Che cosa c’è di là

È uscita, per un piccolo editore con cui collaboro, Cinque terre, un’antologia di racconti che parla di scrittori e di scrittura. Si intitola Vite immaginate, un po’ à la Schwob, e contiene un pugno di storie apocrife, per così dire: ho chiesto infatti a un gruppo di scrittrici e scrittori amici di immaginare un momento – uno solo – della vita del loro autore o autrice preferiti e di raccontarlo. Quella che segue è la piccola prefazione al volume.
Il ricavato delle vendite andrà in beneficienza alla Croce Rossa di La Spezia. Continua a leggere “Che cosa c’è di là”

Raccontare ancora.

Su Il Libraio è uscito oggi un mio breve articolo che prepara l’uscita del Giardino e che ruota attorno a due concetti fondamentali: rileggere (ma in un modo un po’ particolare) e riscrivere. O meglio: scrivere ancora e ancora.

Ho perso il conto di quanti siano, nella mia vita di lettore, i libri che ho letto che parlano della stessa cosa. Esiste infatti un pugno di argomenti che catturano il mio interesse in modo febbrile: l’Olocausto, per esempio, o lo stalinismo o, ancora, le avventure per mare; esistono periodi che considero “miei”: vorrei aver letto tutto ciò che è stato scritto nei primi trent’anni del Novecento, per esempio – e non parlo soltanto di letteratura, ma anche di psicoanalisi, di teoria musicale, di fisica… -, e continuo a credere che il momento più fulgido della nostra letteratura sia quel pugno di anni che va dal dopoguerra agli anni Settanta, quando a scrivere c’erano i Volponi, i Parise, le Morante.

Continua a leggere “Raccontare ancora.”

What Is Going to Happen to Books?

La scorsa settimana, in occasione della XIV Settimana della lingua italiana nel mondo, ho girato un po’ per il nord Europa per parlare di Books in Italy e di nuove frontiere dell’editoria. Sono stato ospite, prima, dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e, poi, dell’Ambasciata Italiana in Finlandia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Helsinki – città dove l’Italia era ospite d’onore alla Fiera del libro. Questo è quello che ho detto.
Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca che ha rivisto la prima versione del testo.

My speech will be divided in two parts: in the first one, I will try to reflect upon the so-called digital era and the possibile perspectives for publishers, authors and readers. I’m not a publisher, but I’m a writer and a reader and, above all, I live in the world of books. In the second part of the speech, I will show you the project of the website we launched in Italy to promote our literature abroad.
But, firstly, I’d like to tell you a story. Continua a leggere “What Is Going to Happen to Books?”

Dove sono io – terza e ultima parte

[Prima parte, seconda parte]

Una frase che non riesco a dimenticare: «Si alzò lentamente come disimplicandosi dalla terra». È di Michele Mari, e non so dire perché ma mi pare racchiuda il senso di tutta la letteratura possibile.

