Zoo o lettere non d’amore

Su questo numero di IL, il mensile del Sole 24 ore per il quale ogni tanto scrivo qualcosa, c’è questo brevissimo pezzo scritto in occasione della riedizione italiana di un grande libro: Zoo o lettere non d’amore di Viktor Šklovskij.

Faceva due cose, Elsa Triolet, nella Berlino degli anni Venti dove, come lei, molti intellettuali russi in fuga dal regime si erano rifugiati: faceva innamorare di sé i fondatori del formalismo russo e dello strutturalismo, e imponeva paradossi. Sorella della famosa Lili Brik, anni più tardi Elsa si sarebbe trasferita a Parigi, dove avrebbe sposato Louis Aragon e sarebbe diventata scrittrice. A Berlino si limitava a respingere con grazia le avances di Roman Jakobson e di Viktor Šklovskij. A quest’ultimo impose a un certo punto un Diktat crudele e ispiratore: «Non scrivermi d’amore. Non sta bene». Continua a leggere

What Is Going to Happen to Books?

La scorsa settimana, in occasione della XIV Settimana della lingua italiana nel mondo, ho girato un po’ per il nord Europa per parlare di Books in Italy e di nuove frontiere dell’editoria. Sono stato ospite, prima, dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e, poi, dell’Ambasciata Italiana in Finlandia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Helsinki – città dove l’Italia era ospite d’onore alla Fiera del libro. Questo è quello che ho detto.
Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca che ha rivisto la prima versione del testo.

My speech will be divided in two parts: in the first one, I will try to reflect upon the so-called digital era and the possibile perspectives for publishers, authors and readers. I’m not a publisher, but I’m a writer and a reader and, above all, I live in the world of books. In the second part of the speech, I will show you the project of the website we launched in Italy to promote our literature abroad.
But, firstly, I’d like to tell you a story. Continua a leggere

Un libro piccolo, però nuovo

Uscirà il 22 ottobre un piccolo libro a cui ho lavorato tra lo scorso anno e questo: si chiama La buona morte ed è, come dice il sottotitolo, una specie di viaggio, o di reportage, nel mondo del fine vita e dell’eutanasia. Lo pubblico con Manni, che circa un anno e mezzo fa mi ha chiesto, tramite Agnese Manni e Carlo D’Amicis, se me la sentivo di lavorare su un tema di cui mi ero già occupato ai tempi del Primo amore. L’idea era quella di non fare il solito libro militante e documentatissimo intorno alle leggi, ai decreti e alle loro eccezioni, ma di guardare il tema da un punto di vista un po’ più laterale e personale: ne è venuto un libro che ha molto a che fare con altri libri, con l’evoluzione del modo in cui affrontiamo la morte, con la mia vita personale e, anche, ma timidamente, con la teologia e una certa idea del mondo. Continua a leggere

Due teoremi su Jean Echenoz

Primo teorema: Tutti i libri di Jean Echenoz sono uguali. Secondo teorema: I libri di Jean Echenoz possono piacere solo ed esclusivamente in modo direttamente proporzionale all’ordine di lettura. Vale a dire: il primo dei suoi libri che ho letto, Ravel, aveva una sua grazia, con quella sua levità ricercata, il tempo presente, l’assenza di dialoghi e quell’ironia sobria, elegante. Il secondo libro che ho letto, Lampi, era in tutto identico al primo: stessa grazia, stessa levità ed eleganza e stessa ironia sobria (cambiavano a dire il vero i nomi dei personaggi, talune ambientazioni e fino a qualche vicenda); eppure, leggendo, mi accorgevo pian piano che la grazia, la levità e l’eleganza erano un poco inferiori rispetto al libro precedente, un poco più in ombra: Lampi, insomma, era un po’ meno grazioso, un po’ meno elegante di Ravel e la sua ironia era un po’ meno sobria. Il terzo libro che ho letto, Correre, è in tutto identico ai primi due al di fuori dei nomi dei personaggi, di talune ambientazioni e fino a qualche vicenda: ho a dire il vero il sospetto che sia ancora meno grazioso, elegante di Lampi e che la sua ironia sia un po’ meno sobria. Continua a leggere

Nota su J. Rodolfo Wilcock

Ha ragione Roberto Bolaño, che in quarta di copertina parla della Sinagoga degli iconoclasti come di un libro in grado di dare un enorme piacere al suo lettore. E tuttavia, mentre mi avvicinavo alla fine della lettura, agli ultimi racconti, ho cominciato a provare una sensazione vicina a un certo disagio, alla noia. I personaggi che popolano, anzi, che sono questi racconti, sono personaggi chiusi, di cui si conoscono stramberie e fissazioni e sogni e imprese ma che si sospetta non possano avere vita al di fuori delle poche pagine che l’autore dedica loro. Continua a leggere

Il nuovo Zingarelli

zingarelli È uscita l’edizione 2015 dello Zingarelli, il vocabolario della lingua italiana. Quest’anno ci ho collaborato un po’, perché in Zanichelli avevano pensato a un progetto particolare e avevano bisogno di qualcuno che desse loro una mano a curarlo.

I lettori del dizionario, infatti, quest’anno lo troveranno un po’ cambiato: sotto le definizioni canoniche di alcune parole vedranno un riquadro all’interno del quale viene data una nuova, ulteriore definizione del lemma. Ma, e qui sta la novità, non si tratta di una nuova accezione del termine – semmai di una sua interpretazione d’autore.

