Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 13

Capitolo quarto. L’estrema decisione

Pëtr Stepanovič, scalpita, gira, ciarla, difende Stavrogin dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio dei Lebjadkin; da qui alla fine del romanzo il suo sarà tutto un andare e un venire, un brigare sempre più alla luce del sole, un cospirare, un comparire all’improvviso, vdrug, e all’improvviso uno scomparire, e il tutto con un solo obiettivo: legare a sé tutti, e legarli attraverso il delitto, la paura, la colpa e una complicità obbligata e inevitabile. È questo lo scopo di una lunga conversazione con i nostri, in cui viene presa la decisione, finale e irrevocabile, di uccidere Šatov, e se ne studiano il modo e la dinamica. Insieme a Liputin va poi da Kirillov: ha bisogno della conferma definitiva della sua volontà suicida; Liputin lo segue, ma è spaventato, incerto, debole: considera Kirillov un esaltato e lo guarda da un passo indietro e, questi, Kirillov, ricevuto l’ordine di uccidersi l’indomani, non ha occhi e voce che per Pëtr, ma i suoi occhi guardano con disprezzo e la sua voce insulta – «Una sola cosa mi fa schifo» dice a Pëtr, che gli ha appena detto che vorrà essere presente nel momento fatale, di fatto per controllare che egli si suicidi sul serio, «che in quel momento ci sarà vicino a me un rettile come voi». C’è Fed’ka, a casa di Kirillov, che ha tempo per litigare con Pëtr e per schiaffeggiarlo. Poche ore dopo, all’alba, a sette miglia dall’abitato, il corpo del forzato verrà ritrovato, privo di vita.

Capitolo quinto, La viaggiatrice

Dostoevskij ha chiuso gli ultimi due capitoli con due morti violente: Liza, linciata dalla folla davanti a casa Lebjadkin proprio alla fine di pagine in cui avevamo cominciato ad avere il sospetto che fosse più che una figura di contorno e ci eravamo immaginati, al contrario di Stavrogin, di poterle voler bene; Fed’ka, la cui morte non ci emoziona, non ci strazia, ma serve per rendere inequivocabile la potenza funesta di Pëtr: se egli decide che qualcuno deve morire, questo qualcuno muore. Così, quando vediamo che il quarto capitolo si apre con Šatov, condannato dai nostri poche pagine fa, di fatto siamo portati a pensare alla morte. E invece, siccome questo libro è stato scritto da Dostoevskij, c’è un vdrug, e in questo vdrug ci sta la vita, e ci sta in modo storto, naturalmente, e bizzarro. Šatov sembra veramente pronto a denunciare i «farabutti», ma all’improvviso, davanti a casa sua, infreddolita, malaticcia e vestita troppo leggera, all’europea, compare una Mar’ja che non è, ovviamente, la Lebjadkina, ma… Mar’ja Šatova – la moglie che l’ha abbandonato tempo prima per Stavrogin. (È straordinario come per Dostoevskij, nella composizione di una storia, non esista una diceria, un sentito dire che possano essere usati, appunto, come diceria o come sentito dire: letteralmente ogni cosa, ogni persona che viene nominata, anche di sfuggita, nel corso della storia, deve, prima o poi, fare la sua comparsa sulla scena, anche soltanto per un rigo, e prendersi uno spazio, per quanto piccolo). Ma Mar’ja, questa Mar’ja, non compare per un rigo: si prende un capitolo e riesce a stravolgere la storia, la percezione che abbiamo avuto fin qui di certi umori e certe figure. «Sono tornata per cercar lavoro e, se sono venuta direttamente in questa città, è perché tutto mi è indifferente» dice, e forse, debole com’è, non si rende conto di aver detto una menzogna. Šatov si agita, spasima, è evidentemente ancora innamorato: le offre il letto perché si riposi, corre da Kirillov per chiedere del tè e del cibo (e non si accorge, ma noi sì, dello strano, stralunato atteggiamento di quest’ultimo, che sta vivendo la sua ultima notte). Mentre Šatov briga attorno all’ex moglie e si confonde compare a casa sua il giovane Erkel’, nominato finora solo di sfuggita, ma adepto di Verchovenskij jr e da questi mandato per mettersi d’accordo con Šatov per un incontro coi nostri: tempo prima, Šatov ha interrato la tipografia clandestina nel parco degli Stavrogin in un punto preciso e solo a lui noto; i nostri, tramite Erkel’, gli danno appuntamento per la sera successiva affinché egli indichi detto punto (e per tendergli un agguato, come noi ormai sappiamo da L’estrema decisione). Šatov ha fretta, prende accordi di cui si dimenticherà per poi ricordarsene all’ultimo e andare, sereno e felice, incontro alla morte. Sereno e felice?, vi domanderete voi. Certo: sereno e felice, perché la stanchezza di Mar’ja non ha niente a che fare col viaggio e nemmeno con una indisposizione di cui perfino Šatov, rincretinito dall’incontro con la moglie, sembra vagamente accorgersi. Lascio che sia Mar’ja ad aprire definitivamente gli occhi, a Šatov e a noi, sul suo stato: «Ma possibile che non vediate, finalmente, che ho i dolori del parto?» Vdrug. Seguono pagine convulse, comiche, tenere, assurde come soltanto Dostoevskij sa concepire. Pensate: tutto ha, da molte pagine, a che fare con la morte, con la fine: i Lebjadkin, Liza, Fed’ka, la data fissata per Kirillov, la congiura ordita contro Šatov, le ubbie di Stavrogin. E Dostoevskij che fa? Si prende qualche decina di pagine per rendere Šatov felice, buffo, fuori posto, per fargli amare la vita. Marie è incinta! Diventerà padre! Chiede aiuto a Kirillov che, ripeto, sta trascorrendo la sua ultima notte su questa terra ed è solo in casa, tetro, al lume di una candela. Kirillov: «Mi spiace molto di non saper partorire, cioè, non è che io non sappia partorire, ma non so come far partorire… oppure… no, non lo so dire». Buster Keaton! I più grandi scrittori sono coloro che ridono nell’abisso: se c’è mai stata una lezione di Cervantes che Dostoevskij ha imparato e fatto sua, eccola qui. Così Šatov, ormai è notte, va in cerca di una levatrice: sarà la moglie di Virginskij, uno dei nostri; vorrà pagarla vendendo la sua pistola a Ljamšin, un altro dei nostri (ma lei non vorrà denari, poiché lui, con il suo stato di esaltazione e felicità, l’ha «divertita in un modo che ricorderò per tutta la vita; denari da voi non ne prenderò; mi verrà da ridere in sogno. Di più buffo di voi questa notte non avevo mai visto nulla»). Tutti, da qui in poi, lo vedranno felice, impacciato, e tutti penseranno che un uomo che sta per diventare padre, benché di un figlio non suo, poiché come sappiamo lui e la moglie non si vedono da tre anni, non potrà denunciarli, poiché per lui comincia una vita nuova.

