demonî, fa toeletta in disparte, ma spudoratamente). Šigalëv ha scritto un libro, un trattato politico, e l’inizio è buffo: «Mi sono imbrogliato nei miei propri dati, e la mia conclusione è in diretto contrasto con l’idea originaria da cui parto. Partendo dalla libertà illimitata, concludo a un illimitato dispotismo. Aggiungo però che, all’infuori della mia soluzione della formula sociale, non ce ne può esser altra». È un momento bizzarro: la scena è grottesca, molti ridono, quello si taglia le unghie, questo ammette di essere in contraddizione con sé stesso, eppure, a poco a poco, l’atmosfera di fa seria. Mentre Šigalëv si impappina, uno, uno zoppo, prende la parola e, dicendo di aver letto il libro, lo difende: «Egli propone la divisione dell’umanità in due parti disuguali» dice «Un decimo di essa riceve la libertà personale e un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Questi invece devono perdere la personalità, trasformarsi in una specie di armento e, in una sottomissione senza limiti, raggiungere, con una serie di rigenerazioni, l’innocenza primitiva, qualcosa come il paradiso primitivo, sebbene, del resto, debbano anche lavorare». È un’idea che prende le teorie di Raskol’nikov e le applica alla società. Quando Dostoevskij scrisse queste pagine, mancavano poco meno di trent’anni all’inizio del Novecento. Questa teoria, in questo passo dei Demonî, viene discussa e definita «šigalëvismo» e definita da Verchovenskij, che interrompe la sua toeletta, «una specie di romanzo, un passatempo estetico». Ne viene una lunga discussione con lo zoppo, la cui conclusione è, di nuovo, beffarda, poiché Verchovenskij esorta tutti a uscire dalla teoria e a passare alla pratica: «Entrereste forse in un quintetto, se ve lo proponessi? (…) Non possiamo mica ciarlar di nuovo, come per trent’anni abbiamo ciarlato finora – vi domando cosa preferite: la via lenta, che consiste nel comporre dei romanzi sociali (…) oppure siete per una decisione rapida, in qualunque cosa essa consista, ma che infine sleghi le mani e permetta all’umanità di sistemarsi socialmente per conto suo nello spazio, ormai per davvero, e non sulla carta?» E ancora, in modo se possibile più diretto e che, di fatto, inchioda tutti i presenti alle proprie responsabilità: «Se ognuno di noi sapesse che si trama un assassinio politico, andrebbe a denunciarlo, prevedendo tutte le conseguenze, oppure rimarrebbe a casa, aspettando gli avvenimenti? La risposta alla domanda dirà chiaramente se dobbiamo separarci o restare insieme». Tutti rispondono che non denuncerebbero, benché adesso, nella sala, la sensazione più diffusa sia lo spavento. All’improvviso, Šatov si alza: ha tenuto in mano, per tutto il tempo, il suo berretto, come se, inconsciamente, volesse dire che lui è di passaggio, che non appartiene davvero a questa accolita. Ora è in piedi, rabbioso, e tormenta questo suo berretto, e se ne va. «Šatov, questo non torna a vostro vantaggio» gli urla Verchovenskij, in modo enigmatico e, in fondo, crudele. «In cambio è di vantaggio a te, da quella spia e farabutto che sei!» gli urla Šatov.

Il capitolo si conclude con qualcuno che chiede a Stavrogin di rispondere alla domanda, giacché, a parte Šatov, è l’unico che non l’ha fatto (insieme a Pëtr che l’ha posta, s’intende): «Non vedo la necessità di risponde alla domanda che vi interessa» risponde Nikolaj. «Ma noi ci siamo compromessi, e voi no» gridano alcuni. Risposta: «E a me che importa che vi siate compromessi?» e, chiamato a sé Kirillov esce, esasperando Verchovenskij che, dimenticando il suo contegno e la sua insolenza, gli corre dietro come un ragazzino.