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Gli intagliatori del legno #2

Pensieri sparsi sulla fine dei libri (il pezzo è un’ideale continuazione di questo)

Esistono almeno due tipologie di libro ricattatorio: il primo tipo è quello dei libri scritti con toni sapienziali, vagamente lirici e che mirano a risvegliare il poetico in chi legge mentre, sotto, l’intento non dichiarato è quello di “insegnare a vivere”. Esiste almeno uno scrittore molto noto e molto amato che scrive in questo modo, ma se mi addentrassi a studiare approfonditamente il problema so bene che vi troverei un esercito. Il secondo tipo è meno grossolano, ma proprio per questo più subdolo: è il libro scritto dallo scrittore “buono”, quello moralmente impeccabile, che si occupa di storie edificanti – che magari c’entrano con l’emigrazione o con la criminalità – e che sa far piangere e, soprattutto, far riflettere. «Non puoi non leggermi» dicono queste due tipologie di libri. E nello specifico: «Se non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, non avere un animo poetico, quella sensibilità che io so risvegliare con i miei aggettivi e quella voglia arcaica di stare ad ascoltare qualcuno più vecchio di te che di vita ne ha già fatta e te la vuole raccontare». E ancora: «Sei non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, tu che possiedi un animo sensibile ai problemi della nostra società, non voler leggere questa storia tragica di emigrazione, l’epopea semplice di questa famiglia/ragazzo/bambina in fuga da un mondo che la opprime e la ucciderebbe; seguila insieme a me, amico, vediamo se ce la fa a realizzare il suo sogno di emancipazione, se riesce a riscattarsi nel lavoro onesto/a ricongiungersi con il resto dei suoi cari/a liberarsi dalle ombre di un passato violento». Continua a leggere

Roderick Duddle a Bologna

Mercoledì 11 giugno ore 18
Libreria Einaudi, via Mascarella 11/A Bologna
Michele Mari presenta Roderick Duddle (Einaudi)
Interverranno Marcello Fois (scrittore) e Andrea Tarabbia (scrittore)

«Ci sono romanzi che ci catturano fin dalla prima pagina e non ci lasciano più, romanzi che ci fanno perdere la cognizione di tutto il resto. Che ci riportano indietro nel tempo, alle fameliche e appassionate letture dell’adolescenza, quando leggevamo Il richiamo della foresta di London o L’isola del tesoro di Stevenson e venivamo completamente assorbiti da quelle storie e catapultati in mondi avventurosi dai quali ci riscuotevamo solo per sopperire alle basilari necessità fisiologiche della vita. Era a malincuore che ritornavamo alla realtà, sorpresi di come il tempo fosse volato e fosse già prossima l’ora di cena: ci sedevamo a tavola con aria assente e trasognata, sotto lo sguardo perplesso di nostra madre, e tra un boccone e l’altro continuavamo a fantasticare sulle storie e i personaggi del romanzo fin quando non ci era concesso di tornare nuovamente a inabissarci nella lettura».
Antonella Falco – Nazione Indiana (il pezzo continua qui).
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Stati di grazia

Questa recensione di Stati di grazia di Davide Orecchio (Il Saggiatore) è uscita sull’Indice di questo mese.

Le sei “biografie infedeli” che componevano Città distrutte, il libro con cui Davide Orecchio aveva esordito due anni fa, avevano fatto capire che era nato in Italia uno scrittore dalla voce originale e potente: quella splendida raccolta di racconti era valsa a Orecchio qualche premio prestigioso (Mondello, SuperMondello e Volponi), il plauso pressoché unanime della critica e un senso d’attesa nei lettori per il prossimo libro. Sotto il magistero di Borges e W.G. Sebald, in Città distrutte si raccontavano le vite immaginate di sei personaggi messi di fronte ai grandi snodi della Storia del Novecento: erano storie di esili, povertà ed emigrazione che si intrecciavano con i momenti e i luoghi capitali del secolo breve come il fascismo, l’Unione Sovietica, l’Argentina dei desaparecidos. Basato su fonti d’archivio – e dunque figlio di un grande lavoro di documentazione – il libro letteralmente inventava delle vite paradigmatiche e le faceva raccontare da un autore che si fingeva il loro biografo. Continua a leggere

Dieci anni di solitudine, ancora

Siccome Garcia Marquez è morto, ripubblico una vecchissima cosa che avevo scritto su Cent’anni di solitudine.

Ho comprato Cent’anni di solitudine più di dieci anni fa: un vecchio tascabile Mondadori grigio fumo di Londra che faceva parte di quelle Collezioni d’autore in cui la casa di Segrate aveva raccolto, tra le oltre, le opere complete di Hemingway, di Pirandello e, appunto, di Marquez. L’avevo pagato 14.000 lire. Leggere un libro che si è comprato con una moneta che non c’è più fa un effetto strano, sembra quasi di compiere un’operazione filologica di recupero. Ora, io leggo spesso libri molto vecchi – che compro in rete o dai remainders o nelle librerie dell’usato di Milano e di Bologna – e quindi non dovrebbe farmi un grande effetto: invece, chissà perché, leggendo Marquez ho in questi giorni la sensazione di averlo sottratto alla biblioteca del padre o del nonno, in qualche modo mi sembra di violare un mondo che non mi appartiene. È una sensazione difficile da rendere, e forse, almeno parzialmente, il motivo è dato dal fatto che questa collana mondadoriana non esiste più ed è esistita soltanto per un breve periodo. In qualche modo, questo libretto, che ha ancora tutte le pagine bianche e alla fine ha l’inserto pubblicitario con le foto degli altri Oscar di Marquez e di Hemingway, è un mondo a parte nella mia libreria, un unicum tipografico, e forse anche per questa sua veste così scontrosa l’ho guardato con diffidenza per tutti questi anni. C’è da dire che solo raramente leggo i libri che ho appena comprato, ma i dieci anni di attesa per i Cent’anni sono in ogni caso un record. Continua a leggere