Letteratura e fotografia

Metto qui un pezzo che ho scritto questo mese per l’Aula di lettere di Zanichelli. Non dice niente di che (anzi, è un po’ didattico e perfino ovvio), ma è frutto di un laboratorio sull’immagine che ho fatto tempo fa, e per il quale avevo buttato giù questi appunti: ha una sua importanza, per me, perché mi ha stimolato a fare una cosa che non faccio quasi mai – ragionare sulle immagini. Chissà perché, quando penso a queste pagine mi viene sempre in mente quella splendida poesia di Esenin che dice “e dal mio dorso penzola un fanale”. Secondo me ci ha pensato, e a lungo, pure Wenders.

Fotografia: scrivere con la luce. Proveremo a osservare da vicino i rapporti che esistono tra queste due arti, partendo dall’assunto che, fin dalla sua comparsa, la fotografia fu un autentico terremoto: costrinse la pittura a rinnovarsi (che senso poteva avere ritrarre un paesaggio o un volto “dal vero”, visto che la fotografia poteva farlo in modo più realistico ed economico?), ma impose anche ai letterati una serie di riflessioni sul rapporto tra parola e mondo, se è vero, come sostiene Silvia Albertazzi nel suo Letteratura e fotografia  (Carocci, 2017), che «A partire dalla fotografia, non pochi scrittori arrivano […] a riflettere sulla stessa scrittura, sulle sue finalità, sulla possibilità di frammentare anche in letteratura, come avviene in fotografia, la visione del mondo, di fare, in altre parole, anche della rappresentazione narrativa una storia di sguardo».
Proveremo a osservare questo rapporto attraverso da due concetti particolari: l’album di famiglia e la fotografia come frammento della realtà.

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L’autobiografia come infrazione

Una stupidaggine che dico sempre, ma che non considero priva di fondamento, è che difficilmente, nel corso della mia vita, mi sono imbattuto in capolavori scritti o composti o immaginati dopo i 65/70 anni. Detto altrimenti: sembra che gli scrittori abbiano a disposizione un tempo limitato (trenta/quarant’anni) per spremere fino al midollo il loro talento. Dopodiché ci sono mestiere, maniera, ma anche stanchezza. So perfettamente che esistono così tante eccezioni a questo teorema da renderlo poco più di una boutade, eppure non trovo nella memoria, tra i libri che mi hanno cambiato la vita, uno che sia stato scritto in età senile. Fanno eccezione (ne metto subito una io) i tre libri dell’autobiografia di Elias Canetti – che sono un autentico monumento del Novecento e uno dei suoi vertici.
Ma si tratta di un’autobiografia, non di un’opera di pura invenzione.
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Roma, frammenti

Roma, ancora. C’è qualcosa di seduto, in Roma, che non credo di riuscire a spiegare. È una città stravaccata, grassa, o così mi è parso, i suoi monumenti sono per lo più bassi, sviluppati in larghezza, imponenti. C’è una sensazione di languore, a passeggiare per Roma, di mollezza: la si guarda con gli occhi della donna gravida. Forse è per via della pietra, di questa sua monumentalità, di questo suo continuo movimento: mi dicevano che quando Thomas Bernhard decise di andarci a vivere motivò la sua scelta con il fatto che Roma è il centro del Caos, il punto nodale del disordine nello Stato più caotico del mondo. «Una metropoli da sola non mi basta» diceva. Invece io credo che non sia una questione di Caos, ma che a rendermi così incredibilmente attratto dai sui viluppi sia quell’atmosfera svaccata, panciuta, che traspira dal Colosseo come dalla Garbatella, dal corso del Tevere come, che so, dal Campo de’ Fiori.

Non credo che potrei viverci mai. I suoi ritmi, la sua gente, il sistema su cui si fonda non fanno per me. Tempo fa pensavo che l’annosa opposizione Milano/Roma non fosse altro che una delle declinazioni possibili della dicotomia Privato/Pubblico. A Roma si parla di Rai, di Camera e Senato, di onorevoli. A Milano non esiste niente di tutto questo. A Bologna non ne parliamo.

Ma soprattutto c’è in Roma un eccesso di bellezza che mi stordisce. È per questo che non saprei viverci: continuamente cercherei questa sua bellezza – che è esibita, mostrata a volte in modi addirittura volgari e che tuttavia è ancora in grado di riservare sorprese a un occhio attento – e non farei altro. Forse è questo che ha tentato di dire Sorrentino nella Grande bellezza, che pure non ho visto.

Per esempio tento di prendere il minor numero di mezzi pubblici possibile: al di là del fatto che la metropolitana è orrenda e malfunzionante e che gli autobus sono sempre stipati, cerco sempre di mettere i miei appuntamenti in orari che mi lascino almeno un’ora libera per camminare. Così la attraverso, mi ci perdo un po’.

L’Isola Tiberina, la sera, è più bella dell’Île de la Cité.

Hanno di recente riaperto gli scavi di via dei Fori Imperiali e quando ci si trova nelle vicinanze del Foro di Traiano sembra di non aver bisogno di nient’altro per vivere.

