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Poi ci spingiamo in fondo, superiamo le mura per vedere cosa c’è oltre. Sappiamo di non trovarci molto, perché da quella parte la città finisce, e forse vogliamo soltanto arrivare di là e voltarci indietro a guardare il sistema di mura rosa che chiude la città vecchia e la ripara. Passiamo per vie strette, battute da uomini, moto e bestie, vie odorose di tutto, di spezie, di cavalli, di sudore, di menta, di fieno, di benzina, di terra, di ciuchi, di merda, di caldo. Camminiamo contro i muri, per recuperare un poco di ombra, e ci rovesciamo spesso dell’acqua sulla testa. Annusiamo. Penso che la vita di una città si misura anche e soprattutto dagli odori che emana, il grado di vita è direttamente proporzionale ai profumi delle sue strade e della sua gente. Se non c’è odore, la vita è finta, come da noi. Di vero c’è solo il gesto finto di occultare le proprie cose e il loro sapore. Marrakech odora invece in modo palese e smargiasso di uomini, di cibo e di tutte le attività che i suoi abitanti fanno durante le loro giornate. Odora spesso in modo sgradevole, come vicino alle concerie, ma odora in modo vivo. Sa di quello che bisogna fare per viverci, e nessuno osa protestare perché da una casa o da una bottega fuoriescono fumi o fragranze penetranti e antipatiche. Storia dell’Europa attraverso i suoi odori nel corso dei secoli. Storia dell’Africa.

Le mura hanno delle piccole ferite, dei fori improvvisi alti meno di un uomo che aprono dei passaggi neri e sospetti da cui le donne entrano ed escono continuamente. Ci fermiamo a guardarne uno: una via nera e stretta si lancia diritta in verticale, le case addossate, i panni stesi, la gente fuori dalle porte, immersa in un’ombra profonda, data dal fatto che la vicinanza fra le case non fa passare il sole. Sentiamo sgasare un motorino e ci voltiamo: un uomo ci chiede strada perché deve entrare nella via. Indossa un lungo caffettano blu, è pelato e porta la barba lunga fino al petto, senza baffi. Deve passare dal piccolo pertugio che stiamo occupando con i nostri corpi. Mi guarda, ride. Indica la via verticale e «Mellah» dice, indicando col dito un punto imprecisato all’interno. Non capisco. «Mellah» ripete «Ville juif». La Mellah. La città degli ebrei di cui parla a lungo Canetti, piena di volti scuri, bianchi, rossi, patriarcali, circospetti, «eterni» e irrequieti. L’uomo sparisce in fretta, risucchiato con il suo motorino nella rete buia delle vie. Ci buttiamo dentro il pertugio, un po’ intimoriti dall’atmosfera cupa di questo piccolo labirinto urbano. La Mellah oggi è, almeno nell’aspetto, il quartiere più povero e desolato di Marrakech. Il suo piccolo suk è quello più nero della città, contiene le merci più povere e il maggior numero di mosche, i volti più scarni, gli sguardi più curiosi e indagatori. I vecchi vendono semi di qualcosa sopra dei tavolini di plastica sporca piazzati in mezzo agli stretti passaggi tra una via e l’altra; qualcuno si lava il volto e le braccia dentro un catino, alcune donne velate trasportano grosse borse sopra la testa, e tre bambini corrono per un vicolo (giocherebbero a pallone se ne avessero uno). Nessuno ci chiama, nessuno ci trascina nella sua bottega per mostrarci la sua merce. Tutti ci guardano passare, in silenzio. Siamo al massimo a due chilometri dal calderone della Djema, e a dieci minuti a piedi dalla Casbah. Nell’aspetto, la gente è uguale a quella del resto della città, e sembra che ci siano solo arabi; ma qui c’è una posa contrita, più dolorosa, e gli occhi che ci seguono non sembrano né avidi né feroci né increduli: sono occhi che registrano il nostro passaggio, ma per la prima volta da quando siamo qui non abbiamo la sensazione di essere al centro di una rete di comunicazione e di spionaggio commerciale. È strano, ma questo ci rende inquieti. Laura tira fuori un discorso che fa da quando siamo usciti dall’aeroporto: «Questo è un posto che mi dà l’idea di morte violenta» dice «È difficile attraversare la strada, ovunque è pericoloso camminare per via del caos, e per ogni dove ti sembra che qualcuno ti stia aspettando per metterti al collo un serpente, così, per ridere di te». Le sembra di vedere un diverso rapporto con la vita e con la morte, e che in qualche modo queste persone, che dalla mattina alla sera trafficano per sopravvivere facendo migliaia di cose, in realtà siano meno legate alla vita dei pigri e dei depressi, che in realtà non abbiano riguardo per il corpo e per la continuazione della vita. Questo dice, e dice anche che le sembra un mondo feroce, dove oggi si vive – perché si è trovato il modo – e domani, se si muore in qualche modo, pazienza. Una corsa a stare vivi dove essere morti non è che una tappa e un accidente.

Ma poi si apre un nuovo suk, vicino all’uscita del quartiere, un mercato più simile a quelli della Medina, e ci fermiamo un attimo a prendere fiato. Ci avvicina un ragazzo sorridente, una bella faccia pulita e allegra. Si chiama Aziz, e ha una bottega di ceramiche. Laura si ricorda che vorrebbe comperare qualcosa per i suoi, e all’improvviso questo ci riporta alla realtà della contrattazione, alla consuetudine di questi giorni. Aziz ride quando contratta, ci divertiamo. Lo prendiamo in giro facendogli offerte di cento volte inferiori alle sue proposte. Poi ci presenta il fratello, Moustafa, un uomo di trentacinque anni, che gira con una stampella e parla italiano perché ha vissuto diciotto anni a Verona, dove ha lasciato una figlia e un amore finito. Rimaniamo due ore con loro, a chiacchierare. Moustafa ci presenta a un venditore di spezie berbero, nel cui negozio compriamo delle miscele per fare il té e beviamo del té alla menta zuccherosissimo. Nella Mellah sono rimaste, oggi, non più di quattro famiglie ebraiche. Moustafa è nato in questo quartiere, e dice che lui di ebrei ne ha sempre visti pochi: «Sono andati tutti in Israele appena hanno potuto. Già nel 1960 erano rimasti pochissimi nuclei famigliari. È per questo che avete visto solo facce arabe. Perché non ci sono più. Molti arabi e berberi hanno occupato le case lasciate vuote alla fine degli anni Cinquanta, e di ebraico, a parte la sinagoga, non è rimasto più niente. Ora qualcuno sta tornando» dice «Qualche ebreo sta tornando, ma non per vivere: è gente che ha delle attività in Israele e che magari ha mantenuto dei terreni qui. Così li vedi che tornano per vedere dove viveva la loro famiglia, ma più che altro per affari. Tutto qui». Compriamo un piatto da Aziz, con il fratello che gli raccomanda di trattarci bene. È l’ora più calda del giorno, i pensieri sono rallentati e abbiamo fame. Usciamo dalla Mellah e siamo immediatamente invasi di sole. Ora torneremo verso il centro, e poi verso casa.