Capitolo ottavo. Lo carevič Ivan

Brevissimo, e strepitoso. Fate attenzione: è di fatto il terzo momento in cui Verchovenskij e Stavrogin si confrontano direttamente, ed è non solo il più drammatico, ma è anche quello dove, per così dire, ogni mistificazione cade e cade ogni filtro, e l’assoluta, folle dipendenza di Pëtr emerge con toni talmente drammatici da risultare quasi comici. Egli ha rincorso, letteralmente, Stavrogin, infangandosi fino al ginocchio: lo raggiunge sulla soglia della casa di Kirillov, e vi entra parlando del forzato Fed’ka: dietro pagamento, è chiaro che Fed’ka non avrebbe problemi né esitazioni nel liberarlo della Lebjadkina. Ma Stavrogin lo stronca, scoprendone il gioco e parlandone apertamente: «Legandomi col delitto credete, naturalmente, di acquistare un potere su di me, non è così? Che bisogno avete di questo potere?» La tensione sale molto velocemente, tanto che i due arrivano a mettersi le mani addosso, e Stavrogin getta Pëtr a terra. E qui c’è un cambiamento di prospettiva: rialzatosi, Pëtr, che fin qui si è rivelato violento e calcolatore in ogni sua mossa, sembra impazzire di dolore e di paura di restar solo: «Facciamo la pace, facciamo la pace» comincia a dire, e lo ripeterà numerose volte nel corso del capitolo. Offre a Stavrogin di portargli Liza l’indomani, gli offre perfino di risparmiare la vita a Šatov il condannato, se questo può placare la sua ira. E dunque: «Ma cosa volete farne infine di me, diavolo!» urla Nikolaj «C’è forse qualche segreto qui? Che talismano avete trovato in me?». La scena si svolge in un clima sempre più parossistico, poiché adesso, e per la prima volta, Verchovenskij, davanti al suo talismano, capisce che non può che aprirsi, non può che essere esplicito: «Ascoltate, faremo una sommossa (…) una sommossa tale che tutto crollerà dalle fondamenta. (…) Basta che ci siano dieci gruppi così in Russia, e io sono inafferrabile».

Ed ecco il programma, straordinario e terribile, di un Verchovenskij prossimo al delirio al cospetto del suo dio: «Nel mondo una sola cosa difetta, l’obbedienza. La sete d’istruzione è già una sete aristocratica. Appena c’è la famiglia o l’amore, ecco subito anche il desiderio della proprietà. Noi uccideremo il desiderio: scateneremo l’ubriachezza, il pettegolezzo, la delazione; scateneremo una corruzione inaudita; spegneremo ogni genio nell’infanzia. Tutto ridotto a un unico denominatore, uguaglianza piena. (…) È necessario solo il necessario, ecco il moto del globo terrestre da ora in avanti». Infine una dichiarazione, che è allo stesso tempo un programma politico: «Stavrogin, siete bello! Sapete che siete bello! Quello che in voi c’è di più prezioso è che qualche volta lo ignorate! Oh, vi ho studiato! (…) Io amo la bellezza. Sono nichilista, ma amo la bellezza (…) io amo un idolo! Voi siete il mio idolo! Voi non offendete nessuno, e tutti vi odiano; sembrate l’uguale di tutti, e tutti vi temono, questo è il bello. (…) Per voi non significa nulla sacrificare la vita, la vostra e l’altrui. Siete proprio l’uomo che ci vuole (…) Voi siete il condottiero, voi siete il sole, e io sono il vostro vermiciattolo… (…) Verrà un tale sconquasso, come il mondo non l’ha ancora veduto… La Russia si oscurerà, la terra piangerà i vecchi dei… Ebbene, sarà qui che noi metteremo fuori… Chi?» «Chi?» domanda Stavrogin, che non può non averlo capito ma che, evidentemente, vuole sentirselo dire: «Lo carevič Ivan» «Chi-i?» «Lo carevič Ivan; voi, voi! (…) Voi siete bello, orgoglioso come un dio, non cercate nulla per voi, avete un’aureola di vittima, siete colui che “si cela”. L’importante è la leggenda! Voi li vincerete, li guarderete e li vincerete. Porta una nuova verità e “si cela” (…) Dovete capire che il vostro conto ormai è troppo alto, e che non posso più rinunciare a voi! Non ce n’è un altro come voi sulla terra! Io vi ho inventato già all’estero; vi ho inventato guardandovi. (…) vi do un giorno… mettiamo due… mettiamo tre; più di tre non posso; e poi la vostra risposta!»

