Peredelkino

Ritrovo questo pezzo, che credo di aver scritto una quindicina di anni fa. Eravamo andati a Peredelkino a trovare Pasternak, che da molti anni non vi abitava più.

A Peredelkino ci siamo andati in giornata. Basta prendere un trenino suburbano da non mi ricordo quale stazione di Mosca, infilarsi nella steppa bagnata e percorrerla per circa un’ora seduti su quelle panche di legno marcescente, immersi nell’odore di Russia, quell’odore che ti rimane appiccicato per giorni anche dopo il rientro in Italia, il sudore, la terra, il tabacco scadente, il freddo, la neve, il fango sotto le scarpe, i denti d’oro o di latta, le enormi signore della steppa piene di borse e di vestiti e di figli e di cose da chiedere, da raccontare, piene di fiori. Il treno passa in mezzo al niente, lo taglia, percorre chilometri e chilometri di campi sterminati, deserti, ogni tanto una piccola costruzione in legno, un orto con la recinzione completamente distrutta, putrescente, le barbabietole, lunghe strade di fango e di sassi, e il grigio, e il marrone. A volte si fanno soste incomprensibili in mezzo alla steppa. Non c’è stazione, non c’è un cartello. Il treno rimane immobile per qualche minuto nel nulla, tra gli alberi nella boscaglia; dalla folla si stacca qualcuno, raccatta le sue cose dal pavimento, chiede permesso, fa spostare i fumatori dai predellini, gli ubriachi con i denti marci, si carica sulle spalle le sue grandi buste o le ceste che si è portato da Mosca, e scende, si tuffa tra le betulle, prende dei sentieri invisibili e si lascia risucchiare dalla terra russa. Vanno a casa.

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Tutti in fila per il pane

È la cronaca di una giornata a Expo e, insieme, di un fallimento. L’ho scritta per Aulalettere, una rivista online di Zanichelli con la quale collaboro.

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EXPO appare subito come una grande messinscena dell’atto umano più spettacolarizzato del nostro tempo: il mangiare. Cucinare e mangiare sono diventati un atto performativo, pubblicitario e, in qualche modo, uno status symbol. Da qui, derivano la vita da rockstar che fanno alcuni cuochi e quella che io, a casa, sono solito chiamare la «metafisica della frittata»: ovvero tutto quel processo di speculazione e ragionamento identitario sul cibo, quell’esaltazione del soffritto, quella retorica del mangiar bene e sano che ci sommergono e ci convincono che cose normali, consuete come fare una frittata siano in realtà processi profondamente radicati, culturali, potenti come una sonata di Beethoven e grandiosi come l’attraversamento del Polo. Per non dire di quella retorica, poi, che ci spinge ad accettare senza sconforto un «trionfo di carciofini» o un «letto di lattuga» al posto del caro, vecchio contorno.
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Zoo o lettere non d’amore

Su questo numero di IL, il mensile del Sole 24 ore per il quale ogni tanto scrivo qualcosa, c’è questo brevissimo pezzo scritto in occasione della riedizione italiana di un grande libro: Zoo o lettere non d’amore di Viktor Šklovskij.

Faceva due cose, Elsa Triolet, nella Berlino degli anni Venti dove, come lei, molti intellettuali russi in fuga dal regime si erano rifugiati: faceva innamorare di sé i fondatori del formalismo russo e dello strutturalismo, e imponeva paradossi. Sorella della famosa Lili Brik, anni più tardi Elsa si sarebbe trasferita a Parigi, dove avrebbe sposato Louis Aragon e sarebbe diventata scrittrice. A Berlino si limitava a respingere con grazia le avances di Roman Jakobson e di Viktor Šklovskij. A quest’ultimo impose a un certo punto un Diktat crudele e ispiratore: «Non scrivermi d’amore. Non sta bene». Continue reading “Zoo o lettere non d’amore”

What Is Going to Happen to Books?

La scorsa settimana, in occasione della XIV Settimana della lingua italiana nel mondo, ho girato un po’ per il nord Europa per parlare di Books in Italy e di nuove frontiere dell’editoria. Sono stato ospite, prima, dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e, poi, dell’Ambasciata Italiana in Finlandia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Helsinki – città dove l’Italia era ospite d’onore alla Fiera del libro. Questo è quello che ho detto.
Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca che ha rivisto la prima versione del testo.

My speech will be divided in two parts: in the first one, I will try to reflect upon the so-called digital era and the possibile perspectives for publishers, authors and readers. I’m not a publisher, but I’m a writer and a reader and, above all, I live in the world of books. In the second part of the speech, I will show you the project of the website we launched in Italy to promote our literature abroad.
But, firstly, I’d like to tell you a story. Continue reading “What Is Going to Happen to Books?”

