Una Venezia del dolore

Ad Auschwitz, vent’anni dopo 

Sono tornato ad Auschwitz, esattamente vent’anni dopo la prima volta che ci ero stato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1998, prendemmo da Cracovia un autobus di linea che, in poco più di un’ora, ci portò nella cittadina di Oświęcim: insieme a noi viaggiavano quasi solo turisti, un gruppo sparuto di persone con gli zaini che, quando l’autista si fermò in prossimità di un parcheggio in periferia della città, si alzò dai propri posti, si avvicinò a lui e domandò, indicando un gruppo di edifici di mattoni rossi che si intravvedeva dietro alcuni alberi, se quello fosse il campo di concentramento. Era una mattina tiepida, c’era un po’ di vento; scendemmo nel piazzale semideserto e ci colpì immediatamente la vista di alcuni palazzi residenziali altri tre piani, le cui finestre si affacciavano sul perimetro spinato del campo. Avevo letto su un quotidiano, poco prima della partenza per le vacanze, che alcune associazioni di sopravvissuti nei mesi precedenti si erano lamentate con i gestori del campo perché, appena fuori dal cancello d’ingresso – quello dove campeggia la sarcastica e brutale scritta Arbeit macht frei – era stata autorizzata l’apertura di un piccolo negozio, che vendeva rullini per macchine fotografiche.

Andammo alla biglietteria: l’ingresso era gratuito, ma per ragioni statistiche ci venne dato un biglietto. Vagammo per il campo I, che è piccolo, e mi ricordo di una sensazione sciocca che mi prese e mi tenne compagnia per tutto il tempo (ne ho già scritto): era la prima volta che vedevo Auschwitz a colori: l’erba era verde, gli edifici marroni, la camera a gas bianca – solo che era messa in ombra dall’assenza di finestre e resa lugubre dalla luce morta, gialla, di alcuni lampadine che, nel 1998 come oggi come negli anni Quaranta, pendevano dal soffitto. Guardammo i segni delle unghie sulle pareti rivestite di calce, provammo a immaginare come, in quello spazio grande come un appartamento, potessero stare rinchiuse centinaia di persone. C’erano, in determinati blocchi, alcuni reperti (e ci sono ancora): le valigie, le scarpe, i piatti, le gamelle, i capelli, i vestiti che i prigionieri avevano dovuto abbandonare sul terreno del campo non appena scesi dal treno. C’erano le divise a strisce, i barattoli vuoti di Zyklon B e, all’ingresso del blocco degli italiani, il testo della brutta poesia con cui Primo Levi apre Se questo è un uomo. C’era il cortile dell’appello e delle fucilazioni, c’erano i bunker della fame – una delle visioni più spaventose, per me. C’erano gli uffici delle SS, i forni crematori ricostruiti, l’albero delle impiccagioni, l’abitazione di Höss – una bella palazzina appena fuori dal filo spinato e non distante dal crematorio e dal luogo dove, nel 1947, il comandante del campo fu impiccato per ordine della Corte Suprema di Varsavia. Poca gente girava per i blocchi, e c’era silenzio. Uscimmo sul piazzale e ci dissero che potevamo prendere una navetta gratuita per coprire i 3 chilometri che separano Auschwitz I e da Auschwitz II – Birkenau. Mangiammo qualcosa che ci eravamo portati prima di arrivare a Birkenau, mentre qualcuno ci diceva che, una volta arrivati là, avremmo potuto girare come volevamo per le baracche, ma che avremmo dovuto stare attenti: molte di queste erano pericolanti, ci si poteva entrare ma era meglio non starci troppo a lungo. Nella guardiola del campo II non trovammo nessuno: il passaggio era libero, passammo sotto la volta calpestando i binari e Birkenau, la sterminata piana di Birkenau, si spalancò all’improvviso davanti ai nostri occhi: è un campo enorme, di cui non si vede il fondo – solo i boschi, in lontananza, fanno capire che esso ha un limite; lo taglia la ferrovia, lo delimitano fossati e filo spinato e, a destra e a sinistra, per così dire all’infinito, ci sono baracche marroni, torrette, resti di baracche crollate o distrutte. Vagammo per quello spazio immenso un po’ storditi, ammaccati dal vento che diventava più forte man mano che il giorno avanzava e lì, davvero, ci sembrò di capire l’orrore, riuscimmo a immaginare i treni merci, la selezione, la vita sporca dentro le baracche. Non entrammo a Birkenau, fu Birkenau che ci venne addosso. Entrammo in alcune baracche: nella prima, i pancacci a tre piani dove si stipavano i prigionieri; nella seconda, un lungo parallelepipedo di cemento armato con decine di buchi accostati l’uno all’altro: le latrine; nella terza, lunghe file di lavandini pieni di terra, sabbia, e anneriti dal tempo. Ma tutto in stato di abbandono, pieno di calcinacci e di polvere, i vetri delle finestre spesso rotti, e il vento che entrava e fischiava, tanto da spaventarci. Ci sentimmo soli: gli altri turisti erano pochi e lontani, non c’erano guide e nemmeno guardie giurate a vigilare sul posto, non c’era una biglietteria, non c’erano valigie, scarpe, capelli, targhe, niente: solo noi e quelle sterminate rovine del campo schiaffeggiate dal vento, i ruderi dei quattro crematori e delle camere a gas distrutte dai tedeschi prima di fuggire. Ecco, vent’anni fa, ad Auschwitz, davanti alle baracche di Birkenau ci sentimmo soli. Rimanemmo in silenzio, ci separammo anzi, perché non aveva senso parlare, non aveva senso proseguire insieme per i vari settori del campo. Scattai poche foto, perché non amo fotografare e perché per la prima volta mi sembrò che rubare un’immagine sarebbe stato mancare di rispetto.

