Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij

Ho letto I demonî per la prima volta, se ben ricordo, nel 1998: allora avevo vent’anni e lessi i quattro grandi romanzi dostoevskiani per il corso monografico su Dostoevskij tenuto all’Università di Milano dal professor Malcovati. Non è necessario che dica che, nella mia vita di lettore – e dunque nella mia vita in generale -, c’è un prima e c’è un dopo questo corso e questo professore. Allora il romanzo mi piacque, ma ero giovane e fui travolto da Delitto e castigo e dai Karamazov. Faticai, mi ricordo, a comprendere appieno la grandezza di Stavrogin; detestavo i Verchovenskij padre e figlio e l’unico personaggio di cui, a memoria, riconobbi subito la grandezza fu Kirillov. Il risultato di queste mezze comprensioni fu che, dei quattro grandi romanzi, I demonî fu quello che mi colpì meno.
L’ho riletto alcuni anni più tardi, probabilmente intorno ai trent’anni, da solo, voglio dire senza altre letture dostoevskiane intorno. Non ho ricordi precisi di questa rilettura, a parte che, questa volta, la smisurata grandezza tragica di Stavrogin mi arrivò in pieno.
Torno su queste pagine per la terza volta in questi giorni, a 42 anni. Per qualche motivo, mentre leggo, provo l’irresistibile impulso di segnarmi le cose che succedono nel romanzo, i personaggi, gli ingressi in scena, il modo in cui Dostoevskij introduce un dialogo. È un lavoro del tutto inutile e arbitrario, che non porterà a nulla se non, una volta che sarà finito se mai lo sarà, ad avere un riassunto e un breve commento di uno dei più grandi romanzi che l’Occidente ha partorito.
La traduzione su cui mi baso è quella che Alfredo Polledro fece nel 1942 per Einaudi. 

Parte prima.
Capitolo primo. In luogo di un’introduzione.

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È un lungo capitolo che di fatto serve come premessa e racconta quella che in certi ambienti viene chiamata backstory. Ruota intorno a due personaggi fondamentali, i due “anziani” del romanzo: Stepan Trofimovič Verchovenskij e Varvara Petrovna. Ma c’è una cosa che viene prima, e che per certi versi è più importante: tra tutti i grandi romanzi dostoevskiani, I demonî è quello che viene narrato in prima persona. Il narratore non è Dostoevskij, ma un certo G…v, residente a Skvorešniki, il paese dove il romanzo è ambientato, amico di lunga data di Stepan Trofimovič e personaggio in grigio: entra in tutte le case, conosce tutti e con tutti ha buoni rapporti, tanto che molti si confidano con lui rendendolo, di fatto, un narratore quasi onnisciente benché sia interno alla storia, ma non esprime quasi mai le sue opinioni, se non in modo molto pacato e riservato: la sua funzione è quella, grossomodo e per quanto è possibile, di essere un personaggio neutro, un puro osservatore che tutti conosce e tutti ascolta e, in seguito, redige quella che più volte definirà una “cronaca”. Ebbene, G…v è sempre in scena, dice sempre “io” e partecipa attivamente all’azione esprimendo opinioni (per quanto “neutre”, come si diceva) e stimolando gli altri personaggi ad aprirsi (lo vedremo tra poco, con Kirillov). Non è l’unico romanzo in cui Dostoevskij usa l’espediente di un personaggio di sfondo che assiste a tutto il dramma che vuole raccontare e poi redige una cronaca: anche il romanzo successivo ai Demonî, I fratelli Karamazov, è costruito su questo artificio, ma in questo secondo romanzo il narratore è se possibile ancora più trasparente: si palesa, se ben ricordo, soltanto verso la fine, durante il processo a Mitja, rivelando che è tra il pubblico e che ha seguito da vicino tutta la vicenda, ma di fatto, a differenza di G…v, non interviene mai sulla scena, non interagisce mai con gli altri personaggi, non esprime opinioni e non le stimola.

Stepan Trofimovič ci viene presentato come qualcuno che, per tutta la vita, ha immaginato di vivere in esilio in patria e di essere perseguitato da qualcuno per certe sue idee politiche progressiste; niente di tutto questo è successo davvero, pare, ma a sentir lui certi suoi proclami di stampo occidentalistico furono tacciati di fourierismo e a causa di ciò, verso il 1850, egli fu cacciato dall’Università; gli fu inoltre sequestrato un poema che al narratore, oggi, pare innocuo, ma che ai tempi venne ritenuto sovversivo. È curioso come queste esperienze, decisamente ridimensionate da G…v, sembrino la parodia di ciò che capitò a Dostoevskij nel 1849 (e che, per inciso, ebbe conseguenze decisamente più drammatiche). Alla fine di questi travagli, come che sia, Verchovenskij fu preso dalla ricchissima Varvara Petrovna, moglie di un tenente generale e ricchissima proprietaria terriera, come precettore del suo unico figlio, Nikolaj Stavrogin. Verchovenskij era già due volte vedovo e, dalla prima moglie, aveva avuto un figlio, Pëtr, che all’inizio del romanzo ha veduto soltanto due volte: da bambino, in Germania, e poco prima dell’inizio delle vicende qui narrate, a Pietroburgo, quando ormai Pëtr ha più di vent’anni.

Un inciso: il momento storico in cui è ambientato il romanzo coincide con il momento in cui è stato scritto, ossia i primi anni Settanta dell’Ottocento, quando l’eco della liberazione delle masse contadine dalla servitù della gleba non si era ancora spenta; non è di secondaria importanza notare che l’ambiente in cui si muove il romanzo è quello dei proprietari terrieri e che in Russia, in seguito alla liberazione, avvenuta nel 1861, le tensioni sociali non furono di poco conto e dieci anni dopo la Riforma la situazione era ancora in fermento.

Il rapporto tra Stepan e Varvara è un rapporto di amore-odio, un’amicizia che non si risparmia frecciate, rancori e ritorni di fiamma. Raccontando del loro rapporto, a poco a poco Dostoevskij introduce nella storia alcuni personaggi minori, ma che saranno importanti in futuro: frequentano la casa di Verchovenskij, di fatto formando un piccolo circolo di liberi pensatori, Liputin, un funzionario liberale e con fama di ateo, chiacchierone irrispettoso e spesso fuori posto; Šatov, ex studente espulso dall’Università «dopo una certa gazzarra studentesca», nato servo della gleba di Varvara ed ex allievo di Stepan («Šatov bisogna anzitutto legarlo e poi ragionare con lui»); un certo Virginskij, un Šatov minore, nonché padre di famiglia; Lebjadkin, sedicente capitano in seconda a riposo, uomo sgradevole e scroccone; e ovviamente G…v, di cui non si sa nulla se non che sta scrivendo I demonî di Dostoevskij.

[Continua]

 

Nell’immagine in alto, una pagina del manoscritto del romanzo.

14 pensieri riguardo “Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij

  1. Pingback: Andrea Tarabbia

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