Dove sono io – terza e ultima parte

[Prima parte, seconda parte]

Una frase che non riesco a dimenticare: «Si alzò lentamente come disimplicandosi dalla terra». È di Michele Mari, e non so dire perché ma mi pare racchiuda il senso di tutta la letteratura possibile.

Per una serie di coincidenze che sarebbe superfluo raccontare, nei mesi successivi alla telefonata con Simone mi ritrovai in un più di un’occasione nella città di M***. In ognuna di queste occasioni ho pensato di chiamarlo e di fissare un incontro, e ogni volta non l’ho fatto: da una parte c’era Laura che, con le sue solite motivazioni tentava, devo dire con successo, di convincermi a desistere. Dall’altra parte, Simone, come ho già scritto, per mesi e mesi non si faceva vivo né per mail né per telefono: il mio interesse per lui e la sua storia, di conseguenza, andava e veniva a ondate e, forse per una sorta di esorcismo, ogni volta che mi ritrovavo su un treno o in macchina diretto verso la città di M*** la voglia di contattarlo e di stare ad ascoltarlo era al nadir. Eppure giravo per la città di M*** guardandomi intorno, come aspettandomi di essere riconosciuto e apostrofato dalla sua voce. Nel risvolto di copertina del Demone, pensavo, c’è la mia foto, e altre mie foto girano in rete: non è così difficile riconoscermi se si ha qualche interesse nel farlo. Mi sentivo anche, per dirla fino in fondo, colpevole nei confronti di Simone: immaginavo un uomo solo (non so perché, ma l’ho sempre immaginato solo – come poi si è rivelato essere nella realtà), sopraffatto da una biografia insostenibile, colpevole, più grande di lui; lo immaginavo pieno di ira e di attesa e di speranza tradita per via di un cenno che io continuavo a non fargli. E mentre lui si consumava perché l’unica voce che aveva trovato per la sua storia – la mia – faceva di tutto per ignorarlo, io giravo per le vie di M*** in compagnia di amici, tiravo tardi, andavo a vedere il mare e al ristorante.
Ma c’è un’altra motivazione, più profonda e viscerale, e che non ho detto mai a nessuno (per lungo tempo nemmeno a me stesso). Non è piaggeria, e nemmeno captatio benevolentiae se faccio questa premessa prima di dire che io evitavo di contattare Simone e di chiedergli un incontro perché, altrimenti, temevo che non sarei mai riuscito a liberarmi del Demone. Ho realizzato pienamente questa cosa – di cui parlerò tra poche righe – solo quest’estate, ad Agrigento, dove ero stato invitato da degli amici a presentare il libro. Io, allora, avevo già incontrato Simone, l’avevo ascoltato e avevo, per così dire, chiuso quel capitolo della mia vita: e tuttavia ci volle, perché io finalmente riuscissi a confessare tutto a me stesso, una domanda brutale fattami da un ragazzo. Dario (si chiama così anche lui) mi aveva fatto una breve intervista per la tv locale che aveva ripreso l’incontro; finito il servizio si avvicinò di nuovo a me e
«Posso farti un’altra domanda?» disse, «Te la faccio per me, non per la tv».
«Altroché» risposi. Io quella sera ero felice, tutto era andato bene, le ragazze portavano i sandali e mi sentivo pieno del mondo. Ero dunque pronto a sentirmi chiedere: «Quanto tempo ci hai messo a liberartene? A liberarti di un libro così, di una voce così?».
Non mi ricordo che cosa ti ho risposto, Dario. Ma so che quella sera di festa io non ero ancora sicuro – a così tanti anni di distanza dall’elaborazione del libro e a undici mesi dalla sua pubblicazione – di essermi liberato di Marat, e della palestra, e di Ivan e Petja, e di Pope Alan e padre Aleksej e delle mamme e dell’orrore di quei tre giorni lontani. Quello che so è che, allora, io, benché non lo potessi sapere, ero preparato a ricevere quella domanda e a rispondere serenamente. Solo pochi mesi prima, non so come avrei reagito.

Molti anni fa, quando ero ancora uno studente e avevo nel cassetto un romanzo lunghissimo e sconclusionato che non pubblicherò mai, avevo scritto un appunto – che avevo intitolato, fingendo di essere la Yourcenar, La carcere. Dice così:

Ma si scrive per ingabbiarsi, per incarcerarsi. Scrivere non è un atto di libertà, di espressione, ma, semmai, di prigionia, di impressione. Ci si incarcera all’interno della parola, delle parole. Si è prigionieri di quello che si è scritto. Provo a immaginare di scrivere qualcosa di profondamente autobiografico, il racconto di una sofferenza, ad esempio, o di un episodio che in qualche modo mi ha cambiato: scrivo per liberarmene, si direbbe. Invece no: scrivo per chiudermi in esso, per non uscirne più, per non poterne più parlare se non attraverso le parole che io ho usato per descriverlo.

Sono ancora convinto di questa cosa: si scrive per fissare il mondo attraverso le parole, per inchiodarlo lì. Non ha senso scrivere di una cosa e poi saperne parlare con parole che sono altre rispetto a quelle che si è usate. A questa forma di prigionia (che è la cosa più bella e più grande che può capitare a uno che scrive) se ne deve però aggiungere un’altra, che io all’epoca non avevo provato e non potevo immaginare: l’estrema fatica che si fa, a livello intellettuale, estetico e morale, per andare a toccare un’altra isola, un’altra storia. A lungo, dopo il Demone, non ho scritto: ero pieno di quel libro, mi bastava; soprattutto, ogni volta che avevo un’idea, che provavo a cominciare qualcosa, mi rendevo conto che potevo raccontarla solo con la voce di Marat. Ma la voce di Marat ha senso solo all’interno del Demone. Ciò che non è il Demone ha bisogno di un’altra voce, di un’altra esperienza, e solo ora che è passato così tanto tempo, dopo che ho letto e ho scritto e ho vissuto e ho immaginato, posso dire che la voce di Marat – che è parte di me e non se ne andrà mai – non è più un fantasma che mi scorre nella penna. Se n’è andata: è lì, su uno scaffale, ci posso tornare quando voglio ma non mi fa più male.
Ecco, all’epoca in cui evitavo Simone, la voce di Marat c’era ancora. Forse stava cominciando ad andarsene, ma sapevo che era lì ad attendermi ogni volta che giravo un angolo. L’idea di rientrare in quella storia, di ripercorrere quei tre giorni, e di sentirmi dire che le cose non erano andate come io avevo scritto mi spaventava. Mi attraeva e mi spaventava. Perso tra questi due poli – l’attrazione e la paura – preferivo non pensarci e andare avanti facendo finta di niente.

(Io più nudo di così, credo, non lo sono mai stato).

Ma sapevo che il momento sarebbe arrivato. Ho passato il ponte del Primo maggio dello scorso anno nella città di M*** con Laura e una coppia di amici. Sono andato a M***, quella volta, senza quasi pensare a Simone. Ma la prima sera, poco prima di cena, senza dir niente a nessuno (tutti nella casa sapevano di questa storia) ho preso il telefono e l’ho chiamato. Non so spiegare perché l’ho fatto: forse perché da tempo non pensavo granché a lui e, nel frattempo, l’ombra di Marat cominciava a declinare e io mi sentivo un uomo in via di liberazione. Simone mi ha risposto con la sua voce di prigioniero ed erano mesi che non ci sentivamo. Ho percepito chiaramente, dall’altra parte della cornetta, un singulto d’emozione mentre dicevo d’un fiato:
«Simone ciao, sono Andrea Tarabbia e sono a M***. Mi piacerebbe incontrarti».
Ci siamo accordati per la mattina dopo. Io e Laura abbiamo passato una notte agitata. Lei, soprattutto, ha dormito poco: per non lasciarmi solo, mi aveva convinto a portarla con me.

Un passo a cui ritorno ogni volta, e da sempre, con un’emozione che non provo da nessun’altra parte: «La vidi ritirarsi con un tuffo, abbassarsi e piegare verso i vetri: si mise a correre lungo l’interno della cornice: le spruzzai un altro getto di veleno: si fermò, abbassò le ali e la testa, tornò indietro e per un attimo sospese qualsiasi movimento: contrasse ripetutamente la sacca del ventre, cercò di nettarsi le zampe anteriori, provò le ali, insieme e una per una, avanzò, indietreggiò, cadde all’indietro, restò ferma qualche secondo, sbalordita, perduta all’improvviso la virtù del volo: la gravità che l’affliggeva la spaventò con una violenza che riempì la stanza». I protagonisti del brano sono un’ape molesta e il DDT. È Paolo Volponi, il più appartato dei nostri giganti.

La mattina dopo, domenica 29 aprile 2012 alle 11, io Laura e Simone avevamo appuntamento nel dehor di un caffè della via centrale di M***, quella che dalla chiesa principale declina verso la piazza centrale. Sotto una pioggia torrenziale ci siamo diretti all’incontro. Ero rimasto d’accordo con Simone che l’avrei chiamato non appena fossi stato davanti alla chiesa e ci saremmo fatti un cenno da lontano per riconoscersi. Arrivati alla chiesa, ho preso il telefono e ho immediatamente sentito squillare il cellulare nella tasca di un tizio che ci stava vicino, un quarantenne ben vestito e dai modi borghesi. Mentre il quarantenne cercava di rispondere, ho chiuso la chiamata e mi sono avvicinato a lui chiedendo: «Simone?»
Quello ha fatto sì con la testa e gli ho allungato la mano. Solo che il suo telefono continuava a squillare. Il primo Simone che abbiamo incontrato, insomma, non era quello vero. Nel frattempo, il mio cellulare ha cominciato a trillare e, mentre mi scusavo con il quarantenne, un tizio dall’aria stralunata, con un marsupio e alcune sporte di carta, il cappellino con la visiera rossa e una giacca impermeabile chiara buttata sulle spalle con la noncuranza di chi viene aiutato a vestirsi ci faceva dei cenni da una ventina di metri di distanza.

