Nota su J. Rodolfo Wilcock

Ha ragione Roberto Bolaño, che in quarta di copertina parla della Sinagoga degli iconoclasti come di un libro in grado di dare un enorme piacere al suo lettore. E tuttavia, mentre mi avvicinavo alla fine della lettura, agli ultimi racconti, ho cominciato a provare una sensazione vicina a un certo disagio, alla noia. Continua a leggere

Il nuovo Zingarelli

zingarelli È uscita l’edizione 2015 dello Zingarelli, il vocabolario della lingua italiana. Quest’anno ci ho collaborato un po’, perché in Zanichelli avevano pensato a un progetto particolare e avevano bisogno di qualcuno che desse loro una mano a curarlo.

I lettori del dizionario, infatti, quest’anno lo troveranno un po’ cambiato: sotto le definizioni canoniche di alcune parole vedranno un riquadro all’interno del quale viene data una nuova, ulteriore definizione del lemma. Ma, e qui sta la novità, non si tratta di una nuova accezione del termine – semmai di una sua interpretazione d’autore.

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Gli intagliatori del legno #2

Pensieri sparsi sulla fine dei libri (il pezzo è un’ideale continuazione di questo)

Esistono almeno due tipologie di libro ricattatorio: il primo tipo è quello dei libri scritti con toni sapienziali, vagamente lirici e che mirano a risvegliare il poetico in chi legge mentre, sotto, l’intento non dichiarato è quello di “insegnare a vivere”. Esiste almeno uno scrittore molto noto e molto amato che scrive in questo modo, ma se mi addentrassi a studiare approfonditamente il problema so bene che vi troverei un esercito. Il secondo tipo è meno grossolano, ma proprio per questo più subdolo: è il libro scritto dallo scrittore “buono”, quello moralmente impeccabile, che si occupa di storie edificanti – che magari c’entrano con l’emigrazione o con la criminalità – e che sa far piangere e, soprattutto, far riflettere. «Non puoi non leggermi» dicono queste due tipologie di libri. E nello specifico: «Se non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, non avere un animo poetico, quella sensibilità che io so risvegliare con i miei aggettivi e quella voglia arcaica di stare ad ascoltare qualcuno più vecchio di te che di vita ne ha già fatta e te la vuole raccontare». E ancora: «Sei non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, tu che possiedi un animo sensibile ai problemi della nostra società, non voler leggere questa storia tragica di emigrazione, l’epopea semplice di questa famiglia/ragazzo/bambina in fuga da un mondo che la opprime e la ucciderebbe; seguila insieme a me, amico, vediamo se ce la fa a realizzare il suo sogno di emancipazione, se riesce a riscattarsi nel lavoro onesto/a ricongiungersi con il resto dei suoi cari/a liberarsi dalle ombre di un passato violento». Continua a leggere

Roderick Duddle a Bologna

Mercoledì 11 giugno ore 18
Libreria Einaudi, via Mascarella 11/A Bologna
Michele Mari presenta Roderick Duddle (Einaudi)
Interverranno Marcello Fois (scrittore) e Andrea Tarabbia (scrittore)

«Ci sono romanzi che ci catturano fin dalla prima pagina e non ci lasciano più, romanzi che ci fanno perdere la cognizione di tutto il resto. Che ci riportano indietro nel tempo, alle fameliche e appassionate letture dell’adolescenza, quando leggevamo Il richiamo della foresta di London o L’isola del tesoro di Stevenson e venivamo completamente assorbiti da quelle storie e catapultati in mondi avventurosi dai quali ci riscuotevamo solo per sopperire alle basilari necessità fisiologiche della vita. Era a malincuore che ritornavamo alla realtà, sorpresi di come il tempo fosse volato e fosse già prossima l’ora di cena: ci sedevamo a tavola con aria assente e trasognata, sotto lo sguardo perplesso di nostra madre, e tra un boccone e l’altro continuavamo a fantasticare sulle storie e i personaggi del romanzo fin quando non ci era concesso di tornare nuovamente a inabissarci nella lettura».
Antonella Falco – Nazione Indiana (il pezzo continua qui).
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Stati di grazia

Questa recensione di Stati di grazia di Davide Orecchio (Il Saggiatore) è uscita sull’Indice di questo mese.

