Il peso del legno – un estratto

Schermata 2018-05-02 alle 11.32.56Esce oggi, nella serie CroceVia di NNEditore – una collana in cui alcuni scrittori italiani non necessariamente credenti sono invitati a ragionare sulle parole fondamentali della cristianità -, il mio libro nuovo, Il peso del legno. È un saggio narrativo, se questa definizione ha senso e se hanno senso le definizioni. Ruota attorno alla parola “croce” e a quel simbolo che è insieme di condanna e di salvezza, di vergogna e di speranza, di redenzione e di colpa. È un saggio, dicevo, perché contiene riflessioni, cita teologi e filosofi, si pone le loro stesse domande; è narrativo, perché ragiona sull’idea di apocrifo, di riscrittura delle Scritture e, in un paio di occasioni, osa riscriverle; è autobiografico, perché qualcuno, a un certo punto, mi ha fatto capire che un libro in cui si parla del simbolo del dolore e del riscatto doveva necessariamente fare i conti con qualcosa di personale. Così, dopo qualche pagina, dico a mio padre una cosa che non gli ho mai detto.
È anche, credo, il libro di qualcuno che cerca Cristo e non lo trova, che legge le Scritture e non le accetta, non in toto per lo meno, che ascolta i predicatori e non li giustifica. È il libro di qualcuno che crede che il messaggio di Cristo sia magnifico e salvifico, ma allo stesso tempo insopportabile, impraticabile.
Si appoggia su tre grandi figure, tre grandi uomini su cui si è abbattuto il peso della missione di Cristo: Simone di Cirene, Giuda, il mio amatissimo Pilato.
Qui di seguito c’è un piccolo estratto, su Simone:
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Il peso del legno

«Ti ho chiesto amore e salvezza, tu mi hai dato una croce».

Uscirà il 17 maggio, ma sarà disponibile presso lo stand dell’editore già durante il Salone del libro di Torino, il mio prossimo libro: si chiama Il peso del legno, esce per la collana CroceVia di NNeditore. Più di un anno fa, mentre stavo nel pieno della stesura del romanzo che uscirà il prossimo anno, mi chiamò Alessandro Zaccuri dicendomi che stava curando una piccola collana nella quale scrittori non praticanti, o atei, o agnostici, si sarebbero misurati con parole e concetti della cristianità. «Avremo un libro sulla passione, uno sulla fede, un altro sulla grazia» disse. «Vorresti farne uno sulla croce?»
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L’origine del sacro, o di come abiurai la religione cattolica

Più che per fede – che anche quando ero molto giovane non ho mai praticato granché, oscillando a seconda delle stagioni tra forme vaghe di ateismo, di agnosticismo, di indifferenza e, infine, di fervore religioso autoimposto allo scopo di verificare il mio livello di misticismo –, più che per fede, dicevo, quando avevo otto o nove anni ho fatto per qualche mese il chierichetto per stare con gli altri. Molti miei amici lo facevano: dicevano che era facile, divertente e, soprattutto, che facendolo si poteva finalmente scoprire com’era fatta la sagrestia, quali erano le stanze recondite nascoste nella pancia della chiesa, e mentre si aspettava l’inizio della messa, infine, si poteva stare seduti nel maestoso coro di legno ricavato nell’abside. Abbiamo servito messa, insomma, perché volevamo vedere che cosa c’era dietro la messinscena dei paramenti che ogni settimana ci si ergeva davanti. Eravamo tutti bravi ragazzi: studiosi più o meno, avevamo tutti preso i nostri sacramenti, andavamo a catechismo e non avevamo ancora cominciato a saltare la messa della domenica per andare in sala giochi pagandoci la partitella coi soldi dell’offerta.
Alcuni minuti prima della messa ci trovavamo nel retro della sagrestia, dove era stato allestito un piccolo spogliatoio: lì ci cambiavamo, ci mettevamo le gonne – nere nelle domeniche normali, rosse in quelle speciali – parlavamo di videogiochi e di figurine; poi veniva il momento di fare la piccola riunione seduti nel grande coro di legno dietro l’altare. Lì, i più grandi ci contavano e distribuivano i compiti: «Tu fai la comunione e il piattello», «Tu fai la campanella» dicevano, e se ti capitava qualcosa che non avevi ancora fatto ti veniva spiegato come eseguire il compito.

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