Dispersione
Faccio come se avessi ricevuto le monete, e ho il cappello pieno: posso continuare.
Sono tre scimmie, di diversa taglia. Sono incatenate alle braccia di tre marocchini in jeans e maglietta, e adesso mi stanno pesando sulle braccia e sulla testa. I tre uomini portano in giro le loro bestie per la piazza, le mettono addosso ai turisti per la foto e poi chiedono soldi. In Marocco tutti hanno qualcosa da proporre, e lo fanno con metodi bruschi, rapidi e spesso ineluttabili. Io ti offro di fare una foto con le mie scimmie, e dopo tu mi devi dei soldi. Non esiste il concetto – che cerco di spiegare senza successo – che, semplicemente, a me non me ne può fregare di meno di farmi fare una foto con una scimmia di cinque chili sulla testa (sul cappello), che non ho mai pensato di farmene fare una, e che non ho assolutamente intenzione di pagare per una cosa che non mi piace, che non ho chiesto e che mi è stata imposta. Il muso della scimmia di destra è a venti centimetri dal mio; sento il suo fiato e, se mi giro, vedo la forma dei suoi denti, la sua barba sfatta e quello sguardo tra il perplesso e l’accaldato in cui si riflette il mio. Chissà che cosa lei pensa di me? Se ne sta tranquilla con la sua catena, si guarda intorno e recita la sua parte senza emettere un verso. Tenere addosso una scimmia è come abbracciare un cane, lo stesso calore, lo stesso peso, e non mi fa un effetto particolare: rubrico l’episodio in coda alla lista degli “Ho fatto anche questo”. Poi i tre uomini mi levano le bestie di dosso e puntano Laura. Laura urla, ha paura. Le scimmie le fanno schifo e non se le vuole far mettere addosso. Ma non siamo noi che decidiamo quello che vogliamo fare o no. Noi, al massimo, decidiamo se pagare poco o tanto, o se allontanarci senza avere aperto il portamonete. C’è una foto in cui Laura tiene due scimmie: ha gli occhi chiusi, strizzati, e la bocca aperta in quello che sembra un sorriso. Ma non è divertita: in quel momento stava urlando e stava dicendomi di levarle le bestie e di andare via dalla piazza. Dice: «Sentivo il culo umido di quella grossa, la sacca dei coglioni addosso all’avambraccio. Uno schifo pazzesco. E l’altra, la scimmietta piccola, mi ha pure pisciato sul braccio.» Infatti un liquido giallastro le scende verso il gomito. «Avrà sentito che eri tesa, si sarà spaventata» dico. I tre uomini mi chiedono cinquanta euro. «Con cinquanta euro vi aprite uno zoo» dico, un po’ da stronzo. «Allora trenta» risponde uno «Dieci a testa». «Per cosa?» chiedo «Dieci euro per tre minuti è uno stipendio da Norvegia». Apro il portamonete, che è quasi vuoto, e tiro fuori sette-otto dirham – che è quasi tutto quello che ho. Li piazzo in mano a uno dei tre. Quelli contano i soldi, cominciano a gridarci dietro qualcosa che non capiamo, ma che sono sicuramente insulti; ci allontaniamo dalla piazza, verso un parco dove un uomo sta innaffiando le piante con una lunga canna dell’acqua verde. Laura si lava il braccio.

Dobbiamo capire che siamo noi a dover decidere che cosa vogliamo e cosa no. Qui non c’è domanda, c’è solo offerta, e non va bene. Anzi: qui la domanda e l’offerta vengono fatte dalla stessa parte, e in ordine inverso. « Io ho una scimmia, e tu hai bisogno (hai voglia) di farti pisciare sul braccio da lei. Si può fare, il prezzo è questo». Dico a Laura che è un po’ quello che succede da noi con la tecnologia. «Pensa ai telefonini» dico «Qualcuno quindici anni fa si è inventato che tutti ne avevamo bisogno, e adesso…» «Sì, ma i telefonini non hanno i culi umidi né i denti, e soprattutto non ti pisciano sul braccio».

Oppure i bambini nella zona della Casbah, che è un labirinto di case basse e botteghe nere, vie strette, mercati, merci buttate a terra piene di mosche, motorini e vicoli ciechi. I bambini ti corrono incontro, dicono che non puoi cavartela da solo nel dedalo di vie del quartiere e, senza chiedere se sei d’accordo, ti portano in giro, alla moschea, a Palazzo El Badi, verso la Mellah. Hanno sette, otto anni e parlano un misto di francese, italiano, inglese e spagnolo. Nel quartiere conoscono tutti e tutti li salutano con un’aria compiaciuta: guarda, il piccolo ha trovato altri due coglioni a cui spillare soldi. Spiego alla mia guida che può continuare a fare quello che stava facendo, perché so dove sto andando. Non conosco le strade, ma si vedono le mura e il minareto, riesco a orientarmi. Niente, Ti ci porto io, dice. Guarda però che non ho soldi – ed è vero: ho solo soldi cartacei di taglio alto che non ho ancora cambiato, e ho dato le mie ultime monete in una bottega dove abbiamo comprato dell’acqua. Non ho soldi davvero. Arriviamo al palazzo, il bimbo si ferma e me lo indica. Apre il palmo della mano per ricevere il suo obolo. «Ti ho detto che non ne ho» ripeto «È un’ora che te lo sto dicendo». Rimane fermo immobile, la mano tesa. Allora mi frugo nelle tasche, apro il portamonete e glielo mostro vuoto. Dico a Laura di dire in francese che non lo sto prendendo in giro, che devo cambiare. Ci rimane malissimo, fa per afferrare il portamonete e dice, in spagnolo, che posso dargli il portamonete, il portamonete andrà benissimo. Naturalmente non lo ottiene, e mentre ce ne andiamo lo sentiamo usare ripetutamente una parola italiana che pronuncia benissimo: «Vaffanculo».

Ci sentiamo sempre al centro di un’attenzione famelica, feroce. Noi e le nostre cose, gli oggetti, i vestiti, i soldi che evidentemente teniamo nascosti da qualche parte. Tutti gli occidentali sono ricchi, fanno lavori meravigliosi, hanno macchine enormi e sono sposati. Tutti i marocchini hanno diritto a chiedere soldi, a offrire servizi non richiesti e a farsi pagare per questi (nessuno però ruba, nessuno ti tocca). Tutto va bene, dirham, euro, persino un portamonete orrendo e vuoto. Tutto si vende, tutto si compra, tutto si scambia. Niente conta davvero, nessun oggetto, nessuna cosa. Tutto è merce, qualcosa che adesso c’è e tra cinque minuti si sarà trasformato in qualcosa di equivalente o di migliore. Tutto è prestazione retribuibile. Immagino che se tagliarsi un dito valesse mille dirham molti sarebbero disposti a tagliarselo. Il dito non conta, il dito è meno importante della sopravvivenza.
Ma niente in fondo conta, niente è oggetto di cure. Tutto è considerato un mezzo per vivere, per sopravvivere. La macchina tirata allo spasimo, la voce urlata al mercato, le cose buttate a terra e poi riprese al momento opportuno. Non c’è l’idea del possesso, se non momentaneo, o io non l’ho vista. Tutto è vendibile, o eliminabile nel momento in cui non serve più. La proprietà privata è il possesso di qualcosa che è utile per vivere adesso.
Qui si trattano le cose come in fondo è giusto che sia: come cose.