Dell’incontro, durato quasi tre ore, ricordo molti particolari: che eravamo all’aperto, e che Simone avrà fumato almeno un pacchetto di sigarette; che ricevette quattro o cinque telefonate “d’affari”; che un torrente d’acqua scivolava furibondo nelle scanalature del porfido della via e formava delle piccole pozze sotto il nostro tavolino di metallo, per cui dovevamo tutti tenere le borse e i piedi sollevati; che Simone non si tolse mai il cappellino tranne una volta, per farci vedere la forma spaccata del suo cranio rasato: un solco lungo alcuni centimetri gli piaga il lobo destro e crea una specie di depressione, suggerendo l’idea che Simone abbia due teste, come il padre priore degli Esordi di Antonio Moresco. È una ferita, dice, che si è procurato nel Caucaso nel 2007: è stato aggredito a Vladikavkaz da un gruppo di persone, ma non ha voluto spiegarci il motivo dell’aggressione. Da allora, però, dopo alcuni mesi d’ospedale in Caucaso prima, a M*** poi – mesi in cui dice di aver lottato contro la morte – è in congedo definitivo. Gli hanno trovato un posto come portiere all’ospedale («ospedale civile», dice lui) di M***, e non sta sempre bene: soffre di emicranie continue e, soprattutto, ha dei vuoti di memoria, e non parla bene (dal vivo infatti trascina alcune consonanti e fatica a pronunciare certe parole).

Voglio dire subito che, non appena vidi Simone salutarmi da lontano, non appena vidi com’era vestito e l’aria svagata dei suoi occhi, io smisi di avere paura di lui, di provare agitazione. Diventai come divento di solito davanti alle persone che deludono le mie attese: bonariamente disinteressato. Ma lui ci disse di aver imparato il russo in venti giorni. Prima del 2007, disse, io avevo una mente veloce, e conoscevo molte lingue di cui oggi ricordo solo alcune cose. Nel corso del nostro incontro, pronunciò più volte alcune parole russe, e le pronunciò perfettamente. Ma il suo discorso – di fatto un specie di monologo durato per tutto il tempo in cui rimanemmo seduti al tavolino nel dehor – fu sconclusionato, pieno di salti logici e temporali, di cose che diceva di non ricordarsi bene o che non voleva raccontare fino in fondo. Era stato, nel corso della sua vita di paracadutista, membro di un non meglio precisato battaglione di forze speciali, e aveva girato il mondo, e aveva fatto molte missioni sulle quali era costretto a serbare il segreto. Nei ristoranti degli alberghi, disse, c’è una regola: bisogna farsi assegnare dal cameriere sempre lo stesso tavolo, quello posto in un angolo in fondo alla stanza, e bisogna sedersi sempre con le spalle al muro. In questo modo, disse, si può tenere sotto controllo la sala e, man mano che i giorni passano, si imparano i movimenti dei camerieri, del personale dell’albergo, dei clienti: se guardi un posto per molti giorni dalla stessa angolazione impari a conoscerlo, diventa tuo e, in caso di pericolo, sei in grado di notare prima degli altri qualche mutazione nel comportamento delle persone, qualche irregolarità nel normale svolgimento delle giornate. Quando il tuo lavoro ti porta a frequentare i luoghi pericolosi del mondo, devi per forza comportarti così, perché devi proteggere te stesso e devi registrare il maggior numero di informazioni possibile su ciò che ti sta intorno. Simone, nella sua vita immaginata, è sempre in guerra. Così, in Egitto, al Cairo, disse, ho capito prima degli altri che nell’albergo dove risiedevo sarebbe presto successo qualcosa: quando la bomba contenuta nel borsone di un cliente che stavo tenendo d’occhio da qualche giorno esplose, una mattina a colazione, io avevo già fatto in tempo a correre fuori portando con me una comitiva di turisti italiani che non si era accorta di nulla.

Hitler non è morto nel 1945, disse, ma ci sono prove che sia andato a vivere in Argentina. E così il dottor Morte: pensano tutti che sia finito in Brasile, ma in realtà ha lavorato per anni negli Stati Uniti al servizio della CIA. O la volta, disse, che catturammo Bokassa nella giungla a metà degli anni Novanta (Voi?!? Gli italiani?, chiesi, fingendo di seguirlo e di credergli. Sì, disse, tu non puoi sapere come funzionano davvero queste cose, è molto complicato, ma gli italiani hanno partecipato a moltissime missioni speciali di cui non si deve sapere nulla): si era rifugiato in una capanna in mezzo agli alberi, a molti giorni di cammino nella foresta. C’erano con lui i suoi fedelissimi e alcune donne. E c’era, nelle cantine… Andrea, io non ho mai visto una cosa del genere… Lui è stato accusato di cannibalismo e l’hanno scagionato, ma quello che ho visto io non lo puoi immaginare. Così lo catturammo, avevamo l’ordine di caricarlo su un aereo di portarlo in Europa, perché fosse giudicato dal tribunale dell’Aja. Legato mani e piedi, incappucciato, nel piccolo aeroporto di Bangui, lo caricammo sull’aereo, ma all’improvviso vedemmo sulla pista migliaia di persone, persone comuni, che si avvicinavano a noi urlando, e sai perché?, perché lo reclamavano, lo volevano per loro. A quelli laggiù non gliene frega niente della legge e dei tribunali internazionali, niente. Loro volevano Bokassa, volevano giudicarlo a modo loro. Ma noi non potevamo consegnarlo, ci aspettavano all’Aja. La gente aveva dei portavoce e ci mettemmo a parlare con loro. Accanto a noi Bokassa, legato e incappucciato, era fermo, come morto, forse non capiva quello che stava succedendo. Intanto la gente aveva circondato l’aereo, e più il tempo passava più si faceva minacciosa e noi avevamo cominciato a capire che non ce la saremmo cavata se non l’avessimo consegnato. Così ci siamo consultati. Quello era una belva, Andrea, un assassino e un cannibale, e a noi faceva schifo. I portavoce tentavano di tenere calma la gente, ma quella urlava, spingeva, molti erano armati e in quei posti lì la vita umana – anche la nostra – non ha nessun valore. Così abbiamo deciso: abbiamo detto ai portavoce che avremmo consegnato Bokassa a patto che la gente liberasse la pista e ci permettesse di decollare immediatamente. L’abbiamo lasciato lì, legato e incappucciato, sulla pista, e mentre decollavamo abbiamo visto come è morto. Bokassa non è morto d’infarto, Andrea, Bokassa è stato smembrato e divorato dal suo popolo sulla pista dell’aeroporto di Bangui.
Io e Laura ci guardiamo, il fiume d’acqua che scende dalla chiesa fino alla piazza e il rumore della pioggia che frusta la copertura del dehor.
«Dimmi di Beslan» dico. Simone prende una pausa, si accende un’altra sigaretta, si tocca la testa. Beslan, dice, Tu sei stato bravo, hai scritto un bel libro, ma ci sono delle cose che non potevi sapere, che non sono state dette né scritte da nessuna parte… i morti, per esempio, tu lo sai quanti sono i morti di Beslan?
«Sono più di trecento» dico, «Trecentotrenta, poco più».
Scuote la testa e guarda in un punto imprecisato tra il tavolo e me. Sono ottocento, Andrea, è stata una strage senza precedenti, sono più di ottocento. Io ero là, li ho visti e lo so. Sono stato nel Caucaso per molti anni, ho fatto missioni dalla fine degli anni Novanta fino a quando mi hanno ferito. Quando abbiamo ricevuto la notizia del sequestro della scuola eravamo a Vladikavkaz. Era il due settembre, gli ostaggi erano già rinchiusi da 24 ore. Con un amico di là – sapevamo che non potevamo recarci sul posto come esercito italiano, ma che avremmo dovuto arrivarci come privati cittadini – siamo saliti su una jeep civile e siamo partiti immediatamente. Eravamo in due, solo due: io italiano e lui osseto. Sua moglie è georgiana e fa i migliori chačapuri che abbia mai mangiato. Li conosci, i chačapuri? Sì, dico, sono la focacce georgiane al formaggio. Li ho mangiati qualche volta a Mosca. Ah, ma a Mosca sono un’altra cosa, tu dovresti provare quelli che si fanno nel Caucaso! Dopo, prima di andar via, ti do la ricetta, così magari (guarda Laura) lei te li fa. Fa una pausa, fuma. Beslan, dice, Io Andrea non ho mai visto una cosa come quella che è successa a Beslan, ancora adesso mi sveglio di notte pensando a quei bambini, mi sogno le urla dei loro parenti fuori dalla palestra. È stata una cosa terribile, la peggiore che mi sia mai capitata. Si ferma di nuovo, respira. La voce se è possibile gli è diventata ancora più bassa, tumulare. Si riprende all’improvviso: le autorità quando siamo arrivati erano tutte già fuori, c’erano i militari, i politici, e nessuno sapeva cosa fare. Quelli da dentro minacciavano di ammazzare tutti, e c’era panico, la gente piangeva. C’erano dei parenti dei prigionieri che erano armati e volevano fare irruzione, farsi giustizia privata, far fuori tutti quelli incappucciati. Le autorità non sapevano come comportarsi, dovevano tenere a bada la gente disperata e furente all’esterno e dovevano capire come parlare coi terroristi senza che questi facessero male agli ostaggi. Così, Andrea, visto che nessuno faceva niente, ci ho parlato io. Tu?, dico, trattenendomi per non ridere. Io, io, dice, grave. Il mio amico osseto voleva fermarmi, diceva che ero pazzo, che lui ha una moglie e un figlio a casa e che non voleva riportarmi a Vladikavkaz morto. Ma io non ho nessuno, Andrea: ho solo una sorella che mi è stata vicino quando mi hanno aggredito nel 2007, ma per il  resto non ho nessuno a casa che mi aspetti, non ho moglie, non ho figli. Sono andato dal capo della polizia di Beslan e gli ho chiesto di farmi parlare con loro. Gli ho spiegato chi ero, e che il fatto di essere italiano poteva essere per i terroristi una garanzia che non li volevo fregare, che ero disinteressato e che parlavo solo in nome degli ostaggi. Il capo della polizia non sapeva che pesci prendere e si è lasciato convincere. Mi sono tolto la maglia, e mi sono avvicinato a torso nudo all’ingresso della scuola; tenevo le braccia spalancate per far vedere che non ero armato e che non avevo cattive intenzioni. Io in quel momento non pensavo a niente, a niente, solo a parlare con loro e convincerli a rilasciare almeno qualcuno. Dalle finestre mi hanno puntato il fucile e mi hanno detto di fermarmi o avrebbero sparato. Ma io sono un paracadutista, Andrea, e i paracadutisti non si fermano davanti a un fucile puntato. Ho continuato a camminare piano dicendo che volevo solo parlare con il loro capo. Io, Andrea, ho parlato con Marat! (Si emoziona, si confonde, mescola la realtà dei fatti di Beslan con la parte fittizia contenuta nel mio libro). Ci ho parlato! E l’ho convinto a rilasciare gli ostaggi. Me ne stavo lì, mezzo nudo davanti all’ingresso, disarmato, e lui mi ha ascoltato. Gli ho detto che se non rilasciavano qualcuno, che se non facevano qualcosa di buono il mondo li avrebbe odiati e non li avrebbe ascoltati, e loro hanno rilasciato dei bambini, pochi minuti dopo hanno fatto uscire… quanti, quanti bambini hanno fatto uscire quel giorno? Ventisei, dico io. Ecco, io ho liberato ventisei persone.
Tu questo lo devi raccontare, Andrea, dobbiamo vederci molte volte e devi starmi ad ascoltare. Io non sono capace di scrivere un libro, tu sì. Devi scrivere la mia storia perché il mondo non sa la verità su molte cose. Dobbiamo lavorare insieme, scrivere insieme. Cioè: io racconto e tu scrivi, perché tu sei capace e io no. Io, capisci, ho bisogno di raccontare questa storia perché il mondo la deve sapere e perché è vera. Lo farai, Andrea? Lo faremo? Lavoreremo insieme?

