L’isola degli specchi

La scorsa settimana sono stato ospite del festival Gita al faro, che si tiene da otto anni nell’isola di Ventotene ed è diretto da Loredana Lipperini. Per alcuni giorni, io e altri scrittori (Carola Susani, Wu Ming 1, Michela Marzano, Viola Di Grado e Francesco Pecoraro) abbiamo girato per l’isola, con l’unico compito di presentare i nostri libri e scrivere un testo legato a Ventotene da leggere in pubblico l’ultima sera.
Quello che segue, L’isola degli specchi, è ciò che ho scritto – e verrà tra non molto pubblicato in un’antologia che raccoglierà i testi di tutti.

A noi due*

È l’idea del teatro al contrario, ciò che più di ogni altra cosa mi colpisce: rovesciare un teatro, letteralmente ribaltarlo per fare in modo che chi sta sulla scena sia lo spettatore di ciò che fanno o dicono coloro che sono stipati negli ordini di palchi. Il pubblico è scarso – poche persone, peraltro in piedi; gli attori sono molti, moltissimi – fino a mille in certe epoche, e però costretti, ammassati l’uno all’altro, spesso repressi nella parola, sempre impediti nei movimenti, e per lo più chiusi dietro porte fatte di ferro e feritoie che li fanno piccoli e che ottundono la visuale a chi sta sul palco per osservarli. Fu Luigi Settembrini a scrivere che per capire com’è fatto questo posto splendido e terribile chi non l’ha visto deve immaginare «un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi». Il primo ordine, quello a pian terreno, è l’inferno: vi stavano i detenuti politici e quelli che Settembrini chiama, come un padre buono, «i più discoli»; nel secondo e nel terzo ordine, il purgatorio e il paradiso, entra un po’ più di luce: nelle celle ci sono delle bocche di lupo che portano gli occhi a vedere il cielo – ma non il mare. È un teatro il carcere, l’ergastolo di Santo Stefano, e lo è davvero: non solo perché è un panottico, ma soprattutto perché la sua struttura, la sua forma e l’intenzione, sono modellate su quelle del teatro San Carlo di Napoli. Solo che là, a Napoli, si prende posto sui palchi per guardare la scena; qui il diritto di vedere è di proprietà di coloro che la scena la presidiano, la camminano e la pattugliano. Non è importante che le guardie vedano sempre, in ogni momento, ciò che accade nelle celle o nei percorsi tracciati nel cortile per consumare l’ora d’aria: è importante che chi sta dentro i palchi sappia che, in ogni momento, può essere osservato e giudicato.

Questa la scena, dunque, questo l’ambiente: un carcere in disuso e marcescente, un monumento al dolore che crolla – un teatro vuoto dove io, entratovi l’altro ieri per la prima volta, ho avuto chiara la sensazione di essere già stato. L’ergastolo è una plaza de torostagliata a metà, un Colosseo minore: ma non è la memoria di posti che già conosco, ciò mi dà la reminescenza. È un pizzicore degli occhi che viene da qualcosa che ho già letto. Qualche ora dopo l’approdo a Ventotene mi viene alla mente una traccia, un argomento:

«In un’isola penitenziaria, probabilmente mediterranea e borbonica, fra equivoche confessioni e angosce d’identità, un gruppo di condannati a morte trascorre l’ultima notte».

Un’isola penitenziaria, probabilmente mediterranea e borbonica… Anche se nel libro non viene nominata mai, si tratta dell’isola di Santo Stefano. Lo si svela nella seconda pagina del romanzo, quando si cita la terribile epigrafe che sta sulla lapide dell’archivolto all’ingresso dell’ergastolo, e che io non trascrivo, perché sta là, sull’isola, alla portata di tutti, e sta in questo libro, che Gesualdo Bufalino scrisse sul finire degli anni Ottanta forse per gioco, più probabilmente per dirci qualcosa che non ho decifrato ancora del tutto.

