Congedo
Finisce con i nostri corpi esausti, le mani stanche, la testa che pesa e che fatica a combinare pensieri complessi. Siamo stanchi, la vita qui corre a una velocità diversa, si nutre di una frenesia diversa, pasticciona e arruffata a cui non siamo abituati. Ad esempio ogni volta che torniamo in camera c’è qualcosa che non funziona all’impianto di condizionamento. Non si può stare a letto con quarantotto/cinquanta gradi, non c’è pace, non si può fare la doccia né respirare. Ogni volta dobbiamo fare la scena di scendere i due piani di scale, chiamare qualcuno alla reception e avvisarlo del guasto. Ma non è mai un guasto: oggi ci hanno tolto il telecomando, ieri ci hanno semplicemente spento il condizionatore. Capiamo in fretta che si tratta di un giochino dell’arabo grasso che ci ha accolto all’arrivo, e che ogni giorno escogita un trucco per farsi chiamare e chiederci la mancia. La scena è lui che arriva in camera, schiaccia un pulsante su un telecomando che gli spunta all’improvviso dalla tasca e rimane fermo accanto al letto fingendo di sentire refrigerio. Se ne va soltanto nel momento in cui qualcuno di noi gli dà una moneta. Instaurare una guerra di nervi è inutile, lui è più allentato di noi e considera la scena parte integrante del suo lavoro. Ma dal terzo giorno non lo chiamiamo più, abbiamo trovato un altro tizio che ci ha fatto vedere come attivare l’aria condizionata direttamente dal condizionatore, senza passare per il telecomando. Il tizio è stato gentile, e non ha nemmeno fatto il gesto di chiedere un compenso. Stare in camera al fresco nelle ore più calde diventa un’abitudine oltre che una necessità: fuori, nel primo pomeriggio, la città sbraita sotto i cinquanta gradi del deserto.

Dobbiamo essere all’aeroporto alle cinque del mattino, perché l’aereo per Milano è alle sette. Chiamiamo un taxi nella notte vuota di Marrakech. L’autista ci aspetta appena fuori dall’albergo, e dorme appoggiato al volante. Siamo costretti a svegliarlo, buttiamo la roba sui sedili e per la prima volta da quando siamo qui ci avvolge una specie di vento fresco. L’auto ripercorre nella notte le stesse strade dell’andata, attraversa le vie e le piazze che abbiamo battuto a piedi, in mezzo al sole, al caos e ai serpenti. Tutto è fermo e dorme, e per la prima volta ho la sensazione che questa potrebbe essere una qualsiasi città dell’Europa mediterranea che si riposa. Laura non riconosce alcuni incroci, «Davvero?» dice quando le spiego dove siamo «Davvero siamo qui?». La nostra macchina continua a non rispettare i semafori e le precedenze, ma questo di notte non lo fa nessuno. All’altezza dell’enorme parco di palme e cactus che anticipa la piana dell’aeroporto due uomini di cinquant’anni, vestiti con canottiera e pantaloncini, fanno jogging. Sono le cinque meno dieci del mattino, e con un po’ di fatica si può intuire che si sta preparando ad albeggiare.

Bisognerebbe abbandonare Marrakech di notte, perché è l’unico modo per vederla vuota, placida e quasi grassa, e per impararne un aspetto che, per paradosso, è sorprendente. Di notte Marrakech non fa paura; di notte non afferra, non vende, non sfianca, non cuoce, non mendica. Di notte non uccide e non è feroce.

Finisce con l’uomo del taxi che, sorprendentemente, quasi non vorrebbe farsi pagare. Quando gli chiediamo il costo della corsa dice «Come piace a voi», e rimane fermo a guardare le nostre facce allibite. Gli diamo tutto quello che abbiamo, visto che i dirham non possono essere esportati. Ci saluta contento, in francese.
Finisce con Laura che litiga in francese al check-in perché ci hanno di nuovo annullato il volo e non sembrano intenzionati a spostarci su un altro. L’impiegato della compagnia aerea ha l’alito pesante del mattino e lo lancia per un paio di metri oltre il desk. Mi sposto di lato, ridendo provoco Laura, tento di farla incattivire, ma lei ha già il nervoso di chi ha dormito poco, e in dieci minuti ottiene un rientro con la Royal, di nuovo via Casablanca.
Finisce con un rientro lunghissimo quasi come l’andata, con varie attese a Casablanca per ritardi ulteriori di cui, però, non ci curiamo più di tanto. Nelle sale d’attesa dell’aeroporto hanno le tv negli angoli, come le icone, e riesco a captare un paio di notizie di Euronews.
Finisce con Laura che si domanda cosa staranno facendo Iunes e Zaccaria con la mamma a Beni Mellal, e si rammarica per non averle chiesto il numero di cellulare.
Finisce con gli applausi al pilota per l’atterraggio, come ho sentito fare rare volte e sempre in paesi poveri, e fuori c’è il cielo bianco di Malpensa. Finisce.