Ce ne siamo andati dal dehor alluvionato che quasi non pioveva più. Prima di stringerci la mano, Simone si è vuotato le tasche rovesciandone il contenuto sul tavolino di metallo, ha cercato nel portafogli e nel marsupio: non trovava la ricetta dei chačapuri. Eppure ce l’ho sempre con me, ripeteva. Io e Laura l’abbiamo osservato compiere questa operazione con un imbarazzo sempre crescente. Comunque non importa, ha detto poi, ce l’avrò da qualche parte a casa, te la mando via mail.

Ho trovato una nota che Ernesto Aloia ha intitolato Fiction o non fiction? Falso problema, la non fiction non esiste. In essa, Aloia scrive:

Sulla pagina non esistono cose vere. Anche tralasciando per evitare il rischio di efferatezza teorica ogni messa in questione del significato comunemente accordato alla parola “realtà”, è evidente che nel momento in cui essa viene traslata in quella successione di segni di diversa natura che costituiscono una narrazione, essa cessa di esistere, o quantomeno di essere visibile. Quello che permane è solo il testo, e “l’aderenza alla realtà” non è una sua qualità intrinseca quanto piuttosto una modalità dell’interazione tra il testo e il lettore. Il testo è non finto se viene percepito come tale dal lettore, non se il suo contenuto è rappresentato da avvenimenti non finti. E il raggiungimento di questo risultato passa – paradosso dei paradossi – attraverso l’applicazione di un codice di regole espressive che, guarda caso, è proprio quello che i romanzieri hanno messo a punto nei due secoli durante i quali il pacte réaliste è stato in vigore.

E ancora:

Prima di Gomorra, i misfatti della camorra in Campania erano già stati raccontati in migliaia di pagine di saggistica e di cronaca – perché allora essi sono diventati davvero credibili per i più solo dopo il bestseller di Saviano? Paradossalmente, proprio per la natura anfibia del testo, che rifiuta di abbandonare l’arsenale tecnico della narrativa di fiction (e, dal punto di vista editoriale/commerciale, viene addirittura etichettato come “romanzo”). Dal punto di vista narratologico, l’adozione di prospettive e punti di vista impraticabili da una scrittura saggistica ha moltiplicato l’impatto emotivo del suo contenuto e amplificato l’effetto di realtà. […] Per questo, a mio avviso, il concetto stesso di non fiction, e il diverso statuto di realtà attribuito alla scrittura che si pretende non di invenzione, sono frutti di un equivoco: sulla pagina tutto è falso, e tutto è vero nel modo in cui sono vere le storie raccontate nei romanzi, cioè solo in quanto propongono al lettore un approccio percettivo-descrittivo conforme a quello che nel corso degli ultimi due secoli si è costituito come codice espressivo del realismo.

Ciò che ho scritto nel Demone a Beslan è più vero di quanto il mio lettore più bizzarro mi ha raccontato. Dove sta la verità quando si scrive una storia basata su un fatto realmente accaduto? Qual è il suo gradiente di realtà? Qual è il punto che separa la fantasia di uno scrittore – che seleziona, aggiunge e modifica elementi allo scopo però di restituire una verosimiglianza – dalla follia?

Il giorno dopo il nostro incontro con Simone, alle 19.04, ricevetti da lui una mail come al solito priva di oggetto. Questo è il testo:

khachapuri   ingredienti  per la pasta  350 gr di farina o manitoba 250 gr di yogurt bianco 25 gr di burro morbido 1 cucchiaino abbondante di sale 1 cucchiaino abbondante di miele un panetto di lievito di birra latte q.b.   per il ripieno parmigiano a scaglie mozzarella stracchino olio extravergine d oliva q.b. origano q.b.  in una ciotola unire farina e sale il burro a pezzetti lo yogurt.sciogliere il lievito nel latte assieme al cucchiaino di miele e incorporarlo agli altri ingredienti . impastare fino ad ottenere una massa morbida e lasciare lievitare almeno per un paio d ore fino al raddoppio.dividere l impasto in due parti.stendere la prima meta su una teglia rivestita di carta da forno cospargere la superficie con le scaglie di grana aggiungendo poi la mozzarella e lo stracchino. stendere l altra parte di pasta e ricoprire il ripieno avendo cura di richiudere bene i bordi.creare delle piccole incavature con i polpastrelli spennellare di olio evo e cospargere con l origano.infornare a 190 gradi per circa 25 minutifino a che la superficie  risulti d orata    questa e la ricetta che ho ottenuto da una ragazza russa provaci e fammi sapere ciao saluta la ragazza a presto simone

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Dove sono io – seconda parte

[La prima parte è qui]

Il punto fondamentale, dunque, è il concetto di verità in rapporto alla letteratura. Non solo: in rapporto alla persona che scrive letteratura nel momento stesso in cui la sta scrivendo. Io avevo cercato di scrivere qualcosa il più possibile verosimile, vicino al vero; per farlo, avevo però dovuto truccare – passatemi il termine – la storia con elementi di fantasia, avevo dovuto reinterpretarla e gonfiarla con particolari letterari (valga per tutti la testa di forca). Avevo, insomma, dovuto renderla mia vedendomela, come ho scritto poco sopra, da un’altra parte. Ora la telefonata di uno strano tizio venuto dal nulla mi metteva davanti a uno specchio: era, in qualche modo, la personificazione del mio arco narrativo e mi aveva contattato dicendo «Non hai detto la verità».
Qualche mio illustre collega del passato avrebbe risposto a Simone: «Per forza, la letteratura è una menzogna» e avrebbe riattaccato il telefono. Sono andato a riprendermi proprio il saggio di Manganelli, La letteratura come menzogna. Non ricordavo che comincia così: «Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: “Finché c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale”». Questa cosa mi ha turbato, perché io avevo lavorato proprio su una strage di bambini e non consideravo il mio gesto né immorale né una menzogna. L’attacco di Manganelli mi ha fatto venire in mente quello che scrisse Adorno a proposito della poesia dopo Auschwitz e mi ha fatto venire in mente, anche, che Primo Levi, la poesia, cominciò a farla proprio dopo e forse anche grazie – o nonostante – Auschwitz). Ancora Manganelli: «Forse è vero: la letteratura è immorale, è immorale attendervi. (…) Una piaga purulenta si gonfia in metafora, una strage non è che un’iperbole, la follia un’arguzia per deformare irreparabilmente il linguaggio, scoprirgli moti, gesti, esiti imprevedibili. Ogni sofferenza non è che un modo di disporsi del linguaggio, un suo modo di agire».
Avevo fatto questo, io, con il Demone? Faccio questo, generalmente, quando scrivo? Scrivo per un’insopprimibile impulso alla disobbedienza, al furore, al cinismo, all’indifferenza, a quello che Manganelli chiama «rifiuto dell’anima»? È questo ciò che ha spinto Melville, Dostoevskij, Canetti, a scrivere? I miei inarrivabili maestri sono dei buffoni stronzi e cinici e io non me ne sono mai accorto?