Ecco cosa cerca Verchovenskij, per il suo progetto di distruggere tutto, di ribaltare il mondo: un Cristo, e il suo Cristo è Stavrogin. A queste esortazioni di Pëtr, alla richiesta, disperata, di farsi simbolo della sua rivolta, Stavrogin non risponde, come mai ha risposto nel corso del romanzo quando è stato messo davanti a domande cruciali: quella di Šatov durante La notte («È vero che avete affermato di non vedere differenza di bellezza tra una qualunque prova di bestiale lussuria e qualsivoglia atto eroico, fosse anche quello di sacrificare la vita per l’umanità?»), quella dei nostri riuniti a casa Virginskij, perfino a quella di Kirillov sulla ricerca di un fardello – quando, benché non abbia reagito con il silenzio o andandosene, ha però preferito svicolare.

Giorgio Fontana, che sta leggendo questo riassunto, mi ha fatto notare che esiste una corrispondenza tra questi silenzi di Stavrogin davanti alle grandi domande, che peraltro sono spesso buttate là come per caso da personaggi minori, e certi silenzi del principe Myškin nell’Idiota. L’esempio più noto è quello legato al tema della bellezza che salverà il mondo – la questione è posta infatti proprio sotto forma di domanda: «È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?» chiede Ippolit, altro aspirante suicida, a Myškin. È, questa, una domanda uguale e contraria a quella posta da Šatov, così come, in fondo, Stavrogin è un essere uguale e contrario al principe Myškin. Nota Giorgio, tra l’altro, che queste domande cruciali, oserei dire fondative della poetica dostoevskiana, non hanno, al loro centro, un concetto etico o teologico, ma estetico: sono domande che vertono sulla bellezza, e belli come angeli, anche se a volte sono l’esatto contrario di un cherubino, sono i personaggi a cui vengono poste. L’osservazione di Giorgio sulla bellezza e su questa corrispondenza tra i due grandi romanzi dostoevskiani mi ha fatto pensare ad alcune cose. Per esempio, al fatto che I demonî è successivo di qualche anno all’Idiota. Vale a dire che Dostoevskij si è posto prima la domanda sul fatto che la bellezza possa o meno salvare il mondo, e solo in seguito, probabilmente poiché non ne veniva a capo, ha provato a equiparare la bellezza alla bestialità – in un percorso che a qualcuno, forse, può suonare contrario alla logica e, soprattutto, alla fede cristiana. Il tutto, poi, sempre espresso sotto forma di dubbio, di domanda, e sempre come di sfuggita: ma tenete conto che questo pensiero e questa contraddizione vanno ad aboutir à un livre, I fratelli Karamazov, e à un personnage, Ivan Karamazov, che in qualche modo racchiude e riassume, per come la vedo io, i Myškin, gli Stavrogin, e perfino gli Šatov e i Kirillov. Dire Ivan Karamazov, poi, è dire il Grande inquisitore e trovarsi al cospetto di un altro sovrano silenzio in risposta a una domanda cruciale: quello del Cristo ritornato. Bisognerebbe riprendere in mano Rozanov e quel suo libello sulla novella di Ivan, ma il rischio è che, a rileggere certi libri e a volerli commentare, così come io sto facendo in questi giorni, per quanto velocemente, si finisca per rileggere ogni cosa che si è già letta e che ci ha portato ad essere quelli che siamo.

I capitoli della prima parte: 1, 2, 3, 4, 5
I capitoli della seconda parte: 1-2, 3-4-5, 6

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