Per una serie di coincidenze che sarebbe superfluo raccontare, nei mesi successivi alla telefonata con Simone mi ritrovai in un più di un’occasione nella città di M***. In ognuna di queste occasioni ho pensato di chiamarlo e di fissare un incontro, e ogni volta non l’ho fatto: da una parte c’era Laura che, con le sue solite motivazioni tentava, devo dire con successo, di convincermi a desistere. Dall’altra parte, Simone, come ho già scritto, per mesi e mesi non si faceva vivo né per mail né per telefono: il mio interesse per lui e la sua storia, di conseguenza, andava e veniva a ondate e, forse per una sorta di esorcismo, ogni volta che mi ritrovavo su un treno o in macchina diretto verso la città di M*** la voglia di contattarlo e di stare ad ascoltarlo era al nadir. Eppure giravo per la città di M*** guardandomi intorno, come aspettandomi di essere riconosciuto e apostrofato dalla sua voce. Nel risvolto di copertina del Demone, pensavo, c’è la mia foto, e altre mie foto girano in rete: non è così difficile riconoscermi se si ha qualche interesse nel farlo. Mi sentivo anche, per dirla fino in fondo, colpevole nei confronti di Simone: immaginavo un uomo solo (non so perché, ma l’ho sempre immaginato solo – come poi si è rivelato essere nella realtà), sopraffatto da una biografia insostenibile, colpevole, più grande di lui; lo immaginavo pieno di ira e di attesa e di speranza tradita per via di un cenno che io continuavo a non fargli. E mentre lui si consumava perché l’unica voce che aveva trovato per la sua storia – la mia – faceva di tutto per ignorarlo, io giravo per le vie di M*** in compagnia di amici, tiravo tardi, andavo a vedere il mare e al ristorante.
Ma c’è un’altra motivazione, più profonda e viscerale, e che non ho detto mai a nessuno (per lungo tempo nemmeno a me stesso). Non è piaggeria, e nemmeno captatio benevolentiae se faccio questa premessa prima di dire che io evitavo di contattare Simone e di chiedergli un incontro perché, altrimenti, temevo che non sarei mai riuscito a liberarmi del Demone. Ho realizzato pienamente questa cosa – di cui parlerò tra poche righe – solo quest’estate, ad Agrigento, dove ero stato invitato da degli amici a presentare il libro. Io, allora, avevo già incontrato Simone, l’avevo ascoltato e avevo, per così dire, chiuso quel capitolo della mia vita: e tuttavia ci volle, perché io finalmente riuscissi a confessare tutto a me stesso, una domanda brutale fattami da un ragazzo. Dario (si chiama così anche lui) mi aveva fatto una breve intervista per la tv locale che aveva ripreso l’incontro; finito il servizio si avvicinò di nuovo a me e
«Posso farti un’altra domanda?» disse, «Te la faccio per me, non per la tv».
«Altroché» risposi. Io quella sera ero felice, tutto era andato bene, le ragazze portavano i sandali e mi sentivo pieno del mondo. Ero dunque pronto a sentirmi chiedere: «Quanto tempo ci hai messo a liberartene? A liberarti di un libro così, di una voce così?».
Non mi ricordo che cosa ti ho risposto, Dario. Ma so che quella sera di festa io non ero ancora sicuro – a così tanti anni di distanza dall’elaborazione del libro e a undici mesi dalla sua pubblicazione – di essermi liberato di Marat, e della palestra, e di Ivan e Petja, e di Pope Alan e padre Aleksej e delle mamme e dell’orrore di quei tre giorni lontani. Quello che so è che, allora, io, benché non lo potessi sapere, ero preparato a ricevere quella domanda e a rispondere serenamente. Solo pochi mesi prima, non so come avrei reagito.

Molti anni fa, quando ero ancora uno studente e avevo nel cassetto un romanzo lunghissimo e sconclusionato che non pubblicherò mai, avevo scritto un appunto – che avevo intitolato, fingendo di essere la Yourcenar, La carcere. Dice così:

Ma si scrive per ingabbiarsi, per incarcerarsi. Scrivere non è un atto di libertà, di espressione, ma, semmai, di prigionia, di impressione. Ci si incarcera all’interno della parola, delle parole. Si è prigionieri di quello che si è scritto. Provo a immaginare di scrivere qualcosa di profondamente autobiografico, il racconto di una sofferenza, ad esempio, o di un episodio che in qualche modo mi ha cambiato: scrivo per liberarmene, si direbbe. Invece no: scrivo per chiudermi in esso, per non uscirne più, per non poterne più parlare se non attraverso le parole che io ho usato per descriverlo.

Sono ancora convinto di questa cosa: si scrive per fissare il mondo attraverso le parole, per inchiodarlo lì. Non ha senso scrivere di una cosa e poi saperne parlare con parole che sono altre rispetto a quelle che si è usate. A questa forma di prigionia (che è la cosa più bella e più grande che può capitare a uno che scrive) se ne deve però aggiungere un’altra, che io all’epoca non avevo provato e non potevo immaginare: l’estrema fatica che si fa, a livello intellettuale, estetico e morale, per andare a toccare un’altra isola, un’altra storia. A lungo, dopo il Demone, non ho scritto: ero pieno di quel libro, mi bastava; soprattutto, ogni volta che avevo un’idea, che provavo a cominciare qualcosa, mi rendevo conto che potevo raccontarla solo con la voce di Marat. Ma la voce di Marat ha senso solo all’interno del Demone. Ciò che non è il Demone ha bisogno di un’altra voce, di un’altra esperienza, e solo ora che è passato così tanto tempo, dopo che ho letto e ho scritto e ho vissuto e ho immaginato, posso dire che la voce di Marat – che è parte di me e non se ne andrà mai – non è più un fantasma che mi scorre nella penna. Se n’è andata: è lì, su uno scaffale, ci posso tornare quando voglio ma non mi fa più male.
Ecco, all’epoca in cui evitavo Simone, la voce di Marat c’era ancora. Forse stava cominciando ad andarsene, ma sapevo che era lì ad attendermi ogni volta che giravo un angolo. L’idea di rientrare in quella storia, di ripercorrere quei tre giorni, e di sentirmi dire che le cose non erano andate come io avevo scritto mi spaventava. Mi attraeva e mi spaventava. Perso tra questi due poli – l’attrazione e la paura – preferivo non pensarci e andare avanti facendo finta di niente.