L’impulso a riprendere queste note e a ragionare nuovamente sul tema della letteratura e del suo rapporto con la realtà e la verità mi è venuto, al di là della voglia di raccontare l’episodio di Simone – che riprenderò e concluderò tra un po’ – dalla lettura (per me sostanzialmente deludente, e spero di riuscire a spiegare il perché) di un piccolo saggio: si chiama Il realismo e l’impossibile e l’ha scritto uno dei migliori scrittori italiani viventi, Walter Siti. Non ho letto tutto ciò che Siti ha scritto, anzi: probabilmente lo conosco molto meno di quanto dovrei e di quanto meriterebbe. La mia delusione è dunque, per così dire, una delusione episodica e legata a un pamphlet che dice e non dice. Siti comincia raccontando un episodio della vita di Dickens tratto dalla biografia dello scrittore inglese scritta un altro scrittore inglese, Chesterton: c’è Dickens all’interno di un bar londinese che guarda la scritta sul vetro esterno del locale. La scritta dice «coffee room» ma, essendo pensata per chi sta sulla strada, quelli che si trovano all’interno del locale leggono «moor eeffoc». La cosa ha due conseguenze: la prima è che ogni volta che, nella vita, a Dickens capitò di trovarsi all’interno di un locale dove c’era scritto «moor eeffoc», lo scrittore non poteva evitare di rievocare in un colpo, come davanti a una madeleine, la propria giovinezza; la seconda, più importante, è che, per Chesterton e in seguito anche per Siti, quel particolare rovesciato, «contrario» alla realtà immediata della scritta, è una metafora dell’essenza del realismo: «Il realismo» dice Siti «è l’antiabitudine, è uno strappo, un particolare inaspettato che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale. Realismo è quella postura verbale o iconica che coglie impreparata la realtà». Invito a leggere un articolo di Giorgio Fontana (a cui il Siti è piaciuto) per farsi un’idea di quello che c’è scritto in Il realismo è l’impossibile. Sorvolando sul fatto che Siti cita a più riprese quell’insopportabile trombone di Nabokov, riporto quelli che mi sembrano i passi e i concetti che più concorrono a formare il saggio, in un elenco di estrapolazioni che naturalmente non rende giustizia a Siti e al suo libro: «La verità del mondo vien fuori controvoglia, affermando diritti e desideri che le convenzioni conculcavano», «Parlare del realismo come trasgressione e rottura di codici può apparire contraddittorio rispetto alla cantilena che nei secoli si è ripetuta, del realismo come copia del reale e dell’artista mimetico come scimmia della natura» (qui viene in mente la celebre immagine con cui Cèline spiegava la sua lingua: il bastone immerso nell’acqua), «Nel vero realismo la realtà non è mai qualcosa di ovvio: è sempre in statu nascendi», «la rappresentazione della realtà è efficace se sembra nascondere sempre un altro strato della realtà (…) Se finalmente raggiunta, la realtà-realtà risulta poco credibile dal punto di vista dell’arte», «Il verosimile nasce da questa necessità di selezione: è il repertorio di tutte quelle parti di realtà a cui il lettore può credere senza inciampo perché assomigliano a cose che ha già sperimentato. Il verosimile è il regno del generale e del comune». «le cose che raccontiamo sono vere proprio perché non appaiono verosimili. Realismo e verosimiglianza, in ultima analisi, si scoprono rivali», «In letteratura, molti dettagli sono esplicitamente funzionali al procedere della trama o all’illustrazione di un carattere; ma i particolari realistici in senso pieno, quelli che si moltiplicano da Flaubert in poi, i più vittoriosi e debordanti ma anche i più problematici, sono quelli non funzionali, quelli che non significano niente» (e messi lì dall’autore, sembra dire Siti, per creare un “effetto di realtà”: il barometro di Un coeur simple non serve a nulla, non spiega gli ambienti e non dà dettagli sui personaggi: è lì, semplicemente, perché c’era, perché è vero), «La precisione gergale dei termini marinari non fa di Moby Dick una storia di pesca. Il romanzo realista [Moby Dick romanzo realista?!?] secolarizza il mondo non solo per re-incantarlo; è un progetto scientifico sperimentale ma insieme una reazione infantile, selvaggia, di illusionismo ipnotico. (…) Il realismo oppone la realtà alla Realtà» (vi insinua insomma una semiosi limitata, controllata, trova il simbolico nel quotidiano e lo eleva e lo esplode, lo rende, per come ho capito ciò che Siti ha scritto, un paradigma di qualcos’altro). Insomma, Siti risolve il problema realtà/finzione all’interno dell’opera d’arte con questa intuizione: è solo grazie a una non-verità, a un surplus di fittizio che la finzione riesce a restituire la realtà. La realtà in sé è troppo illimitata, troppo ricca per essere controllata e dunque compresa; la realtà non è funzionale, è semplicemente tutto e il tutto non si può controllare. Quella fetta di vero che la finzione ritaglia e descrive, riempiendola di elementi funzionali e di immaginario e risignificandola e dotandola di valenze simboliche che in sé e per sé non avrebbe, è il modo migliore affinché il mondo risulti descrivibile e comprensibile. Attenzione però: il lato simbolico contenuto negli elementi del reale, una volta riportato sulla pagina sfugge a qualsiasi possibilità di controllo, innesca una semiosi continua, un continuo rimando di senso a dispetto della volontà e della consapevolezza dell’autore, e arricchisce di un ulteriore livello il significato (inteso in senso lato) dell’opera. Fino a quello che, per me, è il passo cruciale di tutto il libro e la frase attorno a cui ruota il mio modo di vedere la letteratura: «Perché, avendo a disposizione millenni di storia e decenni di cronaca, un narratore sente il bisogno di inventarsi una storia in più, una storia che non è mai accaduta ma sarebbe potuta accadere? Perché questa storia fittizia, per qualche causa oscura, è più esemplare delle storie vere, contiene più significati in un rapporto più coerente e armonioso; perché può ammaestrare e far capire cose giacciono nell’inconscio personale e collettivo; perché la realtà così alterata e messa in forma è più buffa, o più tragica, o più commuovente di quanto la realtà nuda e cruda non sia stata mai. La narrazione fittizia ci offre un cosmo e non un caos, una realtà controllabile e finita, un facsimile di realtà commisurato a quegli dèi minori che crediamo di essere nei nostri deliri di onnipotenza. L’universo alternativo della narrazione è composto da molti meno elementi dell’universo reale; il mondo rappresentato in un racconto fittizio è sempre frutto di una selezione».

Nel Passeggiatore solitario, saggio sui generis che ha dedicato alla figura di Robert Walser, W.G. Sebald osserva una sequenza di fotografie dello scrittore svizzero e, improvvisamente, scopre che «il modo in cui lo scrittore se ne sta lì sullo sfondo del paesaggio suscita immancabilmente e spontaneamente il ricordo di mio nonno». L’effigie di Robert Walser è uguale a quella del nonno di Sebald. Poco più avanti, Sebald racconta dello stupore che ha provato leggendo dei passi di un libro di Walser: c’è una scena esattamente uguale a una che lo stesso Sebald aveva scritto poco tempo prima – naturalmente senza aver ancora letto quel libro di Walser; ancora, in quello stesso racconto dove Sebald ha “copiato” senza saperlo Robert Walser è contenuta un’espressione («curriculum di dolori») che Sebald immaginava di aver inventato: la ritrova invece in Walser, due pagine più avanti la scena “copiata”.
Io sto per cominciare un libro il cui spunto di partenza fondamentale è proprio l’imprevista somiglianza tra due persone: mio nonno materno e colui che sarà al centro della narrazione. L’idea della Calligrafia, che è un libro di fantasia e di personaggi inventati, traeva origine da una foto trovata su un quotidiano:
Foto_preliminare_Calligrafia

 