Così quest’anno, dopo vent’anni, ci sono tornato. Ci sono tornato con mia moglie, che non l’aveva mai visto, e con mio figlio, che ha quattro anni e al quale non abbiamo ancora raccontato tutto, ma che, con noi, ha camminato nel bosco di Treblinka, ha passeggiato nei ghetti di Varsavia, di Cracovia e di Leopoli, dove ha visto le prigioni naziste e i memoriali dei rastrellamenti. Io sono cresciuto con le storie di questi luoghi, ho avuto un nonno ferito a una gamba dai tedeschi nel ’44, a Milano, e un altro che ha vissuto dei mesi chiuso in casa di una parente pur di non combattere per l’esercito italiano. Lorenzo non ha la possibilità di accedere per via diretta a tutto questo: però ha un padre e una madre che, finché potranno, lo porteranno dove si può raccogliere uno spicchio di questa memoria.

Ma Auschwitz non è più come vent’anni fa. È diventato un luogo difficile, dove non si può rimanere soli né sentirsi abbandonati. È un luogo difficile perché oggi, nel 2018, è un luogo come tutti gli altri, ha perduto quella differenza che lo rendeva un emblema. Provo a spiegarmi, consapevole del fatto che non ci riuscirò e che dovrò anche, per farmi capire, fare qualche conto della serva. Così comincio dai conti della serva: oggi Auschwitz si paga. A Cracovia, andiamo in un ufficio informazioni per chiedere qual è, oggi, il modo più rapido per raggiungere Oświęcim: ci viene risposto che non si può, perché chiunque voglia andare a vedere i campi, oggi, deve prendere un biglietto su Internet con almeno una settimana di anticipo, e inoltre anche in quel caso è meglio trovarsi all’entrata del campo al momento dell’apertura dei cancelli, alle 7,30 del mattino. Chiediamo se c’è un’alternativa, visto che non staremo sette giorni a Cracovia e che abbiamo capito che andare per conto nostro è impossibile. C’è: una visita guidata. Passano a prenderci con un pullmino all’albergo, ma c’è da pagare: 180 złoty circa per gli adulti, 140 per i bambini sopra i cinque anni. Sono moltissimi soldi: per fare un euro ci vogliono poco più di 4 złoty, fate i conti. La guida in italiano non c’è, per questa settimana sono tutte già prenotate. Poco male: la prendiamo in inglese, risparmieremo a Lorenzo di sentire troppe cose che un bambino di quattro anni non è pronto a ricevere. Il tizio con cui facciamo questa contrattazione, dopo una telefonata, dice che deve pagare anche Lorenzo, anche se non ha ancora compiuto cinque anni. Prendere o lasciare. Passano a prenderci all’ostello alle 7,15, il viaggio verso Oświęcim dura un’ora e mezza in cui ci viene somministrato un video ben fatto sulla storia del campo. Lorenzo dorme, io cerco fuori dal finestrino qualcosa che mi ricordi il viaggio di vent’anni fa e non lo trovo. Oświęcim è fiorita: ha centri commerciali, una stazione moderna, aiuole curate, fontane. Non riconosco il parcheggio fuori da Auschwitz I, perché tutto è cambiato: ora ci sono parcheggiatori, una grande costruzione con bagni (a pagamento), e caffè, e fast-food. Soprattutto ci sono migliaia di persone: molte scendono come noi da alcuni pullmini e hanno, come noi, un numerino che contraddistingue il gruppo di appartenenza. Noi siamo il numero 7, verremo poi associati al gruppo 15: in tutto, una quarantina di persone provenienti da varie parti del mondo. La guida ci spiega che dentro il campo non possiamo portare zaini più grandi di un foglio A4 (esistono zaini grandi quanto un foglio A4?). Il fatto di appartenere a un gruppo numerato ci fa saltare l’interminabile fila che c’è alle biglietterie – un casotto molto più grande di come me lo ricordavo, con controlli con metal detector, distribuzione di cuffie, audioguide e microfoni, negozi di souvenir (sì: di souvenir, anche se non ho idea di che cosa vendano, poiché non ci sono entrato). Entriamo nel campo, siamo un gruppo tra le decine, passiamo in fila sotto la scritta Arbeit macht freiche tutti fotografano mentre la guida, in cuffia, ci racconta la storia della conversione della struttura: fino agli anni Trenta era una caserma dell’esercito polacco. Camminiamo velocemente, Laura ha un attacco di cervicale e Lorenzo è innervosito dal frastuono e dal fatto che, nonostante ci sia il prato, non può correre. Non entriamo nei blocchi. O meglio: entriamo in tre soli blocchi, che i gestori del memorialhanno svuotato per farvi un’esposizione di fotografie di detenuti, di scene di vita quotidiana nel campo. Ho già visto, su vari libri