Dunque, Le menzogne della notte: questo il titolo. Il genere: «fantasia storica, giallo metafisico, moralità leggendaria» dice Gesualdo: fate un po’ voi. Tempo: «uno stravolto Risorgimento», pieno di anacronismi e anatopismi (che bella parola, anatopismo). Stile: «parole in costume d’epoca, intrecciate per svago e passione da un malato d’insonnia». E poi debiti, e soprasensi, e una dedica criptica che è anche quella che ho messo in alto, all’inizio di questo mio racconto storto che forse racconto non è, ma memoria di me e di altri, e rapsodia, ed esercizio di gratitudine per un luogo. Ambiente e scena: una cella, ora so quanto ampia (16mq) e senza dubbio al piano dell’inferno, perché vi spasimano quattro individui (più uno che di spasimare finge, ma di lui dopo) il cui delitto è l’aver attentato alla vita del sovrano; sono il barone Ingafù, il poeta Saglimbeni, il soldato Agesilao e lo studente Narciso. Aspettano l’alba, quando saliranno al patibolo. Ma una via per la salvezza c’è, poiché Consalvo De Ritis, il sanguinario governatore del carcere, ha proposto loro, dopo la tortura, un patto: la libertà in cambio del nome del capo della congiura – di cui si conosce solo il soprannome di «Padreterno» (e quale enorme congiura deve essere stata, se il mistero da svelare è il vero nome di Dio!). Nella cella c’è un’urna, e dei foglietti dove ciascuno, con garanzia d’anonimato, può scrivere il nome; e c’è un pancaccio da sopra il quale, ferito e bendato fino a diventare irriconoscibile, li osserva e li ascolta un frate, Cirillo, che li odia e li provoca: voi che morite, dice, non sprecate le vostre ultime ore, ma raccontate un momento cruciale della vostra miserabile vita. Esiste, nelle vostre vite, un istante, un giorno che le riassuma, che ne esprima il senso e la prospettiva?

Questa la domanda fatale, e questi i racconti dei quattro (e sono storie d’identità e di nascondimento): Narciso dice di aver fatto fuggire un brigante per amore di una dama; Agesilao dice di essere un figlio della violenza, e della terribile vendetta sul padre; il barone dice del duello in cui morì il suo gemello; Saglimbeni, il poeta, invece, dichiara di voler raccontare una storia falsa (anche nella loro ultima notte, dunque, i poeti giocano con la menzogna), e dice la storia d’un amore non consumato con una duchessa, violentata davanti ai suoi occhi da un brigante, e del suicidio del figlio di lei.

Ma tutti mentono, in questo decamerone minore, e frate Cirillo lo sa: Narciso è un incestuoso; Agesilao non ha ucciso il padre, ma un superiore; il gemello Ingafù commise suicidio; fu Saglimbeni a violentare la duchessa. Mente anche frate Cirillo, che non è chi dice di essere, ma è il governatore del carcere, e ha provato a gabbare i carbonari e ne ha ricavato fogli bianchi nell’urna e poco più di un sospetto su chi possa essere il Padreterno grazie a una mezza frase di Narciso.

Come finisce questo libro non lo dico: ma c’è la possibilità che frate Cirillo/Consalvo De Ritis sia colui di cui per tutta la notte è andato in cerca attraverso i racconti degli altri, cioè che sia egli stesso il Padreterno (e un po’ Dio, o almeno Dionisio, in effetti lo è: poiché tutto sente e tutto giudica).

Questo dico, invece: dentro un enorme teatro al contrario c’è un palco buio, una cella in verità, che è a sua volta un piccolo teatro, dove lo spettatore – un finto frate che forse è un finto governatore – ascolta quattro messinscene di vita e le disvela. Quanti sono i livelli di menzogna di questo luogo enorme e spettrale e cadente? Quanti sono i livelli di menzogna che può portare con sé la letteratura? Quante sono le vite illusorie che abbiamo vissuto e infine scritto?

L’isola – la coppia di isole sorelle che è questo luogo – è albergo per utopie e storie apocrife: il confino e la più terribile delle costrizioni hanno prodotto manifesti, propositi di riforma carceraria e immaginazioni e fantasie fallaci, dove le ombre contano più dei corpi da cui dipartono, dove ciò che non si dice conta più di ciò che si dice, e ciò che si sospetta diventa verità.

Scrivo queste righe su una terrazza di Ventotene che si affaccia sull’isola di Santo Stefano, e quasi alla fine di ogni frase il mio occhio cade sulla sagoma ormai fragile dell’ergastolo – luogo di pene ingiuste e di menzogne terribili, ma anche formidabile palcoscenico eretto sopra uno scoglio dove vanno in scena vite che hanno smesso di essere vissute e memorie di mondi forse mai esistiti.

Scrivo queste righe e penso ai carcerati, ai confinati reali e immaginati come a eremiti del dolore, penso al peso di ciò che è ingiusto e arbitrario.

