È la cronaca di una giornata a Expo e, insieme, di un fallimento. L’ho scritta per Aulalettere, una rivista online di Zanichelli con la quale collaboro.

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EXPO appare subito come una grande messinscena dell’atto umano più spettacolarizzato del nostro tempo: il mangiare. Cucinare e mangiare sono diventati un atto performativo, pubblicitario e, in qualche modo, uno status symbol. Da qui, derivano la vita da rockstar che fanno alcuni cuochi e quella che io, a casa, sono solito chiamare la «metafisica della frittata»: ovvero tutto quel processo di speculazione e ragionamento identitario sul cibo, quell’esaltazione del soffritto, quella retorica del mangiar bene e sano che ci sommergono e ci convincono che cose normali, consuete come fare una frittata siano in realtà processi profondamente radicati, culturali, potenti come una sonata di Beethoven e grandiosi come l’attraversamento del Polo. Per non dire di quella retorica, poi, che ci spinge ad accettare senza sconforto un «trionfo di carciofini» o un «letto di lattuga» al posto del caro, vecchio contorno.
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