o in rete, ciascuna di queste fotografie, conosco la sua storia, la provenienza delle persone fotografate e il loro destino. Spesso la guida racconta, di un’immagine, meno cose di quelle che so. Così non sempre tengo le cuffie sulle orecchie, guardo fuori dalle finestre alla ricerca di un angolo di campo dove provare a sentirmi nel luogo in cui sono, ma ovunque ci sono turisti, e guide, e gruppi di persone che camminano velocemente da un blocco all’altro (gli stessi tre blocchi per tutti). Alcune cose, come l’albero delle impiccagioni, ci vengono indicate da lontano, e l’informazione è: «Là impiccavano i detenuti. È in mezzo alla strada perché tutti dovevano vedere i corpi». Mi commuove qualche anziano, che con il bastone fa leva in mezzo a cocci e al terriccio per spostarsi: mi immagino che, forse, se a ottant’anni, con la zoppia e la debolezza, ha deciso di sobbarcarsi questa visita, deve avere un motivo più forte del mio. Vediamo le esposizioni: le valigie, le scarpe, i piatti, le gamelle, i capelli, i vestiti, vediamo il bunker della fame, il cortile, la camera a gas e il crematorio. Vediamo tutto, ma in poco più di un’ora, con una voce polacca che, in inglese, ripete a menadito nelle nostre cuffie una storia che ha imparato a memoria, e non c’è tempo per cercare, per esempio, il blocco dove c’è la poesia di Levi, o quello dove so che ci sono i giacigli, e i bagni. Non c’è tempo per fare qualcosa che non sia il percorso obbligato dentro questi tre blocchi prestabiliti, in cui le stanze sono numerate e i percorsi sono segnati da transenne. Per entrare in una stanza (dove vedremo foto che ho già visto) dobbiamo aspettare che il gruppo precedente esca. Lorenzo frigna, si siede con Laura sulle scale d’ingresso del Blocco 20, mentre io, nel bunker della fame, passo al volo, in fila indiana, davanti alla cella in cui morì padre Kolbe. A Birkenau, penso, ci lasceranno più liberi: là non ci sono foto o allestimenti museali, ma solo baracche, voglio trovare un’ora dentro questo carnevale in cui pensare al posto dove sono, e magari trovare le parole per raccontarlo un po’ a mio figlio. Invece a Birkenau è una corsa: la guida ci raduna all’ingresso e ci spiega che siamo all’ingresso, poi parte seguendo il tracciato della ferrovia, ma come di fretta, a grandi falcate sotto il sole, tanto che devo prendere Lorenzo in spalla per rimanere agganciato al gruppo. Arrivo sudato a metà del campo, dove c’è un vagone donato al memoriale da un sopravvissuto: ci spiegano che qui dove ci troviamo si fermavano i treni e Mengele o chi per lui faceva le selezioni. Poi via, di corsa fino al fondo del campo, dove giacciono le macerie dei crematori. Lì c’è, come c’era vent’anni fa, un monumento con un epitaffio in molte lingue. In italiano c’è scritto: «Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari paesi d’Europa. Auschwitz – Birkenau 1940-1945». Ma non si può sentire la disperazione e l’ammonimento dentro una corsa come quella che stiamo facendo. Addirittura la guida ci obbliga a cercare tra le varie lapidi l’epitaffio nella nostra lingua. Dice: «Adesso camminiamo lentamente e ciascuno di voi cercherà la sua lapide». Tutti partiamo, cerchiamo, e improvvisamente questa ricerca si svuota di senso, diventa quasi un gioco a riconoscere gli altri alfabeti e le lingue più strane, perché istintivamente, per reazione a questa catena di montaggio del dolore che è anche la visita a Birkenau, cerchiamo uno spazio nostro, un momento in cui fingere di essere soli dentro Auschwitz, per compatire, per commemorare nell’unico modo in cui si può compatire e commemorare: facendo qualcosa di privato, di individuale e non comandato. Così confrontiamo gli epitaffi nelle lingue che conosciamo, spieghiamo a Lorenzo qual è il francese, qual è il russo, qual è l’ebraico, finché la guida ci viene a prendere, ci porta davanti a una buca che è dove c’era una delle camere a gas. E lì, finalmente, succede qualcosa che rompe anche se di poco la sequela di obblighi che è visitare Auschwitz oggi: al di là della carcassa del crematorio, un piccolo gruppo di ebrei con camicie bianche ekippahsi è messo in cerchio e canta una preghiera profonda, desolata e bellissima che a malapena si distingue nella catastrofe di voci e richiami che è il campo, ma che pure c’è e si leva, e mette un momento di verità dentro questa giornata di corse, passaggi obbligati e occhiate fugaci alle rovine di quello che è stato.