Una cosa che prima non c’era e adesso c’è

È nato Books in Italy, ed è una cosa che ha a che fare con il lavoro, per cui non dovrei parlarne qui. Ma da molti anni, ormai, mi occupo a vario titolo di mediazione editoriale, e in particolare provo a seguire e mappare i percorsi che i libri italiani fanno all’estero. Cerco soprattutto di capire perché un libro italiano va all’estero: vale a dire che mi interessa l’immagine che altrove hanno di noi. Dire quali libri vengono tradotti e da chi è dire che posto occupa l’Italia nell’immaginario collettivo (ed editoriale) di un Paese.
Da ieri c’è questo sito, che è nato per valorizzare l’editoria, la lingua e la cultura italiane nel mondo colmando il distacco che l’Italia soffre nei confronti di molti altri paesi europei, che da tempo si sono dotati di strumenti volti alla pro­mozione della propria produzione culturale all’estero. Continue reading “Una cosa che prima non c’era e adesso c’è”

Cronaca del mondo feroce IX

Congedo
Finisce con i nostri corpi esausti, le mani stanche, la testa che pesa e che fatica a combinare pensieri complessi. Siamo stanchi, la vita qui corre a una velocità diversa, si nutre di una frenesia diversa, pasticciona e arruffata a cui non siamo abituati. Ad esempio ogni volta che torniamo in camera c’è qualcosa che non funziona all’impianto di condizionamento. Non si può stare a letto con quarantotto/cinquanta gradi, non c’è pace, non si può fare la doccia né respirare. Ogni volta dobbiamo fare la scena di scendere i due piani di scale, chiamare qualcuno alla reception e avvisarlo del guasto. Ma non è mai un guasto: oggi ci hanno tolto il telecomando, ieri ci hanno semplicemente spento il condizionatore. Capiamo in fretta che si tratta di un giochino dell’arabo grasso che ci ha accolto all’arrivo, e che ogni giorno escogita un trucco per farsi chiamare e chiederci la mancia. La scena è lui che arriva in camera, schiaccia un pulsante su un telecomando che gli spunta all’improvviso dalla tasca e rimane fermo accanto al letto fingendo di sentire refrigerio. Se ne va soltanto nel momento in cui qualcuno di noi gli dà una moneta. Instaurare una guerra di nervi è inutile, lui è più allentato di noi e considera la scena parte integrante del suo lavoro. Ma dal terzo giorno non lo chiamiamo più, abbiamo trovato un altro tizio che ci ha fatto vedere come attivare l’aria condizionata direttamente dal condizionatore, senza passare per il telecomando. Il tizio è stato gentile, e non ha nemmeno fatto il gesto di chiedere un compenso. Stare in camera al fresco nelle ore più calde diventa un’abitudine oltre che una necessità: fuori, nel primo pomeriggio, la città sbraita sotto i cinquanta gradi del deserto. Continue reading “Cronaca del mondo feroce IX”

Cronaca del mondo feroce VIII

Connessione
Poi ci spingiamo in fondo, superiamo le mura per vedere cosa c’è oltre. Sappiamo di non trovarci molto, perché da quella parte la città finisce, e forse vogliamo soltanto arrivare di là e voltarci indietro a guardare il sistema di mura rosa che chiude la città vecchia e la ripara. Passiamo per vie strette, battute da uomini, moto e bestie, vie odorose di tutto, di spezie, di cavalli, di sudore, di menta, di fieno, di benzina, di terra, di ciuchi, di merda, di caldo. Camminiamo contro i muri, per recuperare un poco di ombra, e ci rovesciamo spesso dell’acqua sulla testa. Annusiamo. Penso che la vita di una città si misura anche e soprattutto dagli odori che emana, il grado di vita è direttamente proporzionale ai profumi delle sue strade e della sua gente. Se non c’è odore, la vita è finta, come da noi. Di vero c’è solo il gesto finto di occultare le proprie cose e il loro sapore. Marrakech odora invece in modo palese e smargiasso di uomini, di cibo e di tutte le attività che i suoi abitanti fanno durante le loro giornate. Odora spesso in modo sgradevole, come vicino alle concerie, ma odora in modo vivo. Sa di quello che bisogna fare per viverci, e nessuno osa protestare perché da una casa o da una bottega fuoriescono fumi o fragranze penetranti e antipatiche. Storia dell’Europa attraverso i suoi odori nel corso dei secoli. Storia dell’Africa. Continue reading “Cronaca del mondo feroce VIII”