Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 8

Capitolo sesto. Pëtr Stepanovič negli impicci

Capitolo dinamico, di movimento, sostanzialmente speculare ai due della Notte, ma con alcune differenze sostanziali: la luce, per esempio: è un capitolo ambientato di giorno, manca dunque quell’aura di sotterfugio, mistero e delitto che ammantava La notte; il protagonista, che è Pëtr, che conferisce al testo, rispetto al tono sacrale e misterioso di Stavrogin, un’aria goliardica, di beffa ma, allo stesso tempo, di cattiveria gratuita. Si inizia dicendo che, nell’unica fabbrica del paese, quella degli Špigulin, c’è un focolaio di colera: siccome ci sono dei morti, Lembke la fa chiudere, lasciando a casa – come si scoprirà tra qualche capitolo – novecento operai. Ed è appunto da Lembe che si reca Pëtr: il governatore, per un’insana passione, colleziona manifestini e proclami rivoluzionari – la cosa lo comprometterà, ma non è questo il punto: il punto è che Pëtr lo sa, anzi, gliene ha procurati lui stesso; ora si parla di un poemetto rivoluzionario, La figura luminosa, che, a detta di Pëtr, è un ritratto di Šatov stampato e diffuso da lui medesimo. E proprio a proposito di Šatov Pëtr è venuto a parlare, apparentemente per salvarlo, come dice, ma in realtà facendo una delazione al governatore. Lembke mostra a Pëtr una lettera anonima, ricevuta il giorno prima, in cui lo si avvisa che è in preparazione una rivolta, ci saranno degli attentati: chi scrive, dice che può denunciare i colpevoli a patto di ottenere la grazia, e chiede al governatore di dare un segnale di disponibilità mettendo una candela alla finestra. Partito Pëtr – che il governatore ha informato del fatto che c’è qualcuno che vuole tradirlo – compare Blum, descritto come un uomo appartenente «alla strana razza dei tedeschi “sfortunati”», collaboratore di Lembke, che insiste affinché gli venga ordinato di fare una perquisizione a casa di Verchovenskij, poiché, ne è certo, egli è al centro di una cospirazione.

Uscito dallo studio di Lembke, Pëtr si reca dallo scrittore Karmazinov, il quale giorni addietro gli ha consegnato Merci, lo scritto che leggerà alla festa della governatoressa e con il quale si accomiaterà dalla letteratura e dalla vita pubblica. Tutti cercano l’approvazione letteraria di Pëtr, senza che Pëtr abbia, almeno all’apparenza, dei titoli di merito: ma Karmazinov vuole, di fatto, “conquistare i giovani”, e per farlo si rivolge a quello che considera il loro capo. Pëtr tratta lo scrittore con la stessa insolenza con cui tratta Lembke, ma Karmazinov ha l’occasione per esporgli certe sue idee politiche che Verchovenskij legge come un appoggio ai suoi atti futuri: «La santa Russia meno di ogni altra cosa al mondo può resistere a checchessia» dice, e aggiunge, a proposito dei manifestini rivoluzionari che girano in città, : «Tutti li temono, sicché sono una forza. Smascherano apertamente l’inganno e dimostrano che da noi non c’è nulla a cui aggrapparsi (…) Per quanto vedo e per quanto posso giudicare, tutta l’essenza dell’idea rivoluzionaria russa sta nella negazione dell’onore. (…) Per il russo l’onore non è che un fardello superfluo (…) Il miglior modo per tirarselo dietro consiste nell’aperto “diritto al disonore”».

Viene poi la volta, per Pëtr, di andare in via dell’Epifania, da Kirillov: «Sono venuto a ricordarvi il patto» dice. Kirillov nega di avere un patto con lui, ma si capisce molto chiaramente ciò che era rimasto oscuro nel colloquio tra Kirillov e Stavrogin nella Notte: Kirillov si toglierà la vita a un segnale di Pëtr. Fate attenzione: «Voglio togliermi la vita perché la penso così, perché non voglio il terrore della morte (…) Nell’associazione è sorta l’idea che potrei esserle utile se mi uccidessi e che, quando voi ne farete qualcuna grossa e si cercheranno i colpevoli, io dovrei improvvisamente spararmi e lasciare una lettera dicendo che sono stato io (…)» Ma «Io non prenderò la responsabilità di tutto».

Altro dialogo misterioso. Pëtr: «Quello là è da voi?» «Sì». Quello là è Fed’ka, ma è un mistero il motivo per cui sia ospite, di notte, da Kirillov. Pëtr invita Kirillov a casa di Virginskij, personaggio minore che dà un ricevimento dove, dice, si riuniranno tutti i nostri. Rivolge lo stesso invito a Šatov poco dopo, durante una visita breve e tesa (ma ogni cosa che fa Pëtr, da qui in poi, sarà accompagnata da una tensione sempre crescente, un odio mal sopito che egli dà e riceve, una rabbia trattenuta): ci sarà, dice, anche Stavrogin, e uno degli argomenti della serata sarà la modalità con cui Šatov potrà svincolarsi dalla cellula dei nostri.

L’ultima sezione di questo capitolo ha a che fare proprio con Stavrogin: Pëtr va da lui ma egli sta ricevendo il non-più-cane Mavrikij, per un piccolo, vertiginoso vdrug. Mavrikij, promesso sposo di Liza, è venuto a pregare Nikolaj di chiedere la mano… di Liza: «Sappiate che, se fosse già davanti all’altare al momento del matrimonio, e voi la chiamaste, pianterebbe me e tutti e verrebbe da voi». Liquidato Mavrikij, Stavrogin riceve Pëtr e c’è una piccola sorpresa:«Sono convinto che or ora è venuto a cedervi la fidanzata, eh? Figuratevi che sono stato io indirettamente a istigarlo». Ma non è questo il vero tema dell’incontro: Pëtr vuole che anche Stavrogin vada dai nostri, e tenete bene a mente le parole che seguono, perché tra qualche capitolo verranno ripetute, sempre da Pëtr, ma con un altro tono e un altro sentimento: «Voi siete il capo, siete la forza; io starò soltanto al vostro fianco, come segretario». Risposta (ironica, dice Dostoevskij): «Voi, ecco, contate sulle dita le forze di cui si compongono i gruppi. È tutta burocrazia e sentimentalismo: è tutto buon mastice, ma c’è qualcosa che è ancora meglio: persuadete quattro membri di un gruppo ad accoppare il quinto, col pretesto che costui li denuncerà e li legherete subito tutti, col sangue versato, come con un nodo. Diventeranno i vostri schiavi».

I capitoli della prima parte: 1, 2, 3, 4, 5
I capitoli della seconda parte: 1-2, 3-4-5

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