Régis Jauffret, 1889

Questo pezzo su 1889 di Régis Jauffret, pubblicato in Italia dalle edizioni Clichy, è uscito oggi su TuttoLibri della Stampa.

51WNWowyd4LRégis Jauffret è, da molti anni e senza ombra di dubbio, uno degli scrittori di lingua francese più grandi e coraggiosi, e largo merito va riconosciuto alle Edizioni Clichy che, ormai stabilmente, portano i suoi libri nel nostro Paese: attraverso opere come Autobiografia, Papà e il mastodontico, ipnotico ciclo delle Microfictions, Jauffret sta costruendo un’esplorazione squisitamente letteraria del lato oscuro di noi esseri umani, e mette in scena mondi in cui la violenza, l’orrore e la colpa sono raccontati con lirismo e mano ferma, e sempre senza fare sconti al lettore.

La questione nazista è uno dei temi su cui Jauffret ciclicamente lavora e, in questo 1889, lo scrittore francese fa un ulteriore scatto in avanti: prende, della vita e dell’opera di Hitler, il momento su cui si è meno scritto, o su cui ci sono più congetture, la nascita, e ne fa l’oggetto di questo romanzo cupo, violento e bellissimo, che racconta i nove mesi di gestazione del dittatore, a partire da quel giorno del luglio 1888 in cui lo Zio – così come, nella realtà e per tutto il libro, viene chiamato Alois Hitler, il padre di Adolf – mette incinta la cugina Klara Pölzl mentre, nell’altra stanza, la moglie agonizza in preda alla tubercolosi. Nel giro di pochi mesi, Klara diventerà Klara Hitler, si prenderà cura dei due figli di primo letto di Alois, e ne farà altri: Gustav e Ida, morti giovani di difterite, e Adolf – e altri che, essendo nati dopo il 1889, non entrano nell’universo del romanzo.

La famiglia Hitler vive a Braunau am Inn, sordida cittadina austriaca al confine tedesco dove il capofamiglia fa il doganiere, e dispiega la propria vita sotto il controllo dittatoriale di Alois, uomo superstizioso e tirchio, incapace di controllare i propri istinti sessuali (ogni incontro con Klara è raccontato come un’aggressione), pieno di sogni imbecilli che hanno a che vedere con un futuro di gloria per il proprio cognome. Le vicende di questi nove mesi le conosciamo grazie a Klara che, dal momento in cui rimane incinta, sente oscuramente nascere in sé il bisogno di scrivere, di raccontarsi attraverso un diario: sa a malapena scrivere, dice, eppure le parole fluiscono, la sua lingua è in certi momenti perfino elegante e contiene termini che non conosce. È come se una forza oscura, inconscia, la spingesse a raccontare. Così, emerge una vita squallida, ignorante, tra le continue visite al confessionale, dove il prete la accusa di peccare contro il mondo, facendola sentire colpevole degli stupri e delle botte che subisce e arrivando a sospettarla di stregoneria, e le continue chiamate al medico Bloch, ebreo, unica figura con un po’ di luce addosso dentro questo romanzo le cui atmosfere ricordano quelle dei libri più riusciti di Elfriede Jelinek. Le donne, qui come in Jelinek, sono organismi riproduttivi, sui cui corpi i maschi possono agire senza ritegno e senza colpa: si chiede loro di essere rispettose e servili, e anche di non fare troppo rumore durante i dolori del parto, perché è sconveniente. A Klara viene perfino addossata la colpa per le sorti dei figlioletti, morti perché la madre, nel suo essere inferiore, non ha saputo infondere forza. Non c’è amore, in questo libro, ma sopruso. Le persone stanno insieme per soddisfare i propri istinti e per riprodursi: si vive insomma in uno stato bestiale, primigenio, che è però accettato da tutti come normale – e le pagine, dolorosissime per chi legge, in cui Klara si accusa e fa penitenza per colpe che in realtà non sono sue, ne sono una testimonianza.

Ma se Jauffret si fermasse a questo livello, avrebbe soltanto scritto un bel libro, il cui punto centrale sarebbe, sostanzialmente, antropologico: un’indagine sull’ambiente turpe in cui Adolf Hitler è nato. Sarebbe interessante, ma sarebbe materia da storici. Invece qui siamo nell’alveo della Letteratura: dunque questa storia, molto presto, ha una svolta improvvisa, e la lingua, ricca e impossibile per una semianalfabeta come Klara, ne è la spia. Vi sono momenti in cui Klara sembra vedere il futuro – le camere a gas, le persecuzioni contro gli ebrei, insomma l’orrore che il figlio che ha in grembo, e che teme continuamente di perdere, porterà nel mondo. Ne scrive senza capire, si spaventa, ma c’è qualcosa, in lei, che la domina, un demonio ancora informe e forse inconsapevole che porta in sé la distruzione del mondo e che, da dentro sua madre, sembra volerne dare l’annuncio. Sono lampi brevi e spaventosi, che gettano però una luce altra sul romanzo e, per così dire, ne ampliano la portata rendendolo, appunto, un’esplorazione del Male oltre che una storia ben documentata e un’interpretazione antropologica. E noi, qui, che sappiamo, leggiamo inquieti e sbalorditi, mentre il 20 aprile 1889 si avvicina e Klara prega perché il buon Dio non le tolga anche questo figlio, che ama già più di ogni altra cosa.

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