La magnifica merce
Spellano le vacche per ricavarci dei pouff e degli zainetti che appendono negli interni delle botteghe schiacciandoli gli uni contro gli altri; dalle pelli di dromedario, invece, ricavano un tessuto più fine e delicato, e non si direbbe: non so cosa ci facciano, probabilmente portafogli, portagioie, cose così. A tratti mi rendo conto che questi uomini che ci fanno spontaneamente da guida potrebbero portarci ovunque, farci fare qualsiasi cosa. Siamo nella loro terra, percorriamo le loro vie e ascoltiamo tutto quello che hanno da dire prendendolo per vero; giriamo dove ci dicono di girare, annusiamo quello che ci dicono di annusare, e se si devono fermare per dire qualcosa a qualcuno noi, da bravi, aspettiamo in un angolo. Siamo due bambini che si fidano dei grandi, che si lasciano travolgere da quello che capita.

Adesso la guida della menta ci indica l’ingresso di un negozio, ci invita a entrare. Dice che è l’ultima tappa da fare nel quartiere dei tanneurs: dice che dobbiamo vedere il “prodotto finito”. Senza pensarci, ci buttiamo dentro, attirati anche dal getto di aria condizionata che fuoriesce sulla strada. Ci accoglie un arabo che deve essere il padrone del negozio, ci fa salire sul terrazzo, dal quale si vede la testa china della città, con i suoi tetti bassi e rosa, i minareti e, in fondo, l’Atlante. Passiamo in mezzo a decine e decine di anfore, vasi, specchi, ninnoli per la casa, statuine. All’ultimo piano, due telai stanno nel centro di una sala i cui pavimenti sono completamente coperti di tappeti. L’uomo è gentile, ed è vestito all’occidentale. Ci chiede di seguirlo nei sotterranei. Una scalinata ripida apre una stanza rivestita di marmo, con decine di tappeti ripiegati negli angoli, per terra, sopra delle lunghe panche di legno e appesi alle pareti in tutta la loro ampiezza. La stanza è rossa, è blu, è gialla, è arancione, è verde, è panna, è azzurra, è marrone e bianca. Un ragazzo comincia a stendere dei tappeti davanti a noi. Li lancia per terra aprendoceli davanti, mentre l’uomo vestito all’occidentale descrive per ognuno il tipo di colore, la lavorazione e la zona del Marocco da cui proviene la tecnica con cui è fatto. Gli uomini squartano le bestie, lavano le pelli, le tagliano e le conciano; le donne lavorano la lana e la seta, le intrecciano fino a farne tappeti. Più è lunga la lavorazione più è alto il prezzo della merce, questo è il principio. Beviamo del té e ascoltiamo il mercante parlare una versione povera dell’esperanto, un misto di italiano, francese e spagnolo al quale alterna l’arabo per dare ordini al commesso. La seta vegetale è ignifuga, lo sapevate? Il mercante si accende una sigaretta, fa due tiri e poi la lancia sul tappeto, avvolgendovela; il commesso prende un accendino e passa la fiamma sull’azzurro della seta. «Tu vede?» dicono «Seta vegetal no brucia!». È il momento in cui capisco all’improvviso che quella a cui stiamo assistendo non è che una messinscena per vendere, la scena provata e riprovata tra mercante e commesso per stupire gli occidentali con i loro cappellini e i loro zainetti; capisco quello che avevo solo sospettato: tutto, da quando siamo stati abbordati dal monco, è una messinscena provata e riprovata per arrivare a venderci qualcosa. Tutti i giorni, molte volte al giorno, il monco, l’uomo della menta e il mercante fanno fare questo giro ai turisti, gli raccontano delle vacche e dei dromedari e dei bambini rinchiusi nei sotterranei a lavorare per poi portarli a comprare un tappeto. Tutto è organizzato e perfetto, tutto è monitorato, pacifico e sempre uguale. Ecco perché ne avevo avuto la sensazione, anche se solo ora ho capito. Tutta Marrakech in questo momento sa che i due italiani coglioni morti di caldo sono nel negozio a stupirsi di una seta che non brucia.

Usciamo. Non c’è un attimo di respiro. L’uomo della menta vuole la sua mancia, e poco dopo la vorrà anche il monco. Ma un uomo grasso ci trascina nella sua bottega, a venti metri dal negozio dei tappeti. Ci fa vedere le sue scarpe, le borse, i pouff. Parla italiano. Gli diciamo che non vogliamo niente, che non abbiamo ancora cambiato i soldi, che non ce ne frega niente di “entrare a vedere”. Ma a lui tutto questo non importa, che possiamo fare solo un giro un giro lo dobbiamo fare, che possiamo pagare in euro o dopo in albergo (!) e che a lui interessa che vediamo la sua roba. Entriamo, siamo frastornati. L’odore della pelle del dromedario, e i volti che ci guardano dalla strada. L’uomo ci chiede che cosa ci piace. Lo chiede con così tanta insistenza che alla fine ci piace una borsa (questa è una posa: io so che non la compreremo). Lui la tira giù dal suo gancio e comincia a descriverla. «Quanto costa?» chiedo. «Questa no costa» dice «In Marocco no è come da voi, in Marocco no hai prezzo. Marocco io dico prezzo, tu dici prezzo… così:» prende un taccuinetto e vi traccia a penna una tabella:

Me

You

 

 

 

I riquadri di sotto sono per le sue proposte e le nostre controproposte. In fondo alla tabella, dice, ci sarà il prezzo finale della merce. Comincia lui scrivendo sotto Me la cifra 1500, poi mi mette in mano il taccuino e dice «Tuo prezzo adesso!». È una specie di gioco, o una lotta, sempre. Bisogna lottare per ottenere qualsiasi cosa, anche ciò che non si vuole.