Ancora sulla magnifica merce
La piazza è nera per i piedi e rosa per gli occhi. Tutto il peso del caldo della tarda mattina ci grava sulle spalle e ci bagna le palpebre. Nella Djema ci sono varie geografie, ma la prima è una geografia degli odori che è insieme una geografia della merce: a destra l’odore acidulo delle arance e degli agrumi segnala le lunghe file di carri dove si vendono le spremute. Scopriamo poi che non è solo da destra che viene odore di bucce e di sughi freschi, ma che in un certo senso questi bar elementari sono il primo, ampio anello di merci che circonda la piazza. Se partite dal centro e andate verso l’esterno, nella Djema, alla fine del vostro percorso troverete un arabo gentile che vi urla la sua spremuta. Una cerchia più interna è quella degli speziali, con le loro mille erbe e le mani nere con cui le scavano nei sacchi. Qui l’odore è più forte, anche se è ammazzato dal caldo e dalla stanchezza. La sera, il centro della piazza è occupato da decine di chioschi dove si può cenare, piccoli ristoranti improvvisati solo all’apparenza, con delle panche di metallo e lunghi tavoli dove italiani e marocchini, americani e danesi siedono fianco a fianco spezzando il pane azzimo e divorando tajine bollenti a base di pollo e verdure. La Djema è la Corte dei Miracoli, o qualcosa che le si avvicina molto per colore, forma, rumore, odore. La gente ti afferra e ti trascina, vuole assolutamente mostrarti quello che possiede e ha da vendere. C’è fumo, il fumo dei fuochi dove cuociono i cibi, e lunghe file di luci elettriche tagliano la piazza in verticale e in orizzontale e vanno a incrociarsi sopra le teste dei turisti e delle donne in chador che per una ghinea decorano le mani e i piedi con l’henné. L’anello centrale è quello del cibo, l’aria è rovente di oli e di carni ustionate, tutta la piazza sa di agnello e di zafferano, di curry, di zenzero, di pane.
Intorno, gli anelli sono cambiati: ci sono ancora i rivenditori di arance (che, scopriamo, non sono l’anello più esterno: ne esiste uno ulteriore, addossato alle pareti delle case e che parzialmente si amalgama al suk – per questo non l’avevamo considerato – e che è un anello commerciale nel senso più stretto del termine: qui si vendono magliette, cappelli, zainetti. L’odore qui è quello di qualsiasi mercato di provincia, è l’odore sintetico delle tele industriali e della plastica); ci sono ancora i rivenditori di arance, dicevo, e da qualche carro proviene l’orrenda musica pop araba: è arrivato il carro dei dischi e delle musicassette.

Ma la sera, accanto alle donne velate sedute a terra con i loro pennellini, orde di uomini si dispongono in cerchio attorno a qualcosa che noi non conosciamo. Ci avviciniamo, perché siamo curiosi: ci sono alcune decine di maschi arabi che stanno in piedi in silenzio, e guardano nel centro del cerchio un vecchio con la barba e l’abito berbero. Tutti sono in silenzio, spalla a spalla, e ascoltano l’uomo che ha qualcosa da dire. Davanti, in basso, il giro di uomini seduti a gambe incrociate è quello dei primi ascoltatori della serata: anche qui Marrakech si dispone ad anelli. Il berbero è un cantastorie. Gira per lo spazio dentro gli anelli gesticolando e guardando gli astanti uno a uno. Racconta qualcosa che noi non capiamo, perché è in arabo (o in berbero), ma non importa. All’interno della Djema c’è un piccolo spazio delimitato da alcuni anelli di uomini seduti o in piedi, un anello dentro il quale c’è un uomo che parla e racconta, un anello in cui, a dispetto della voce del vecchio, la piazza è in silenzio. Fuori, dietro, la piazza urla, contratta, corre sui motorini, sprona i