Le sei “biografie infedeli” che componevano Città distrutte, il libro con cui Davide Orecchio aveva esordito due anni fa, avevano fatto capire che era nato in Italia uno scrittore dalla voce originale e potente: quella splendida raccolta di racconti era valsa a Orecchio qualche premio prestigioso (Mondello, SuperMondello e Volponi), il plauso pressoché unanime della critica e un senso d’attesa nei lettori per il prossimo libro. Sotto il magistero di Borges e W.G. Sebald, in Città distrutte si raccontavano le vite immaginate di sei personaggi messi di fronte ai grandi snodi della Storia del Novecento: erano storie di esili, povertà ed emigrazione che si intrecciavano con i momenti e i luoghi capitali del secolo breve come il fascismo, l’Unione Sovietica, l’Argentina dei desaparecidos. Basato su fonti d’archivio – e dunque figlio di un grande lavoro di documentazione – il libro letteralmente inventava delle vite paradigmatiche e le faceva raccontare da un autore che si fingeva il loro biografo. Continua a leggere

Dieci anni di solitudine, ancora

Siccome Garcia Marquez è morto, ripubblico una vecchissima cosa che avevo scritto su Cent’anni di solitudine.

Ho comprato Cent’anni di solitudine più di dieci anni fa: un vecchio tascabile Mondadori grigio fumo di Londra che faceva parte di quelle Collezioni d’autore in cui la casa di Segrate aveva raccolto, tra le oltre, le opere complete di Hemingway, di Pirandello e, appunto, di Marquez. L’avevo pagato 14.000 lire. Leggere un libro che si è comprato con una moneta che non c’è più fa un effetto strano, sembra quasi di compiere un’operazione filologica di recupero. Ora, io leggo spesso libri molto vecchi – che compro in rete o dai remainders o nelle librerie dell’usato di Milano e di Bologna – e quindi non dovrebbe farmi un grande effetto: invece, chissà perché, leggendo Marquez ho in questi giorni la sensazione di averlo sottratto alla biblioteca del padre o del nonno, in qualche modo mi sembra di violare un mondo che non mi appartiene. È una sensazione difficile da rendere, e forse, almeno parzialmente, il motivo è dato dal fatto che questa collana mondadoriana non esiste più ed è esistita soltanto per un breve periodo. In qualche modo, questo libretto, che ha ancora tutte le pagine bianche e alla fine ha l’inserto pubblicitario con le foto degli altri Oscar di Marquez e di Hemingway, è un mondo a parte nella mia libreria, un unicum tipografico, e forse anche per questa sua veste così scontrosa l’ho guardato con diffidenza per tutti questi anni. C’è da dire che solo raramente leggo i libri che ho appena comprato, ma i dieci anni di attesa per i Cent’anni sono in ogni caso un record. Continua a leggere

Una cosa che prima non c’era e adesso c’è

È nato Books in Italy, ed è una cosa che ha a che fare con il lavoro, per cui non dovrei parlarne qui. Ma da molti anni, ormai, mi occupo a vario titolo di mediazione editoriale, e in particolare provo a seguire e mappare i percorsi che i libri italiani fanno all’estero. Cerco soprattutto di capire perché un libro italiano va all’estero: vale a dire che mi interessa l’immagine che altrove hanno di noi. Dire quali libri vengono tradotti e da chi è dire che posto occupa l’Italia nell’immaginario collettivo (ed editoriale) di un Paese.
Da ieri c’è questo sito, che è nato per valorizzare l’editoria, la lingua e la cultura italiane nel mondo colmando il distacco che l’Italia soffre nei confronti di molti altri paesi europei, che da tempo si sono dotati di strumenti volti alla pro­mozione della propria produzione culturale all’estero. Continua a leggere

Il dolore del paratesto

Non una recensione su La gemella H di Giorgio Falco – che pure sto leggendo e che, benché la cinquantina di pagine che ho consumato finora non mi autorizzi a dare un giudizio, è sicuramente il libro di un autore potente e con una grande voce –, ma due piccole riflessioni sui suoi paratesti, il primo editoriale il secondo d’autore.