Posso dire che tutto quello che ho scritto finora – se si eccettua il romanzo breve Marialuce, che è e rimane un unicum nella mia produzione anche per le condizioni in cui è nato, e che comunque ha avuto bisogno delle biografie di Beethoven e di Glenn Gould per essere scritto – tutto ciò che ho prodotto fin qui (e, per quanto ne so, tutto ciò che sto per produrre da qui in avanti) è figlio di un lampo, di un’immagine, di uno spunto inatteso proveniente dalla realtà e in qualche modo trasfigurato, reso mio. Alcune delle scene che più mi fanno soffrire del Demone (la donna che allatta, le bottiglie di plastica vuote nella palestra) sono vere. O meglio, sono una mia riscrittura di qualcosa che è successo davvero. Esiste nel mondo (o è esistita) una donna che per non prendersi la mastite ha dovuto dare il suo latte ai bambini prigionieri, esistono tuttora delle persone (sopravvissuti, parenti di vittime) che portano bottiglie vuote nella palestra sventrata di Beslan perché per tre giorni i terroristi non hanno dato da bere ai bambini. Tutto è vero, non ho inventato nulla: ciò che c’è di mio in passi come quelli è la lingua, ovviamente, la voce, il modo in cui sono raccontati, la scelta di inserirli in un punto piuttosto che un altro dell’intreccio e di farli raccontare da questo o da quel personaggio. Ma la realtà è lì, c’è, e se l’ho trasfigurata è stato solo per poterla raccontare. La realtà infatti, a volte, è talmente carica di simboli e di semiosi che non ha bisogno di essere inventata: basta sceglierla e avvicinarla. È ovvio, come scrive anche Siti, che per scriverla bisogna passare per un processo di selezione (questo lo racconto/questo no, questo lo metto in evidenza/questo lo lascio nell’ombra per farlo magari riemergere all’improvviso, questo lo faccio raccontare dal personaggio x, che ha una voce particolare e così via), ma vista la mia esperienza diretta io non sarei in grado di dire che i mondi fittizi siamo migliori, dal punto di vista narrativo e di significato, di quello reale. Credo cioè di fare il percorso esattamente inverso a quello reclamato da Siti nel suo saggio e nei suoi libri: mi si perdoni la banalizzazione, ma a me pare che quello che si dice in Il realismo è l’impossibile è che il lavoro di uno scrittore realista consiste nell’inventare un mondo fittizio, chiuso e ricco di senso e di “effetto di reale” con il quale raccontare un pezzo di quella semiosi illimitata che è il mondo; per me, scrivere è in qualche modo l’esatto contrario: trovo nella realtà un paradigma già fatto e lo scrivo, aggiungendovi il fittizio per poterlo raccontare. (Posso assicurare che sono anni che tento di scrivere questa frase tanto banale e sciocca, e solo adesso ci sono riuscito). In una biblioteca di Verona, a metà degli anni Ottanta, W.G. Sebald si trova seduto e sfoglia i quotidiani dei mesi di luglio e agosto 1913: in quell’estate, infatti, pare che sulle rive del Garda si sia preso una breve vacanza, a scopi anche curativi, nientemeno che Kafka. L’episodio di Sebald in biblioteca è contenuto nel secondo dei quattro racconti che compongono Vertigini; il titolo del terzo racconto, ça va sans dire, è Il dottor K. in viaggio alle terme di Riva. All’interno di un libro, uno scrittore racconta di se stesso mentre fa delle ricerche per un episodio storico che lo incuriosisce e su cui, forse (Sebald non lo specifica mai chiaramente), ha intenzione di scrivere. Mentre studia, tra l’altro, riporta intuizioni come questa: «Continuando a leggere e a sfogliare i giornali fino al tardo pomeriggio, scoprii alcuni episodi che, all’occasione, meriterebbero un racconto; fra gli altri l’articolo dal titolo UCCISO SUL BANCO ANATOMICO, che iniziava con queste parole degne di una novella: Ieri sera nella cella mortuaria del cimitero di Nogara, e nel quale si parlava dell’omicidio di un carabiniere di nome Muzio». Nello stesso libro, poi, compare il racconto di cui il lettore, a questo punto, conosce almeno in parte il lavoro preparatorio. Ecco, in un certo senso, scrivere è questo.

Una frase che mi stordisce e mi commuove: «Il tempo si trascina come un elefante e i cani mi strappano il cuore». È di Werner Herzog, che non è uno scrittore ma ha scritto libri bellissimi.

Gli snodi attorno cui si muove il mio lavoro sono, come credo di aver già accennato, punto di vista e voce. Ce n’è un altro, che è per così meno “tecnico”, ma che ha a che fare in modo diretto con la presa di voce: si tratta del diritto di prendere parola. Uno scrittore davanti alla pagina bianca, con il suo racconto da cominciare, non è semplicemente qualcuno che deve riempire dei fogli con una storia e delle immagini: è qualcuno che, implicitamente, sta chiedendo il permesso di parlare, che deve giustificare il fatto che vuole dire qualcosa e vuole farsi leggere. È qualcuno che, in sostanza, avanza una richiesta di attenzione e che, per farlo, deve averne il diritto. Nelle Voci di Marrakech, Canetti racconta a un certo punto di una sera in cui, mentre attraversa a piedi da solo la Djema-al-Fna, la sua attenzione viene catturata da un nugolo di persone raccolte in un punto della piazza. Si avvicina e, benché sia l’unico occidentale, all’inizio non viene notato da nessuno: le persone sono disposte in cerchio e al centro del cerchio c’è un vecchio, un cantastorie che sta raccontando qualcosa. Benché Canetti non capisca nulla del racconto, viene rapito dalla cantilena berbera del vecchio e per alcuni minuti perde coscienza di dove si trova, del perché e persino del fatto che non capisca una parola. Improvvisamente, il racconto si interrompe in modo brusco. Come azionati da un meccanismo, gli spettatori cominciano immediatamente a frugarsi nelle tasche alla ricerca di qualche dirham, che rovesciano in un cappello che un ragazzino, l’aiutante del cantastorie, fa girare tra la piccola folla. Una volta che il cappello è pieno di monete, il vecchio ricomincia il suo racconto – presumibilmente dal punto in cui l’aveva interrotto. Questa scena, che è vera, perché non è capitato di vederla solo a Canetti ma anche a me, quando sono andato a Marrakech, dice, mi pare, pressoché tutto quel che c’è da dire sul rapporto tra scrittore e lettore e sulla questione del diritto alla presa di voce: l’autore davanti alla pagina bianca (e, tempo dopo, sul banco di una libreria) chiede al lettore di riempirgli il cappello affinché la narrazione possa cominciare o andare avanti; il lettore, gettando la sua moneta nel cappello, accorda questo diritto e, allo stesso tempo, chiede di essere reso partecipe della storia. E tuttavia, se la storia in questione non merita di essere raccontata o, peggio, è una storia che non deve essere raccontata in quel modo da quella persona, il cappello deve rimanere vuoto.
Io impiego mesi, a volte anni, per capire come riempire quel cappello, e a volte devo confessare che non lo capisco fino in fondo. Dunque scrivere è, a volte, un azzardo. La voce, il diritto alla voce è pressoché tutto in letteratura: viene prima della storia, della trama, dei personaggi, dei significati, del lavoro di selezione della (dalla) realtà. Perché scrivo? Perché voglio dare voce proprio a questa vicenda? Che diritto ho, io, di parlarne? Cosa mi spinge e mi consente di stare fermo per anni su una vicenda che, almeno in senso stretto, non mi appartiene? Per quanto riguarda il Demone, ho accennato a questo tipo di dubbi poco sopra: ero perfettamente consapevole che, scrivendolo, avrei messo il dito in una piaga ancora aperta della storia recente – una piaga che, al di là dell’aspetto emotivo e intellettuale, non mi aveva coinvolto o toccato da vicino. Continuamente pensavo a come avrei potuto giustificare questa mia invasione al cospetto di una madre di Beslan. La madre di Beslan – una madre che è tutte le madri – mi ha ossessionato a lungo: io, dal mio punto di vista, scrivendo facevo un torto a lei e a suo figlio morto. A questo dovevo aggiungere il fatto che una verità univoca e inconfutabile sui tre giorni nella palestra non esiste: sbagliando la versione della verità su cui basarmi, avrei fatto un torto doppio a quelle madri. Dunque, per molto tempo, non ho scritto.
Poi, un giorno, in un momento del tutto inaspettato, mi è arrivata una voce: in modo sottile, quasi sussurrato, questa voce diceva «Sei tu? Sei stato tu?»; era, entro un certo margine, l’equivalente di una delle frasi guida del libro, che è tratta dal finale dei Demoni di Dostoevskij e che io metto in bocca al mio narratore a pagina uno: «Non si incolpi nessuno, sono io». Pochi giorni dopo ne è arrivata un’altra, ma questa era quasi incomprensibile: era la voce di un vecchio che, chino su se stesso, sfregandosi indice e pollice cercava un gatto e chiamava «Miciomiciomiciomicio». Non so spiegare come (grazie a dio non tutto è spiegabile) ma immediatamente ho capito che queste due voci altre dovevano in qualche modo entrare nel libro e che, anzi, ne sarebbero state l’ossatura in termini di struttura e di etica. Il file della prima versione del romanzo, per essere chiari fino in fondo, si intitola Tre voci. Insomma, come giustificavo, io, il racconto in prima persona di uno degli eventi più terribili di tutti i tempi sul quale, lo ripeto, non esiste per di più un’unica e inconfutabile versione? Restituendo una realtà il più possibile spaccata, tridimensionale, dove tre (e più) voci si rincorrono, si contestano, ritornano l’una sui passi dell’altra e riraccontano la vicenda, i singoli episodi da un’altra prospettiva. Il punto di vista, la pluralità delle voci mi davano il diritto di prendere voce. Per permettermi tutto questo, ho avuto bisogno di un’ulteriore livello di approfondimento: ho cambiato i nomi. Non esiste e non è mai esistito (che io sappia) un Marat Bazarev. Non esiste e non è mai esistita gran parte dei nomi con cui ho chiamato gli altri membri della cellula cui Marat appartiene: da degli evidenti assurdi come Afelio e Perielio a nomi e cognomi mutuati dai libri e dagli autori che amo, i trentadue terroristi portano con sé, nel nome, un bagaglio di significati che nella mia testa li estrae (e li astrae) dal semplice livello della cronaca per inserirli nel complicato vortice della letteratura degli ultimi due secoli. In questo modo, i miei personaggi – avessero una connessione stretta con persone realmente esistite o fossero, come il vecchio Ivan che cerca il suo gatto, personaggi inventati tout court – entravano nella vicenda carichi di simboli («di tritolo e di segni», come faccio dire a Marat mentre con il suo gruppo si avvicina alla palestra). È anche grazie a loro, dunque, che ho operato quella selezione di simboli a cui fa riferimento Siti quando parla del realismo. La differenza tra me e lui consiste nel diverso punto di partenza da cui operiamo una selezione della realtà: in lui, per così dire, si tratta di una selezione completa: trova una storia totalmente fittizia che sia uno specchio (deformato e deformante) della realtà e vi si muove come all’interno di un ordo. Io – lo sto facendo anche nel libro nuovo – prendo il caos della realtà e lo piego in maniera simbolica alle esigenze di quello che è, in ultima analisi, comunque un racconto fictional. Si tratta di percorsi totalmente speculari, anche se fatico a dire quale dei due sia «coffee room» e quale «moor eeffoc».

