Su questo numero di IL, il mensile del Sole 24 ore per il quale ogni tanto scrivo qualcosa, c’è questo brevissimo pezzo scritto in occasione della riedizione italiana di un grande libro: Zoo o lettere non d’amore di Viktor Šklovskij.

Faceva due cose, Elsa Triolet, nella Berlino degli anni Venti dove, come lei, molti intellettuali russi in fuga dal regime si erano rifugiati: faceva innamorare di sé i fondatori del formalismo russo e dello strutturalismo, e imponeva paradossi. Sorella della famosa Lili Brik, anni più tardi Elsa si sarebbe trasferita a Parigi, dove avrebbe sposato Louis Aragon e sarebbe diventata scrittrice. A Berlino si limitava a respingere con grazia le avances di Roman Jakobson e di Viktor Šklovskij. A quest’ultimo impose a un certo punto un Diktat crudele e ispiratore: «Non scrivermi d’amore. Non sta bene». Su questo paradosso Šklovskij, capitano in esilio della scuola formalista, costruì uno dei non-romanzi più belli del Novecento, che adesso Meridiano Zero ripubblica con il titolo completo di Der zoo o lettere non d’amore o la terza Eloisa (metto tra parentesi che è un periodo fortunato, questo, per Šklovskij in Italia, perché stanno uscendo molte cose sue: per esempio Elliot ha appena ripubblicato il suo splendido saggio su Guerra e pace di Tolstoj). Sklovskij_DerZooTornando a Zoo: in seguito all’imposizione dell’amata, Šklovskij comincia dunque a scriverle lettere in cui non parla d’amore, ma di due mondi: quello della Russia mai dimenticata e quello dell’emigrazione russa nella capitale tedesca. Gli emigrati vivono nel quartiere dello zoo (da qui il primo titolo), camminano e parlano in modo diverso dai tedeschi, hanno problemi con la piega dei pantaloni, mettono in piedi case editrici che falliscono miseramente, sognano Mosca e Leningrado. Tra una riflessione letteraria, un breve saggio critico e una piccola metafisica di una marca di automobili, emerge violentemente il ritratto di un uomo solo, che lavora e sta in pena; soprattutto, il lettore comincia presto a percepire che sotto l’ironia, i toni a volte parasaggistici e le divagazioni buffe, c’è qualcosa d’altro e di più potente. È il non detto (o il non scritto) che a poco a poco si impone con veemenza. L’ostinazione con cui Šklovskij non si dichiara, la continua tensione che lo spinge a evitare qualsiasi possibile riferimento alle sue pene d’amore costruiscono a poco a poco un romanzo parallelo e non scritto in cui ci si immagina che l’autore riempia pagine su pagine di implorazioni, suppliche e promesse. Ecco, è ciò che Šklovskij non dice, il vero centro di questo antiromanzo ironico e disperato, che edifica e rievoca interi mondi pur di non parlare dell’unica cosa che preme all’autore: l’amore per Elsa – che nel libro, per somma volontà di non nominare le cose, viene chiamata Alja. Zoo è dunque una grande e cupa festa di quella tecnica narrativa che Šklovskij aveva scoperto e rivelato al mondo: lo straniamento.

 

Advertisements