Eppure credo che si possieda una città soltanto a partire dal momento in cui l’andarci non coincide con la ricerca di un luogo particolare e del ricordo o la sensazione ad esso legati. Roma non è la mia città, io non la possiedo, posso soltanto percorrerla. Sarà così sempre, credo, almeno fino a che non dovrò per forza andare a vedere la statua di Giordano Bruno o, appunto, i Fori. È quella sensazione provinciale che ti fa pensare «Finché non li ho visti non mi sembra di essere stato qui» e che a un certo punto ho smesso di provare in luoghi che ho frequentato molto e conosco bene, come Pietroburgo.

I gatti dei Fori Imperiali non si lasciano avvicinare, quelli di Largo Argentina a volte sì.

Ho conosciuto e ho trascorso del tempo con una persona di una mitezza e una serenità assolute, disarmanti: Mina Welby. Sono andato via dall’incontro con lei con una sensazione strana eppure precisa: che mi avesse fatto bene.

Castrami, padre!

In forma leggermente modificata, questo è il pezzo che ho fatto per IL di questo mese. E’ scritto per raccontare un’attitudine, con la consapevolezza di prestare il fiancoIL-cover-aprile-258x258 a più di un mugugno.

Non bisognerebbe cominciare con lui (un padre altrettanto castrante di quelli di cui vorrei parlare), ma in Goethe muore, Thomas Bernhard mette in bocca al padre della letteratura tedesca moderna queste parole: «Le cose che ho scritto sono state indubbiamente le più grandi, ma sono state anche ciò con cui ho paralizzato per un paio di secoli la letteratura tedesca. Io, mio caro, sono stato un paralizzatore della cultura tedesca» (i corsivi non sono miei). Ho letto questo racconto mentre pensavo agli annientatori della cultura italiana, i nostri padri castranti. Da allora non riesco a liberarmi dalla parola «annientamento»: mi sveglio, e penso di aver finalmente annientato il sonno, mangio e so che sto annientando la fame. E così via, all’infinito, tutto mi sembra vecchio e annientato: apro le pagine culturali di alcuni quotidiani e scopro che si parla ancora della Grande Guerra come fosse una novità, o che si giudicano gli esordi degli scrittori più interessanti paragonandoli a Calvino e Pasolini.

Pasolini contro (?) Calvino

I primi due annientatori della cultura italiana, almeno per quanto riguarda la letteratura, sono loro. Da almeno trent’anni sono le Scilla e Cariddi della percezione critica italiana. Esordisce uno che ha un tono leggero, un po’ impersonale, e che gioca con la lingua e ha qualche guizzo di fantasia: ha scritto un libro à la Calvino; un altro, invece, si occupa delle beghe politiche del Paese, prende qualche posizione, fa i nomi e i cognomi o è omosessuale: sarà finalmente arrivato il nuovo Pasolini? (Ce n’è anche un terzo, a ben vedere, che può fare l’una o l’altra cosa, ma parla dei “giovani” e ha meno di venticinque anni: è tondelliano!). Personalmente, benché ne riconosca la rispettiva grandezza e l’importanza, non amo né Pasolini né Calvino. L’unico Pasolini che riesco a leggere, se ci penso, è quello corsaro e, soprattutto, quello delle Descrizioni di descrizioni. Non ho amato nessuno dei suoi romanzi che ho tentato di leggere, considero tutti i suoi film invecchiati e troppo pedagogici e ho guardato in modo perplesso anche Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo. «È naturale» mi ha detto una volta un critico, «sei un calviniano. Se non ami Pasolini è perché il tuo sentire, la tua cultura, pendono dalla parte dei Borges, dell’Oulipo, del gioco linguistico. In una parola: di Calvino». Nossignore, gli ho risposto: io Calvino è dalla terza media che non lo riesco a leggere, a me tutta questa leggerezza, questa rapidità, quest’esattezza, questo tempo presente e questo darmi di continuo del tu mi hanno stancato quando ho pensato di essere cresciuto e ho scoperto il passato remoto, la lunghezza, la lentezza, la serietà e la pesantezza. Il critico è rimasto interdetto, si guardava le mani: «Devi trovare la tua strada, ragazzo mio, devi scegliere da che parte stare o ti perderai, non saprai più cosa scrivere e cosa leggere, la tua vena si esaurirà e i tuoi lettori – se ne hai! – smetteranno di riconoscerti». «Ma ci sono altri scrittori!» ho urlato, «In Italia anche altri hanno scritto delle cose importanti! E poi non c’è solo l’Italia!». Ha smesso di guardarsi le mani e ha cominciato a scuotere la testa: «Tutti gli scrittori non sono che dei derivati di Calvino o Pasolini. In ogni scrittore – anche in quelli nati prima di quei giganti – c’è un po’ dell’uno o dell’altro. Fidati di me: sono anni che leggo e insegno e recensisco».

De André, Mina.