In ogni caso, su questa complicata serie di simboli e rimandi tra il mondo vero e il mondo della finzione, un giorno si è innestato Simone con la sua storia. Io ero partito da un fatto reale, che avevo piegato al romanzo mantenendomi però fedele ad alcune dinamiche: la scansione temporale, per esempio, o le scene madri, non sono inventate. Di inventato, nel libro, al di là delle voci e della biografia personale di Marat, ci sono alcuni episodi (la mamma con i due bambini a cui Marat dà il coltello, le storie delle vedove – che sono però tutte più o meno paradigmatiche di una condizione e che per questo sono scritte tutte con tecniche diverse – e così via). Tutto il resto, più che inventato, è trasfigurato. Su questo impianto, che, dicevo, parte dal reale e prova a restituirlo in forma romanzata, la strana telefonata di Simone rischiava di agire come un terremoto: qualcuno era venuto a dirmi che non avevo scritto la verità. La realtà, insomma, veniva a impattare violentemente contro una finzione che l’aveva sì trasfigurata, ma che ad essa si pensava ancorata da più di un motivo.

[Continua]

Dove sono io – prima parte

Si tratta della prima, lunghissima parte di una specie di saggio che sto scrivendo e che vorrebbe, tra le altre cose, essere una dichiarazione di poetica. Non fraintendetemi: lo faccio più per chiarire certe idee a me stesso che altro e perché, effettivamente, a volte quando uno scrive un libro può succedere che gli capitino cose quantomeno bizzarre. Vorrei che, al di là di quella specie di racconto zoppo che innerva il tutto, il saggio arrivasse a toccare temi per me cruciali: il realismo, la verità, il diritto di prendere parola (io lo chiamo e lo chiamerò la “presa di voce”), il rapporto tra finzione e realtà, la costruzione di mondi, forse l’autofiction. Tutto quello che ho scritto finora è qua sotto: non so quando riuscirò ad andare avanti, ma credo e spero di farlo presto. Tutti i fatti raccontati sono veri: naturalmente, per renderli leggibili ho dovuto scriverli e, quindi, ho dato loro una forma. Ma non ci sono abbellimenti, tutto è nudo come dev’essere.

Poco meno di due mesi dopo aver pubblicato il mio romanzo ispirato ai fatti di Beslan, nell’autunno del 2011 ricevetti, al mio account personale di posta elettronica, una mail molto breve e piuttosto strana sia per il linguaggio sgrammaticato che per la furia con cui sembrava essere stata scritta. Non conoscevo il mittente – che del resto si firmava solo con il nome di battesimo e rimaneva parzialmente ignoto; il mio indirizzo di posta elettronica, in ogni caso, è facilmente rintracciabile da chiunque capiti sul mio sito o su uno dei social network a cui sono iscritto. La riporto fedelmente, omettendo soltanto il numero di cellulare che precedeva i saluti e modificando, per evidenti ragioni, il nome del mittente:

buongiorno andrea ho appena letto il tuo libro demone a baslan mi farebbe piacere poterti parlare dato che non hai scritto la vera verita dei tragici fatti ora tu ti chiederai come posso affermarlo e abbastanza semplice capirlo io ero presente e sono testimone dei fatti unico occidentale ti lascio il mio numero di telefono e sarebbe interessante poterne parlare ciao simone

Il nome utente da cui la mail mi veniva spedita era simone.ossetia, ed era proprio questa la cosa maggiormente inquietante: l’Ossezia del Nord è, com’è noto, lo Stato dove si trova Beslan e dove aveva avuto luogo la strage. Misi subito in Google i pochi elementi che avevo a disposizione: un certo Simone, nel settembre 2004, era stato a Beslan e aveva in qualche modo assistito al sequestro della scuola numero 1. Possibile che nessun giornale dell’epoca avesse riportato la notizia? Possibile che lui, Simone, al ritorno non avesse rilasciato nemmeno un’intervista, se pur a un quotidiano locale? Del resto, in Italia della strage di Beslan si era parlato, e molto, e nessuna delle fonti da cui avevo attinto per preparare il libro aveva fatto riferimento alla presenza di nostri connazionali in loco durante i tre giorni del sequestro. Ma tutto si perde, e ciò che non è fondamentale si dimentica: era perciò perfettamente verosimile che un italiano che, per qualche motivo che ancora non conoscevo, si fosse trovato in quei giorni nel Caucaso, avesse avuto modo di avvicinarsi alla scuola e di mischiarsi con la massa di giornalisti, militari e civili disperati che si accalcava intorno all’istituto.
Girai la mail di simone.ossetia a qualche amico: una delle cose che ho scoperto del mondo della letteratura è che è pieno di mistificatori e di figure borderline che le ruotano attorno e che giocano a prendere in giro gli scrittori. Ma nessuna delle persone a cui feci leggere la mail aveva idea di chi potesse essere Simone né, soprattutto, aveva sentito di qualcuno che fosse particolarmente interessato a mettersi in contatto con me per i contenuti del mio libro. Così, alcune ore dopo aver ricevuto la prima mail, risposi a Simone con un messaggio piuttosto interlocutorio. Questo:

Caro Simone,

fermo restando che il Demone è un romanzo e non una cronaca, sarei molto curioso di fare due chiacchiere e di capire dove sono uscito fuori strada (involontariamente, eh: sui tre giorni ho usato tutta la documentazione che sono riuscito a reperire e ho cercato di essere scrupoloso).
Mi piacerebbe però discuterne sapendo prima chi sei e – curiosità – come mai eri a beslan in quei giorni.

a presto
andrea

Il giorno dopo arrivò la risposta, i cui toni erano se possibile ancora più enigmatici di quelli della prima lettera:

buongiorno andrea ho appena letto la tua e mail che mi hai inviato srebbe bello poterne parlare e scusami ma io ti vedo come un figlio sono un paracadutista ed ero nel caucaso per lavoro non sempre semplice ma va svolto con sicurezza e tranquillita nel mio primo messaggio ti ho lasciato il mio numero di cellulare quando avrai tempo chiamami e forse ci conosceremo ciao simone