(Io più nudo di così, credo, non lo sono mai stato).

Ma sapevo che il momento sarebbe arrivato. Ho passato il ponte del Primo maggio dello scorso anno nella città di M*** con Laura e una coppia di amici. Sono andato a M***, quella volta, senza quasi pensare a Simone. Ma la prima sera, poco prima di cena, senza dir niente a nessuno (tutti nella casa sapevano di questa storia) ho preso il telefono e l’ho chiamato. Non so spiegare perché l’ho fatto: forse perché da tempo non pensavo granché a lui e, nel frattempo, l’ombra di Marat cominciava a declinare e io mi sentivo un uomo in via di liberazione. Simone mi ha risposto con la sua voce di prigioniero ed erano mesi che non ci sentivamo. Ho percepito chiaramente, dall’altra parte della cornetta, un singulto d’emozione mentre dicevo d’un fiato:
«Simone ciao, sono Andrea Tarabbia e sono a M***. Mi piacerebbe incontrarti».
Ci siamo accordati per la mattina dopo. Io e Laura abbiamo passato una notte agitata. Lei, soprattutto, ha dormito poco: per non lasciarmi solo, mi aveva convinto a portarla con me.

Un passo a cui ritorno ogni volta, e da sempre, con un’emozione che non provo da nessun’altra parte: «La vidi ritirarsi con un tuffo, abbassarsi e piegare verso i vetri: si mise a correre lungo l’interno della cornice: le spruzzai un altro getto di veleno: si fermò, abbassò le ali e la testa, tornò indietro e per un attimo sospese qualsiasi movimento: contrasse ripetutamente la sacca del ventre, cercò di nettarsi le zampe anteriori, provò le ali, insieme e una per una, avanzò, indietreggiò, cadde all’indietro, restò ferma qualche secondo, sbalordita, perduta all’improvviso la virtù del volo: la gravità che l’affliggeva la spaventò con una violenza che riempì la stanza». I protagonisti del brano sono un’ape molesta e il DDT. È Paolo Volponi, il più appartato dei nostri giganti.

La mattina dopo, domenica 29 aprile 2012 alle 11, io Laura e Simone avevamo appuntamento nel dehor di un caffè della via centrale di M***, quella che dalla chiesa principale declina verso la piazza centrale. Sotto una pioggia torrenziale ci siamo diretti all’incontro. Ero rimasto d’accordo con Simone che l’avrei chiamato non appena fossi stato davanti alla chiesa e ci saremmo fatti un cenno da lontano per riconoscersi. Arrivati alla chiesa, ho preso il telefono e ho immediatamente sentito squillare il cellulare nella tasca di un tizio che ci stava vicino, un quarantenne ben vestito e dai modi borghesi. Mentre il quarantenne cercava di rispondere, ho chiuso la chiamata e mi sono avvicinato a lui chiedendo: «Simone?»
Quello ha fatto sì con la testa e gli ho allungato la mano. Solo che il suo telefono continuava a squillare. Il primo Simone che abbiamo incontrato, insomma, non era quello vero. Nel frattempo, il mio cellulare ha cominciato a trillare e, mentre mi scusavo con il quarantenne, un tizio dall’aria stralunata, con un marsupio e alcune sporte di carta, il cappellino con la visiera rossa e una giacca impermeabile chiara buttata sulle spalle con la noncuranza di chi viene aiutato a vestirsi ci faceva dei cenni da una ventina di metri di distanza.