cavalli, scatta fotografie, tambureggia, balla, canta, ulula, stride. Qui, dentro, la piazza tace, e ascolta una storia che mi immagino millenaria, ormai sbagliata, deviata dall’originale eppure magica. Alcuni spettatori ci guardano, non saprei dire se con astio. Io e Laura ci sentiamo di troppo. Questa è una cosa loro, penso, io qui sono davvero un intruso. Sanno che non possiamo capire e che abbiamo la curiosità breve del turista. Noi non vogliamo mancare di rispetto a nessuno; stare qui, penso, è un po’ come tentare di entrare in una moschea. Ma il berbero rallenta, ferma la narrazione per un minuto. Si volta, si siede su uno sgabellino che prima, nel buio, non avevo visto. Nessuno si muove. Solo un uomo più giovane comincia a girare in mezzo agli astanti. Ha un cappello in mano, chiede dei soldi. Se si vuole che il vecchio continui, che arrivi alla fine della storia che ha cominciato, bisogna pagare. È così che vivono i cantastorie: raccontano le loro storie fino a un certo punto, non saprei dire quale. Forse si fermano prima del colpo di scena, forse lasciano soltanto sospeso il finale, non so. Sta di fatto che all’improvviso tacciono, così, senza preavviso, e si mettono a sedere. Quello è il momento in cui gli spettatori si frugano nelle tasche, cercano i dirham nei portamonete e pagano per poter continuare ad ascoltare.

Ma, ancora di giorno, al posto dei vecchi berberi la piazza ha gli animali. Le orecchie a sventola dei cobra neri si vedono da lontano, si intuiscono nelle pieghe spesse del caldo che vien su dal terreno. Piccoli corpi sottili mezzi avvoltolati su se stessi che lasciano partire i colli alati verso l’alto e sembrano osservare la piazza, tenerla sotto controllo. I loro incantatori siedono pacifici a pochi passi da loro. Bevono il té, fumano, chiacchierano, stanno a piedi nudi. Ogni tanto suonano il flauto e ondeggiano, e allora i cobra suonano la lingua e ondeggiano. Gli uomini afferrano i serpenti a mani nude, dal di fronte, la sigaretta nella mano sinistra e la barba nera. L’uomo davanti al cobra. Non capisco se è l’uomo che è abile o il serpente che è buono. Non so se siano develenizzati. Gli uomini trattano i cobra come i bambini europei giocano con le code dei Labrador, li prendono, li tirano, li spostano; li mettono nelle ceste.  A volte il serpente sembra infastidito, si mette sull’attenti e spalanca le orecchie. Altre volte tende il collo e fa per attaccare la mano che lo disturba. Allora, con una calma abissale, l’uomo finge di afferrarlo con la sinistra e in un secondo lo afferra con la destra, sorprendendolo. In una piccola cesta ci stanno tre quattro cobra e un pitone, tutti stretti, appiccicati, al buio. Naturalmente vogliono che ci avviciniamo ai serpenti. Ho scoperto una paura a cui non avevo mai pensato. L’incantatore ci dice di stare tranquilli, con il tono con cui il padrone di casa ci assicura che il gatto è castrato e non graffia. Ci dice di accovacciarci accanto a lui, siamo a un metro e mezzo dal cobra più vicino. Intanto l’incantatore ci racconta qualcosa che non capisco. Io e Laura guardiamo fissi i serpenti (c’è la paura, ma c’è anche la curiosità, o una misteriosa attrazione). Solo io e Laura guardiamo i serpenti, gli altri chiacchierano, bevono. Forse il segreto per stare accanto a un cobra è non dargli importanza, far finta che non ci sia. C’è una foto in cui ci sono io con cinque cobra e un altro serpente e la gente tranquilla.
Ci alziamo, salutiamo. Dico a Laura che mi sarei fermato di più insieme ai serpenti, anche se mai e poi mai li avrei toccati. Ma qualcosa mi pesa sulla spalla, sulla testa, all’improvviso. Laura getta un urlo.