Ripercorriamo il campo al contrario, verso l’ingresso: ci stanno portando al settore femminile, dove ci sono alcune baracche, dicono, che non sono pericolanti e che si posso visitare dall’interno. Facciamo di nuovo di corsa i quasi 2 chilometri che separano il monumento e i crematori dall’ingresso, passiamo davanti a decide di baracche chiuse, recintate, e finalmente, davanti al filo spinato che divide il campo dalla strada per Oświęcim, ci fermiamo. Dobbiamo attendere che i gruppi che ci precedano finiscano il loro giro dentro la baracca, perché vi si può accedere solo attraverso una passerella di legno che difende le nostre scarpe dal fango; infine entriamo: anche qui, percorso obbligato, destra-sinistra-sinistra-sinistra-destra, ma ci sono le panche, il terreno è sconnesso, c’è quella sporcizia che c’era nel 1998. Solo che non siamo soli, ma dentro un gruppo di persone che è stato in fila dietro a un altro gruppo e che, all’uscita, incrocia il gruppo successivo. Da tempo non ascolto più quello che dice la guida. Mi guardo intorno, provo a isolarmi, a cercare una concentrazione che non arriva. È la seconda volta nella mia vita che mi trovo qui, ma allora, vent’anni fa, questo posto mi turbò, mi fece capire, mise concretezza – e mi rendo conto di quanto sia sciocco e presuntuoso quello che sto per scrivere – a qualcosa che i libri e i racconti dei nonni e dei maestri mi avevano fatto intuire, ma come in astratto: avevo nozioni e immagini, conoscevo storie e destini, e adesso mi trovavo nel buco nero dove tutto questo si era compiuto: in qualche modo, mettevo un luogo dentro quei racconti e quelle immagini, avevo le dimensioni di baracche e ambienti, vedevo i boschi d’intorno, percepivo le distanze tra i crematori e la ferrovia, immaginavo la vergogna e il dolore di andare alle latrine in fila, e l’orrore e la malattia di dormire su quei luridi catafalchi di legno. Oggi questo posto non mi turba, ma non perché l’ho già visto: perché si è automatizzato, e riempito di migliaia di persone, e tutto vi accade per sequenze stabilite, e non viene concesso un solo istante di raccoglimento.

Così mi chiedo: è giusto questo modo di vedere Auschwitz? Si ricorda, si commemora e si piange anche così? Oppure il fatto che oggi la dinamica di una visita al campo non differisca in nulla da quella di una visita a un museo o a una città da vedere al volo, in gita domenicale, ecco, questo fatto non danneggia forse la memoria, la fa scema, la rende uno tra i tanti eventi possibili quando invece dovrebbe trattarsi di un pellegrinaggio laico nella Storia e nella morale? È davvero impossibile regolamentare gli ingressi, o dare più tempo a chi lo vuole, permettendogli di raccogliersi, di stare seduto, di capiredavvero, trovandocisi in mezzo, la portata micidiale di questi luoghi? Auschwitz non è un luogo che va soltanto visto, come si può vedere un ponte o una chiesa: è un luogo che chiama un proprio tempo, che ha bisogno di un ritmo diverso rispetto a tutto il resto. Qui, simbolicamente, si è compiuto il destino di un continente, e tutti siamo figli o nipoti di qualcuno che, direttamente o meno, ha avuto a che fare con questo luogo. È nella nostra storia e nel nostro immaginario. È, che lo vogliamo o no, il centro dell’Europa, e saperlo trattato come una qualunque meta del turismo di massa, ci deve fare male.

 

 

 

 

 

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