Intanto che Šatov gira nella notte in cerca di aiuto, Kirillov fa la posta alla partoriente, e fate attenzione: quando i due si rincontrano, dopo che Šatov ha trovato la levatrice e il denaro che non gli servirà, Dostoevskij, per una pagina, torna all’improvviso metafisico. Kirillov chiede, e lo fa di colpo, dal niente: «Vi capitano, Šatov, dei momenti di armonia eterna?» (strana domanda, ma non in un romanzo di Dostoevskij; ma strana proprio perché fatta in momento che, per Šatov e dal suo punto di vista, è il preludio di un’armonia eterna, e invece, per noi, è un annuncio di morte). Kirillov insiste: «Ci sono dei secondi, non ne vengono che a cinque o sei per volta, in cui sentite tutt’a un tratto la presenza di un’armonia compiutamente raggiunta. (…) In quei cinque secondi io vivo una vita e per essi darei tutta la mia vita, perché vale la spesa». Šatov risponde che queste sono le avvisaglie del mal caduco (di cui Dostoevskij soffriva). Sappiamo che non è così: Kirillov non farà in tempo a soffrire di nessun male.

Infine il bimbo nasce, è piccolo e debole, ma gli Šatov sono felici, si baciano e si fanno promesse; quindi Šatov ricorda l’appuntamento e corre da Erkel’, il quale, appena lo vede, dice: «Mi sembra che ora siate molto felice».
Marie rimane da sola a casa con il bambino, che verrà chiamato Ivan, come Šatov, e che però è, come abbiamo detto, figlio di un altro: Stavrogin.

I capitoli della parte prima: 12345
I capitoli della parte seconda: 1-23-4-567-8, 9, 10-11
I capitoli della parte terza: 1-2-3

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