La frase che più mi ha colpito leggendo il Dizionario del pop-rock è questa: «Duettare con Mina è l’aspirazione di ogni artista italiano». Forse è vero: sono pochissimi i cantanti importanti che non hanno fatto un duetto con Mina. Allo stesso modo, sono moltissime le cantanti non importanti che sono state paragonate a Mina. Fateci caso: una fa un acuto, in Italia, e sembra Mina. Un’altra fa un vocalizzo un po’ audace, in cui magari non dice niente ma fa «bula-bu-ba-ble-bu» e si sta sicuramente rifacendo a un gorgheggio che Mina fece in Canzonissima del 1968. Un’altra ancora ha una voce pulita e lucida, e «dovrebbe provare, per vedere se è brava davvero, a cantare Brava». E così via. Allo stesso modo, da quando è morto, non si può dir male di De Andrè – che per inciso ha sicuramente venduto più dischi dopo il 1999 che in tutta la sua carriera precedente. Ogni tentativo di cantautore italiano, negli ultimi quindici anni, è stato messo a confronto con la vocalità, la scrittura e l’impegno del genovese. Forse è stato davvero il più grande, ma se ne sono accorti tutti solo dopo la sua morte: prima era uno di quelli bravi, non il più bravo in assoluto. Non si parlava dei suoi testi come si parla delle poesie di Montale (tra l’altro molte canzoni di De Andrè sono piene della vituperatissima rima cuore/amore, vedi ad esempio la Ballata dell’amore cieco), non era stata avviata nessuna pratica di santificazione e, soprattutto, nessun giovanotto di buone speranze veniva continuamente paragonato a lui, con il risultato di affossare subito ogni talento sotto la cappa di un confronto insostenibile. Perché è questo, in definitiva, il problema fondamentale dei padri castranti, in letteratura come in musica o altrove: tu fai una cosa buona, e subito vanno a rintracciare un tuo possibile antesignano nobile, con il risultato che tu, giovane di belle speranze, vieni paragonato a un mostro sacro e giudicato inevitabilmente inferiore e annientato. È quello che succede anche all’Inter.

Il Mago Herrera e l’attitudine punk del conservatorismo italiano

All’Inter, ogni allenatore viene paragonato al Mago Herrera (che a dirla tutta a me un genio consolidato non è mai sembrato). Ci sono due casi: il primo è che l’allenatore in questione è uno straniero. Da Mourinho a Cuper , tutti sono passati sotto le forche caudine del confronto con l’allenatore della Grande Inter. Oppure l’allenatore è un giovane, come Stramaccioni che, bravo o no che sia, la domanda di rito sul suo rapporto con l’inventore del taca la bala se l’è sorbita centinaia di volte. C’è poi un terzo caso, che è più generale e comprende tutti gli allenatori che non sono né stranieri né giovani: perché a tutti, inesorabilmente, tocca la domanda su Herrera, sull’Inter di Burgnich, Facchetti eccetera. Una cosa del genere c’è anche al Milan, dove ogni centravanti è il nuovo Van Basten, o a quella squadra di Torino, quella piena di nuovi Platini e Boniperti e dove tra qualche anno ci sarà qualcuno che ricorderà Del Piero. C’è poi il caso planetario e trasversale di Maradona, che ha una cinquantina di eredi che hanno appeso le scarpette al chiodo prima ancora, a volte, di arrivare in prima squadra.

Ma che cosa ci dice questo atteggiamento? Dice, mi pare, che prima si stava meglio, che il passato è stato grande e che ogni sforzo, in qualunque ambito, è volto in qualche modo a replicarlo, perché il presente è di per sé misero e il futuro non si vede. Dice che per quanto tu sia bravo il massimo che potrai ottenere, nella percezione comune, è di essere una replica di qualcosa che c’è già stato, che brillava di luce propria e ha segnato un’epoca. Dice, in pratica, che tutto è già stato detto e fatto, che i padri non solo hanno fondato o rivoluzionato dei campi del sapere e dell’agire, ma ne hanno inevitabilmente segnato i confini, e che tu da questi confini non puoi e non devi uscire. È un incrocio, insomma, tra un’idea estremamente conservatrice del mondo e un’ottica no future che mi paiono una delle più perfette descrizioni dello stato attuale del nostro Paese.

Quando sento nominare qualcuno dei maestri di cui ho parlato provo ormai un senso di nausea. Non ne posso più di sentir nominare i Calvino, i Pasolini, i De Andrè, i Fellini. Non ce la faccio più a sentire sempre le solite quattro o cinque citazioni, i soliti due o tre temi fondamentali, le solite poesie, il solito film, il solito verso della solita canzone, il solito incipit del solito libro. Ma cosa voglio fare, alla mia età, voglio ancora uccidere i padri? Per carità: io li voglio liberare, voglio farli uscire dalla fanghiglia in cui li abbiamo messi, voglio smetterla di pensare a loro come a dei fondatori o a degli annientatori di qualcosa e voglio restituirli al loro ruolo di autori, musicisti, pensatori. Voglio toglierli dal piedistallo e guardarli negli occhi, voglio leggerli e ascoltarli come leggo e ascolto gli altri, restituendo loro il posto che gli spetta e restituendo a tutti noi, soprattutto, il sacrosanto diritto di avere una voce propria.