Penso agli eremiti e ai pirati, che sono i due tipi di essere umano che Fabrizia Ramondino individuò come gli abitanti tipici di queste isole sorelle che si guardano e si completano – in una il confino, le ville romane e le spiagge, nell’altra il carcere, l’assenza di approdi e la rovina: l’eremita e il pirata, che le abitarono fino alla fine del Settecento, quando si decise di colonizzarle e di farne luoghi di pena. Due tipi radicali, esclusi dall’umano consorzio per volontà o per beffa. Si chiede, Fabrizia, quale dei due introduca nel mondo normaleil più alto gradiente di caos: forse il pirata, che attenta ai beni e alla vita (e a questo tipo sembra alludere l’iscrizione sopra l’archivolto, che di nuovo non vi dico); ma no: è l’eremita, perché fa ciò che il pirata non sa e non vuole fare – mette in discussione, nega quei valori profondi da cui ciascuno di noi dipende e da cui il pirata stesso trae di che vivere.

Ma, ed è qui che la storia gira, a Santo Stefano il pirata si fa eremita. Un tipo viene piegato fino a diventare l’altro: i Narcisi, gli Ingafù, i Saglimbeni, gli Agesilai diventano monaci loro malgrado; sono confratelli che per lo più non pregano, e che nel Novecento addirittura vivranno l’isolamento, il mutismo, l’assenza di qualunque contatto umano.

Così è paradossale che Fabrizia abbia scelto questi luoghi per guarirsi: la bottiglia e la depressione i suoi mali; Ventotene e Santo Stefano la sua idea di cura. Per qualche ora, ho immaginato di raccontare la storia del rapporto tra Fabrizia Ramondino e queste isole come una favola apocrifa, il quinto episodio del decamerone di Gesualdo: ho immaginato di incontrarla in piazza del Castello – io in persona o un personaggio di me – e di offrirle un braccio, perfino di illuderla, di inventarmi un amore impossibile e una disillusione e un dolore. Ma inventarmi un incontro avrebbe tradito il compito assegnato da frate Cirillo: raccontare un momento che riassuma una vita. L’isola può farsi metafora e riassunto della vita di Fabrizia, ma non della mia. E a me piace raccattare illusioni ma non so mentire.

Dunque la quinta storia, la quinta menzogna, è una cronaca vera.

Quando Fabrizia Ramondino arriva a Ventotene è già un’eremita, qualcuno che fugge e non arraffa, ha incontri e amicizie fugaci che non la levano da questa sua solitudine da cui pensa di fuggire ritirandosi su questi scogli pieni di apocrifi e di immaginazioni. È un altro dei contrari di quest’isola, insomma: vi approda, ma è già piena di lei – ed è per questo, forse, che il libro che scrive qui, e che racconta di questo suo romitaggio, si chiama L’isola riflessa: perché l’isola si specchia in lei, gioca con la sua solitudine e non la salva.

Scrive di piante, di acque, di cibi, di quella desolazione che non la molla anche se all’inizio ha per compagna la speranza; scrive di turisti e bracconieri e mette in scena sé stessa, nel teatro piccolo di una piazzetta o del porto romano, raccontandosi per come è senza infingimenti. Al tavolo di un bar vede i fantasmi: sono Settembrini, Pellico, Bini e poi Pertini. Sono silhouette di confinati e prigionieri che lei osserva da lontano e ascolta, provando a capire da loro come si può vivere al confino. Ma il suo è un confino diverso dal loro. Del resto, lei è venuta qui per salvarsi, ma si portava già dentro il modo dell’isola – l’isola non la può cambiare. Cerca però un’identità che pensa perduta, affogata nella malinconia, come mentendo facevano i pirati-eremiti di Gesualdo – ed è questo il legame:

«Quindi tu non senti nessuno spazio al mondo come tuo» le dice qualcuno che pure la ama «nemmeno la tua casa, a meno che non ti senta bene. È solo allora, dici, che ogni spazio lo senti come tuo». Fabrizia piange, si aggrappa al quaderno dove si impastano abbozzi, racconti, note, cose da fare. Risponde, alludendo ai quei piccoli fogli: «Questo, solo questo, sempre, è l’unico luogo che mi appartiene anche se sto male». Il quaderno, scrive, è «la mia piccola isola».

Dieci anni più tardi Fabrizia muore a Gaeta, annegando in questo mare pieno di pirati e menzogne e immaginazioni. Muore, forse, guardando da lontano l’isola dove si è cercata e ha invocato fantasmi. È il giorno prima dell’uscita del suo ultimo libro, La via. Oggi che guardo questo stesso suo mare, io la ricordo. Scrisse: «Mi sento allora un po’ come Noè che nella sua arca custodì un esemplare di ogni specie vivente per preservarle dal diluvio. Ma l’unica arca che posseggo è il mio quaderno».

 

 

 

 

 

*È l’esergo di Le menzogne della notte, ma è allo stesso tempo la frase con cui si chiude Papà Goriot di Balzac.

 

 

 

 

 

 

 

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