C’è sempre un momento, quando si dialoga a distanza con uno sconosciuto, in cui ci si chiede che cosa abbia mai fatto in modo che tu e lui abbiate potuto entrare in contatto, che cos’è quel filo invisibile che porta una persona – nel mio caso, un sedicente paracadutista con trascorsi nel Caucaso – a cercare di interagire con un’altra che, per inciso, nel caso in questione è quanto di più distante possa esistere da lei. Cominciai ad analizzare i testi delle mail che Simone mi aveva inviato, e lo dico subito: non riuscivo a capire come fosse possibile che una persona che non usa la punteggiatura, che non conosce gli accenti e che in poche righe commette una mole così grande di errori avesse potuto leggere dall’inizio alla fine Il demone a Beslan. Il Demone non è un libro complicato, non è scritto per esempio in una lingua sperimentale, e tuttavia ha bisogno, visti il tema e la struttura, di un lettore esperto, di qualcuno che abbia confidenza con il linguaggio della letteratura.
Sono convinto da sempre, da ben prima di cominciare a pubblicare che, quando scrive, uno scrittore non debba tenere conto del suo pubblico potenziale. Non ho un tipo di lettore di riferimento, non c’è una categoria di persone a cui mi rivolgo: so bene qual è il tipo di pubblico che poi, se lo fa, va in libreria e sfoglia i miei libri, ma questo non mi influenza mai quando sono seduto al tavolo di lavoro; i motivi fondamentali di questa visione delle cose sono due: il primo, è che sono convinto che uno scrittore che scrive tenendo presente un tipo di interlocutore esclude giocoforza tutti gli altri e, in qualche modo, si preclude implicitamente la possibilità di fare qualcosa di diverso rispetto al suo libro precedente. Se cerco un pubblico, cerco quel tipo di persone, di lettori, che vogliono riconoscere, nel testo di un dato autore, una voce, ma che sono pronti allo stesso tempo ad essere stupiti e a lasciare che le proprie certezze siano minate da ciò che legge. Soprattutto – e questo è il secondo motivo – ho cominciato a scrivere il Demone, che è il mio terzo romanzo, prima di aver pubblicato il primo: quando, cioè, io non avevo pubblico nemmeno a livello potenziale. Come facevo a tarare una narrazione su un pubblico che non c’era? Perché avrei dovuto farlo se, per quanto ne sapevo e visti i rifiuti a cui stava andando incontro il mio primo libro, il romanzo su Beslan avrebbe potuto rimanere chiuso in un cassetto per sempre?
Ma sto divagando. Quello che volevo dire è in realtà molto semplice: tra tutti i miei possibili lettori, un parà sgrammaticato non era mai stato preso in considerazione. Soprattutto, non era mai stato preso in considerazione un parà che, scrivendo, dice a uno sconosciuto di cui ha letto il libro che lo vede «come un figlio». Confesso che, per un certo tempo, ho provato nei confronti di Simone un senso di tenerezza: dopotutto, il fatto che lui mi considerasse un figlio era dovuto al Demone, e in qualche modo gliene ero grato.
Per qualche giorno, ho discusso con la mia compagna perché lei non voleva che lo chiamassi né, tantomeno, che ci andassi a parlare. Le discussioni vertevano sul fatto che, secondo lei, chiamandolo avrei dimostrato di darmi troppa importanza. Ribattevo che se il mio libro aveva in qualche modo smosso una figura che, almeno nel nostro immaginario, ha tutto fuorché un lato sentimentale, era giusto che mi facessi vivo con lei. Lei obiettava che era appunto un’idea come questa che mostrava come io dessi troppa importanza a me e al mio libro. Inoltre, diceva, se uno è stato davvero a Beslan e ha visto delle cose che l’opinione pubblica – e dunque anche tu – non conosce, non è possibile che se ne sia stato zitto per oltre sette anni e salti fuori soltanto adesso.
«Adesso però c’è il Demone» dicevo io.
«E allora?»
«E allora probabilmente il fatto di aver visto che un italiano ha scritto un romanzo su quei fatti gli ha smosso qualcosa, gli ha fatto venire voglia di parlarne».
«E tutti i giornalisti che Beslan l’hanno vista e raccontata in diretta? Perché non si è rivolto a loro?»
«Perché una cosa è un giornalista…».
«Come dicevo, ti dai troppa importanza».
«Ma mi spieghi qual è il problema? Mi spieghi perché non può essere verosimile che uno legga un libro in cui vede che non tutto è stato raccontato come si deve e decida di contattarne l’autore?»
«Perché se fosse così i libri avrebbero ancora un’importanza che invece non hanno» diceva lei, «e perché questo qui è un parà: se ha fatto delle missioni, come mi pare di capire, magari ha anche qualcuno sulla coscienza».
«Sulla coscienza?»
«Un parà non va nel Caucaso a costruire un ospedale».
«La stai mettendo giù dura, mi pare».
«Non la sto mettendo giù dura. Sei tu che ti sei convinto che sia tutto vero e che questo non sia uno che ti sta prendendo in giro o che, peggio, ha letto il tuo libro e ce l’ha con te per qualche motivo…».
«Adesso sei tu che mi stai dando troppa importanza: e poi, insomma, forse può saltar fuori qualcosa per la L***».
«Per la L***?»
«Beh, l’incontro che abbiamo avuto, la proposta di scrivere un libro che abbia a che fare con il rapporto tra la realtà e la letteratura, tra la fiction, la letterarietà e il mondo… cosa c’è di meglio di questa cosa che sta capitando? Uno, metti anche che sia un matto, che però legge un libro e lo mescola alla propria vita e contatta l’autore per dirgli che ci sono delle cose da correggere…».
«Non voglio che lo chiami e non voglio che vai da lui. E poi, insomma, non sai neanche dove abita».

Ho chiamato Simone al telefono un pomeriggio, nascondendo il mio numero di cellulare. Al quinto o sesto squillo, una voce corrosa dal fumo ha risposto in modo brusco e io, per un attimo, sono stato attraversato dal dubbio se dargli del tu o del lei. Gli ho detto chi ero e lui è rimasto in silenzio:
«Andrea» ha detto poi, con un sospiro.
Non riporto tutta la telefonata: vi basterà sapere che è stata lunga e faticosa, e che per tutto il tempo Laura, la mia compagna, è rimasta seduta sul letto ad ascoltare quello che dicevo mentre passeggiavo per la camera. Io non sono mai stato dentro a un carcere, ma nella vita mi è capitato un paio di volte di incontrare chi ci è stato e vi ha scontato qualche tipo di pena. La cosa che più mi è rimasta in mente, di questi incontri, è la voce di queste persone: profonda, roca, e in cui si riconosce un’attenzione a esprimere un concetto con il minor numero di parole possibile. Ci sono poi, mi è parso di notare, degli intercalari che contraddistinguono l’eloquio di queste voci: uno è «stai tranquillo», ripetuto come una specie di mantra. Va da sé che continuare a ripetere a una persona di stare tranquilla è il modo migliore per metterla in agitazione, e che questo è l’effetto preciso che ottenne Simone durante quella prima telefonata di presentazione: mi disse di stare tranquillo, in ventitre minuti di telefonata, almeno cinquanta volte. Simone dice «Stai tranquillo» con la stessa incidenza con cui io dico «cazzo», e a volte anche con lo stesso significato. Il ritornello della tranquillità, la voce roca, il tono basso e grave: sono per me tutte spie di una persona che ha, come si dice, avuto una vita difficile, che ha attraversato la disperazione e il dolore – quello che ha subito e quello che, magari suo malgrado, ha creato.
Non mi volle dire il suo cognome. Disse:
«Saprai tutto quando verrai qui, a M***».
«Abbi pazienza» risposi, «Mettiti nei miei panni: io non so chi sei, non so nemmeno come ti chiami».
«Andrea, io ho 58 anni. Tu sei come un figlio mio. Devi stare tranquillo. Il mio cognome non è importante, qui, adesso, per telefono. Appena puoi, vieni qui, ti racconto tutto, ti faccio vedere le foto, stai tranquillo. Non c’è problema».
Camminavo su e giù per la stanza con il telefono all’orecchio. Dal letto, Laura mi faceva dei gesti perché voleva sapere che cosa Simone mi stesse dicendo. “Chiedigli il cognome, insisti.” suggeriva, “Dobbiamo sapere chi è.”
«Come ci vengo io, a M***?» domandai invece.
«Di dove sei? Dove abiti?»
«Sto a Bologna».
«Non è lontano, Andrea. È bella Bologna, ci sono stato. M*** e Bologna non sono lontani. Tu sei come un figlio mio. Ho letto il tuo libro, io non sono uno che legge tanto, ma mi è piaciuto come scrivi. Sta’ tranquillo».
«Io non posso stare tranquillo se non so chi sei e che cosa vuoi».
«Non hai detto tutta la verità, ma l’hai cercata. Io ero là e posso dirti come sono andate davvero le cose. Vieni quando vuoi, io sono qui e non mi muovo».
«Ma com’è possibile che hai letto il mio libro?» azzardai.
«L’ho visto nella vetrina di una libreria. Io ero là, a Beslan. Nel tuo libro c’è Beslan nel titolo e l’ho comprato. Mi piace come scrivi».
«Ma perché eri là?»
Simone sospirò. Non era seccato, era il sospiro di chi ripensa a qualcosa che non vorrebbe ricordare:
«Non parliamone per telefono. Ci sono delle cose… io ero là. Io ero un paracadutista, capisci cosa voglio dire?»
«Non lo so. Mi devi scusare, ma mettiti un po’ nei miei panni. Io non so chi sei, e tu non mi vuoi dire il tuo cognome».
«A cosa ti serve sapere il mio cognome?»
«Simone, tu sai molte cose di me: sai come mi chiamo per intero, per esempio. E che ho scritto un libro su Beslan che dici di aver letto. Tu per me sei un indirizzo mail posticcio e una voce in una cornetta».
«Ma io non ti voglio fare del male» disse, «Devi stare tranquillo. Tu hai scritto delle cose, e io ero là mentre succedevano le cose che hai raccontato. Tu sei stato a Beslan?»
«No».
«Ecco. Io sì, e forse ti può interessare quello che ho da dirti e da mostrarti. Ti può interessare?»
«Certo che sì. A me però non risulta che ci fossero dei parà a Beslan, nel 2004».
«Ci sono delle cose che non si sanno. Non eravamo in missione, non eravamo là per quello. Non si può parlarne così, per telefono».
E poi:
«Io sono entrato nella scuola» disse.
«Sei entrato nella scuola?»
«Il primo giorno».
«Cosa? Ma non è possibile!»
«Ti devi fidare di me. Io sono un paracadutista e sono entrato nella scuola, a Beslan. Dobbiamo parlare, devi venire qui, a M***. Ti voglio raccontare molte cose, ci sono tante cose che non sai e che devi sapere».
Poi ho un vuoto. Non mi ricordo più come continuò la conversazione e come arrivammo all’ultima domanda che gli feci – con una leggerezza e un tono che tuttora mi stupiscono:
«Hai ucciso?»
Simone sospirò di nuovo.
«Ti ho detto che ci sono delle cose di cui è meglio non parlare per telefono. Chiamami quando vuoi, io sono qui. Ti aspetto».