Dell’incontro, durato quasi tre ore, ricordo molti particolari: che eravamo all’aperto, e che Simone avrà fumato almeno un pacchetto di sigarette; che ricevette quattro o cinque telefonate “d’affari”; che un torrente d’acqua scivolava furibondo nelle scanalature del porfido della via e formava delle piccole pozze sotto il nostro tavolino di metallo, per cui dovevamo tutti tenere le borse e i piedi sollevati; che Simone non si tolse mai il cappellino tranne una volta, per farci vedere la forma spaccata del suo cranio rasato: un solco lungo alcuni centimetri gli piaga il lobo destro e crea una specie di depressione, suggerendo l’idea che Simone abbia due teste, come il padre priore degli Esordi di Antonio Moresco. È una ferita, dice, che si è procurato nel Caucaso nel 2007: è stato aggredito a Vladikavkaz da un gruppo di persone, ma non ha voluto spiegarci il motivo dell’aggressione. Da allora, però, dopo alcuni mesi d’ospedale in Caucaso prima, a M*** poi – mesi in cui dice di aver lottato contro la morte – è in congedo definitivo. Gli hanno trovato un posto come portiere all’ospedale («ospedale civile», dice lui) di M***, e non sta sempre bene: soffre di emicranie continue e, soprattutto, ha dei vuoti di memoria, e non parla bene (dal vivo infatti trascina alcune consonanti e fatica a pronunciare certe parole).

Voglio dire subito che, non appena vidi Simone salutarmi da lontano, non appena vidi com’era vestito e l’aria svagata dei suoi occhi, io smisi di avere paura di lui, di provare agitazione. Diventai come divento di solito davanti alle persone che deludono le mie attese: bonariamente disinteressato. Ma lui ci disse di aver imparato il russo in venti giorni. Prima del 2007, disse, io avevo una mente veloce, e conoscevo molte lingue di cui oggi ricordo solo alcune cose. Nel corso del nostro incontro, pronunciò più volte alcune parole russe, e le pronunciò perfettamente. Ma il suo discorso – di fatto un specie di monologo durato per tutto il tempo in cui rimanemmo seduti al tavolino nel dehor – fu sconclusionato, pieno di salti logici e temporali, di cose che diceva di non ricordarsi bene o che non voleva raccontare fino in fondo. Era stato, nel corso della sua vita di paracadutista, membro di un non meglio precisato battaglione di forze speciali, e aveva girato il mondo, e aveva fatto molte missioni sulle quali era costretto a serbare il segreto. Nei ristoranti degli alberghi, disse, c’è una regola: bisogna farsi assegnare dal cameriere sempre lo stesso tavolo, quello posto in un angolo in fondo alla stanza, e bisogna sedersi sempre con le spalle al muro. In questo modo, disse, si può tenere sotto controllo la sala e, man mano che i giorni passano, si imparano i movimenti dei camerieri, del personale dell’albergo, dei clienti: se guardi un posto per molti giorni dalla stessa angolazione impari a conoscerlo, diventa tuo e, in caso di pericolo, sei in grado di notare prima degli altri qualche mutazione nel comportamento delle persone, qualche irregolarità nel normale svolgimento delle giornate. Quando il tuo lavoro ti porta a frequentare i luoghi pericolosi del mondo, devi per forza comportarti così, perché devi proteggere te stesso e devi registrare il maggior numero di informazioni possibile su ciò che ti sta intorno. Simone, nella sua vita immaginata, è sempre in guerra. Così, in Egitto, al Cairo, disse, ho capito prima degli altri che nell’albergo dove risiedevo sarebbe presto successo qualcosa: quando la bomba contenuta nel borsone di un cliente che stavo tenendo d’occhio da qualche giorno esplose, una mattina a colazione, io avevo già fatto in tempo a correre fuori portando con me una comitiva di turisti italiani che non si era accorta di nulla.