È probabilmente la quarta di copertina più incredibilmente stupida che abbia mai posseduto: criptica, enfatica senza dire nulla, parla di corti circuiti che fanno esplodere il presente, del cuore segreto dei totalitarismi e di altre sciocchezze. Soprattutto, a Stile Libero hanno avuto il coraggio e la faccia di paragonare La gemella H (su cui, ripeto, nutro buone aspettative) ai Buddenbrook di Thomas Mann, facendo capire che questo libro ne sarebbe un’ideale continuazione. Solo che, nel caos sonoro e di senso che l’estensore della quarta ha creato, è partito un refuso osceno, in grado quasi di farmi lasciare il romanzo sullo scaffale della libreria: vi si dice I Buddenbrock. In quarta, ossia nel manifesto dell’opera, dove si parla di cuori segreti, di presenti che esplodono e di «un’opera che restituisce alla letteratura il suo ruolo di svelamento di un’intera epoca». Continua a leggere

Cronaca del mondo feroce IX

Congedo
Finisce con i nostri corpi esausti, le mani stanche, la testa che pesa e che fatica a combinare pensieri complessi. Siamo stanchi, la vita qui corre a una velocità diversa, si nutre di una frenesia diversa, pasticciona e arruffata a cui non siamo abituati. Ad esempio ogni volta che torniamo in camera c’è qualcosa che non funziona all’impianto di condizionamento. Non si può stare a letto con quarantotto/cinquanta gradi, non c’è pace, non si può fare la doccia né respirare. Ogni volta dobbiamo fare la scena di scendere i due piani di scale, chiamare qualcuno alla reception e avvisarlo del guasto. Ma non è mai un guasto: oggi ci hanno tolto il telecomando, ieri ci hanno semplicemente spento il condizionatore. Capiamo in fretta che si tratta di un giochino dell’arabo grasso che ci ha accolto all’arrivo, e che ogni giorno escogita un trucco per farsi chiamare e chiederci la mancia. La scena è lui che arriva in camera, schiaccia un pulsante su un telecomando che gli spunta all’improvviso dalla tasca e rimane fermo accanto al letto fingendo di sentire refrigerio. Se ne va soltanto nel momento in cui qualcuno di noi gli dà una moneta. Instaurare una guerra di nervi è inutile, lui è più allentato di noi e considera la scena parte integrante del suo lavoro. Ma dal terzo giorno non lo chiamiamo più, abbiamo trovato un altro tizio che ci ha fatto vedere come attivare l’aria condizionata direttamente dal condizionatore, senza passare per il telecomando. Il tizio è stato gentile, e non ha nemmeno fatto il gesto di chiedere un compenso. Stare in camera al fresco nelle ore più calde diventa un’abitudine oltre che una necessità: fuori, nel primo pomeriggio, la città sbraita sotto i cinquanta gradi del deserto. Continua a leggere

Cronaca del mondo feroce VIII

Connessione
Poi ci spingiamo in fondo, superiamo le mura per vedere cosa c’è oltre. Sappiamo di non trovarci molto, perché da quella parte la città finisce, e forse vogliamo soltanto arrivare di là e voltarci indietro a guardare il sistema di mura rosa che chiude la città vecchia e la ripara. Passiamo per vie strette, battute da uomini, moto e bestie, vie odorose di tutto, di spezie, di cavalli, di sudore, di menta, di fieno, di benzina, di terra, di ciuchi, di merda, di caldo. Camminiamo contro i muri, per recuperare un poco di ombra, e ci rovesciamo spesso dell’acqua sulla testa. Annusiamo. Penso che la vita di una città si misura anche e soprattutto dagli odori che emana, il grado di vita è direttamente proporzionale ai profumi delle sue strade e della sua gente. Se non c’è odore, la vita è finta, come da noi. Di vero c’è solo il gesto finto di occultare le proprie cose e il loro sapore. Marrakech odora invece in modo palese e smargiasso di uomini, di cibo e di tutte le attività che i suoi abitanti fanno durante le loro giornate. Odora spesso in modo sgradevole, come vicino alle concerie, ma odora in modo vivo. Sa di quello che bisogna fare per viverci, e nessuno osa protestare perché da una casa o da una bottega fuoriescono fumi o fragranze penetranti e antipatiche. Storia dell’Europa attraverso i suoi odori nel corso dei secoli. Storia dell’Africa. Continua a leggere