Nel corso della conversazione, Simone mi aveva raccontato alcuni particolari della sua vita che potevano aiutarmi, se non a rintracciarlo, perlomeno a capire un po’ più approfonditamente chi fosse: per esempio, disse che era stato molte volte nel Caucaso, che conosceva bene Vladikavkaz, la capitale dell’Ossezia del Nord; parlava un buon russo: ogni parola di quella lingua che gli avevo sentito pronunciare era scandita correttamente, e gli accenti – che tanti problemi danno a chi studia quella lingua, la cui accentazione è mobile e indefinita – cadevano sempre sulla sillaba corretta: dissi a Laura che quel poco mi aveva raccontato mi pareva verosimile proprio perché Simone pronunciava correttamente il russo.
«Non può averlo studiato, non mi sembra il tipo di persona che studia una lingua. Mi sembra più verosimile che l’abbia imparata là».
«Magari è sposato e sua moglie è russa, o ucraina».
«O magari sta dicendo la verità» dissi.
Soprattutto, Simone mi aveva raccontato di essere stato ferito nel 2007, e che per questo era andato in congedo anticipato.
«Mi hanno ferito alla testa» disse, «a Vladikavkaz. È per questo che a volte faccio fatica a parlare. Ho dei vuoti di memoria, ci sono dei periodi della mia vita che mi sembra di non aver vissuto. Ma quello che è successo a Beslan non me lo dimentico, sta’ tranquillo. E poi ho le foto, i documenti. Devi venire a casa mia».
Paracadutista in congedo, anni 58, missioni di qualche natura svolte nel Caucaso, ferito. Questi erano i dati che possedevo.

La casa editrice con cui ho pubblicato il mio libro d’esordio, La calligrafia come arte della guerra, è di M***. Io però a M*** non c’ero mai stato davvero. Con la maggior parte dei piccoli editori si lavora via internet e per telefono, ormai: il contratto ti viene mandato a casa via posta e tu lo devi rispedire firmato; se non si vive vicini ci si incontra di persona solo in occasione di presentazioni, fiere, saloni, incontri pubblici. Tuttavia, ero e sono in ottimi rapporti con tutte le persone della casa editrice con cui ho avuto a che fare, soprattutto con l’editor Dario Rossi. Telefonai a Dario e gli raccontai la storia di Simone. Ci scherzammo un po’ su e mi feci promettere che, con le scarsissime informazioni che gli avevo dato, avrebbe fatto un tentativo di capire chi fosse quello che ormai era diventato, nei discorsi con gli amici, “il parà”.
«Dopotutto» dissi, «Se a M*** avete un ex parà ferito nel Caucaso ci sarà pure qualcuno che lo sa!»
Nei giorni successivi, Dario chiese informazioni a un amico che lavora al Comune di M*** e a un altro, che invece fa il paracadutista. Nessuno, senza il cognome, riuscì a fornirgli qualche notizia su Simone.
Nel frattempo, tramite una conoscente che lavora per una compagnia telefonica – la stessa compagnia a cui è abbonato Simone – provai a capire se era possibile risalire all’identità del parà tramite il numero di cellulare. Ma la legge sulla privacy, mi spiegò la conoscente, non consente più di divulgare i dati sensibili degli abbonati, a meno che non ci sia una denuncia e che la richiesta non arrivi direttamente dalle forze dell’ordine. Naturalmente, non avevo nessun motivo per denunciare Simone: benché avesse (e abbia) il mio numero e la mia mail, in tutti questi mesi Simone non mi ha mai più cercato. Ha sempre e soltanto risposto alle mie sollecitazioni.
Questa era per me un’altra possibile prova della sua autenticità e della piena verosimiglianza del suo racconto:
«Se fosse un matto» dicevo a Laura, «o uno che vuole perseguitare uno scrittore o un mistificatore o un troll, mi romperebbe le scatole di continuo. Invece tace. Tace e aspetta come quelli che sanno».

Il punto fondamentale attorno a cui ruotavano la mia fascinazione e il mio interesse per la vicenda di Simone era questo: mentre lavoravo a Il demone a Beslan ero perfettamente consapevole di trovarmi di fronte a un materiale documentario non ancora elaborato, fatto di video, di comunicati ufficiali, di articoli scritti a caldo; leggevo dei libri dove si davano notizie che una certa stampa smentiva o aveva smentito, ma di cui non potevo non tenere conto anche perché spesso erano l’unica fonte disponibile; avevo letto e ascoltato testimonianze di persone che restituivano – come è giusto e prezioso che sia – l’aspetto umano della vicenda prima di quello politico o di intelligence. Soprattutto, l’ho già scritto, io a Beslan non ci sono mai stato, e non sono russo, e non sono osseto. Pertanto, almeno in apparenza, non ho niente a che fare con i fatti di quei giorni del 2004. Infine, avevo deciso di dare la voce a un uomo spaventoso, che era stato nell’abisso del male e non ne era uscito e sul quale, per di più, non avevo molte informazioni. Quest’uomo, almeno in parte, io me l’ero inventato. Dov’era, nel sistema che stavo edificando, la verità? Che cosa avrei scritto e come? Che cosa avrei fatto dire al mio narratore?
Per rispondere almeno in parte a queste domande, ho tentato di giocare la partita sul piano della letteratura tout court. Stavo creando un personaggio “storico” che è il doppio letterario di un uomo che è insieme “storico” e vivo. Dovevo per forza spostare i piani, uscire dalla realtà fin da subito (nella prima riga del libro gli metto in mano una forca, che terrà attaccata alla cintura fino alla fine) e, sulla base comunque di una certa mole di documentazione, vedermela da un’altra parte. Mentre scrivevo, mi ripetevo continuamente una specie di mantra, che credo di aver rispettato solo in parte: «Non la verità storica in senso stretto, ma quella umana». È una frase quasi priva di senso, ma credevo e credo che fosse l’unico modo che avevo per mettermi di traverso in questa storia più grande di me, e provare a raccontarla. È per questo che il libro è pieno di voci che continuamente tentano di spostare il baricentro della storia (e della verità): perché, nonostante i documenti, la verità non ce l’ho, e solo la letteratura mi consentiva di restituire una visione tridimensionale dei fatti, e degli esseri umani.

Arturo Mazzarella, che insegna Letteratura e arti visive a Roma Tre, ha scritto un libro intitolato Politiche dell’irrealtà in cui, parlando di Sciascia, a un certo punto dice che scrivere è anche «trasformare ogni evento in un racconto, in una storia che, se interpretata con piglio spregiudicato e ribelle agli stereotipi, può evidenziare aspetti poco noti [la verità umana], particolari fino ad allora sfuggiti». E, ancora: «tra i fatti e la loro proiezione fantasmatica è impossibile rintracciare una linea di demarcazione netta. Non a caso alla fine dell’indagine riguardante la scomparsa di Majorana troviamo due termini legati in un solo nodo: “rispondenti o no a fatti reali e verificabili”, i diversi “fantasmi di fatti” adombrati non possono “non avere un significato”». Ecco, benché tra me e Sciascia ci sia una grande distanza, io nel Demone avevo lavorato sui “fantasmi di fatti”, provando a riempire con la letteratura le parti cave e oscure della realtà, e ora mi si presentava la possibilità di rivivere tutto attraverso gli occhi di un (ancorché sedicente) testimone.
In un appunto che ho preso questo autunno, mentre ragionavo su questo e su altri temi, trovo scritto:

In un caso che devo ancora verificare [si tratta della storia di Simone], poi, una certa realtà, grazie alla finzione del libro, potrebbe entrare prepotentemente nel mio ordine delle cose, ma è ancora troppo presto per parlarne, e forse non sarà mai il momento. Si tratta però di un aspetto – ne parla per esempio Carrère in La vita come un romanzo russo – ineludibile: la finzione che smuove delle cose nel mondo “vero”, e il mondo vero che entra di prepotenza nella finzione cambiando le carte in tavola.

Di questo parlerò tra poco. Voglio chiudere questa prima parte della storia di Simone dicendo che, almeno in parte, l’attrazione che provavo per lui e la sua storia era dovuta anche a un altro fatto, che esula dal Demone, dalla tragedia di Beslan e dal rapporto tra realtà, finzione e verità: mentre scrivo queste pagine, infatti, il lavoro preparatorio per il romanzo nuovo, dopo quasi due anni, sta giungendo al termine; ho già scritto l’attacco, e ho più o meno chiari tutti i personaggi, le voci, gran parte della vicenda. È un romanzo che, in maniera un po’ laterale, parlerà della destra estrema, extraparlamentare*. Una delle prime cose che mi disse Laura su Simone, mentre discutevamo se fosse il caso o no di contattarlo e di andarlo a trovare, fu che, qualunque cosa avesse fatto e chiunque fosse nella realtà, un uomo che si presentava come si era presentato lui non poteva che essere fascista.
Simone era di M*** (come quelli di Transeuropa), diceva di essere stato a Beslan e con ogni probabilità era fascista: in lui, se si escludono i temi e i motivi del romanzo breve Marialuce, avrei potuto guardare come allo specchio la personificazione della mia parabola narrativa fin qui.

* Si tratta di un progetto che ho momentaneamente accantonato.