Hitler non è morto nel 1945, disse, ma ci sono prove che sia andato a vivere in Argentina. E così il dottor Morte: pensano tutti che sia finito in Brasile, ma in realtà ha lavorato per anni negli Stati Uniti al servizio della CIA. O la volta, disse, che catturammo Bokassa nella giungla a metà degli anni Novanta (Voi?!? Gli italiani?, chiesi, fingendo di seguirlo e di credergli. Sì, disse, tu non puoi sapere come funzionano davvero queste cose, è molto complicato, ma gli italiani hanno partecipato a moltissime missioni speciali di cui non si deve sapere nulla): si era rifugiato in una capanna in mezzo agli alberi, a molti giorni di cammino nella foresta. C’erano con lui i suoi fedelissimi e alcune donne. E c’era, nelle cantine… Andrea, io non ho mai visto una cosa del genere… Lui è stato accusato di cannibalismo e l’hanno scagionato, ma quello che ho visto io non lo puoi immaginare. Così lo catturammo, avevamo l’ordine di caricarlo su un aereo di portarlo in Europa, perché fosse giudicato dal tribunale dell’Aja. Legato mani e piedi, incappucciato, nel piccolo aeroporto di Bangui, lo caricammo sull’aereo, ma all’improvviso vedemmo sulla pista migliaia di persone, persone comuni, che si avvicinavano a noi urlando, e sai perché?, perché lo reclamavano, lo volevano per loro. A quelli laggiù non gliene frega niente della legge e dei tribunali internazionali, niente. Loro volevano Bokassa, volevano giudicarlo a modo loro. Ma noi non potevamo consegnarlo, ci aspettavano all’Aja. La gente aveva dei portavoce e ci mettemmo a parlare con loro. Accanto a noi Bokassa, legato e incappucciato, era fermo, come morto, forse non capiva quello che stava succedendo. Intanto la gente aveva circondato l’aereo, e più il tempo passava più si faceva minacciosa e noi avevamo cominciato a capire che non ce la saremmo cavata se non l’avessimo consegnato. Così ci siamo consultati. Quello era una belva, Andrea, un assassino e un cannibale, e a noi faceva schifo. I portavoce tentavano di tenere calma la gente, ma quella urlava, spingeva, molti erano armati e in quei posti lì la vita umana – anche la nostra – non ha nessun valore. Così abbiamo deciso: abbiamo detto ai portavoce che avremmo consegnato Bokassa a patto che la gente liberasse la pista e ci permettesse di decollare immediatamente. L’abbiamo lasciato lì, legato e incappucciato, sulla pista, e mentre decollavamo abbiamo visto come è morto. Bokassa non è morto d’infarto, Andrea, Bokassa è stato smembrato e divorato dal suo popolo sulla pista dell’aeroporto di Bangui.
Io e Laura ci guardiamo, il fiume d’acqua che scende dalla chiesa fino alla piazza e il rumore della pioggia che frusta la copertura del dehor.
«Dimmi di Beslan» dico. Simone prende una pausa, si accende un’altra sigaretta, si tocca la testa. Beslan, dice, Tu sei stato bravo, hai scritto un bel libro, ma ci sono delle cose che non potevi sapere, che non sono state dette né scritte da nessuna parte… i morti, per esempio, tu lo sai quanti sono i morti di Beslan?
«Sono più di trecento» dico, «Trecentotrenta, poco più».
Scuote la testa e guarda in un punto imprecisato tra il tavolo e me. Sono ottocento, Andrea, è stata una strage senza precedenti, sono più di ottocento. Io ero là, li ho visti e lo so. Sono stato nel Caucaso per molti anni, ho fatto missioni dalla fine degli anni Novanta fino a quando mi hanno ferito. Quando abbiamo ricevuto la notizia del sequestro della scuola eravamo a Vladikavkaz. Era il due settembre, gli ostaggi erano già rinchiusi da 24 ore. Con un amico di là – sapevamo che non potevamo recarci sul posto come esercito italiano, ma che avremmo dovuto arrivarci come privati cittadini – siamo saliti su una jeep civile e siamo partiti immediatamente. Eravamo in due, solo due: io italiano e lui osseto. Sua moglie è georgiana e fa i migliori chačapuri che abbia mai mangiato. Li conosci, i chačapuri? Sì, dico, sono la focacce georgiane al formaggio. Li ho mangiati qualche volta a Mosca. Ah, ma a Mosca sono un’altra cosa, tu dovresti provare quelli che si fanno nel Caucaso! Dopo, prima di andar via, ti do la ricetta, così magari (guarda Laura) lei te li fa. Fa una pausa, fuma. Beslan, dice, Io Andrea non ho mai visto una cosa come quella che è successa a Beslan, ancora adesso mi sveglio di notte pensando a quei bambini, mi sogno le urla dei loro parenti fuori dalla palestra. È stata una cosa terribile, la peggiore che mi sia mai capitata. Si ferma di nuovo, respira. La voce se è possibile gli è diventata ancora più bassa, tumulare. Si riprende all’improvviso: le autorità quando siamo arrivati erano tutte già fuori, c’erano i militari, i politici, e nessuno sapeva cosa fare. Quelli da dentro minacciavano di ammazzare tutti, e c’era panico, la gente piangeva. C’erano dei parenti dei prigionieri che erano armati e volevano fare irruzione, farsi giustizia privata, far fuori tutti quelli incappucciati. Le autorità non sapevano come comportarsi, dovevano tenere a bada la gente disperata e furente all’esterno e dovevano capire come parlare coi terroristi senza che questi facessero male agli ostaggi. Così, Andrea, visto che nessuno faceva niente, ci ho parlato io. Tu?, dico, trattenendomi per non ridere. Io, io, dice, grave. Il mio amico osseto voleva fermarmi, diceva che ero pazzo, che lui ha una moglie e un figlio a casa e che non voleva riportarmi a Vladikavkaz morto. Ma io non ho nessuno, Andrea: ho solo una sorella che mi è stata vicino quando mi hanno aggredito nel 2007, ma per il  resto non ho nessuno a casa che mi aspetti, non ho moglie, non ho figli. Sono andato dal capo della polizia di Beslan e gli ho chiesto di farmi parlare con loro. Gli ho spiegato chi ero, e che il fatto di essere italiano poteva essere per i terroristi una garanzia che non li volevo fregare, che ero disinteressato e che parlavo solo in nome degli ostaggi. Il capo della polizia non sapeva che pesci prendere e si è lasciato convincere. Mi sono tolto la maglia, e mi sono avvicinato a torso nudo all’ingresso della scuola; tenevo le braccia spalancate per far vedere che non ero armato e che non avevo cattive intenzioni. Io in quel momento non pensavo a niente, a niente, solo a parlare con loro e convincerli a rilasciare almeno qualcuno. Dalle finestre mi hanno puntato il fucile e mi hanno detto di fermarmi o avrebbero sparato. Ma io sono un paracadutista, Andrea, e i paracadutisti non si fermano davanti a un fucile puntato. Ho continuato a camminare piano dicendo che volevo solo parlare con il loro capo. Io, Andrea, ho parlato con Marat! (Si emoziona, si confonde, mescola la realtà dei fatti di Beslan con la parte fittizia contenuta nel mio libro). Ci ho parlato! E l’ho convinto a rilasciare gli ostaggi. Me ne stavo lì, mezzo nudo davanti all’ingresso, disarmato, e lui mi ha ascoltato. Gli ho detto che se non rilasciavano qualcuno, che se non facevano qualcosa di buono il mondo li avrebbe odiati e non li avrebbe ascoltati, e loro hanno rilasciato dei bambini, pochi minuti dopo hanno fatto uscire… quanti, quanti bambini hanno fatto uscire quel giorno? Ventisei, dico io. Ecco, io ho liberato ventisei persone.
Tu questo lo devi raccontare, Andrea, dobbiamo vederci molte volte e devi starmi ad ascoltare. Io non sono capace di scrivere un libro, tu sì. Devi scrivere la mia storia perché il mondo non sa la verità su molte cose. Dobbiamo lavorare insieme, scrivere insieme. Cioè: io racconto e tu scrivi, perché tu sei capace e io no. Io, capisci, ho bisogno di raccontare questa storia perché il mondo la deve sapere e perché è vera. Lo farai, Andrea? Lo faremo? Lavoreremo insieme?

Ce ne siamo andati dal dehor alluvionato che quasi non pioveva più. Prima di stringerci la mano, Simone si è vuotato le tasche rovesciandone il contenuto sul tavolino di metallo, ha cercato nel portafogli e nel marsupio: non trovava la ricetta dei chačapuri. Eppure ce l’ho sempre con me, ripeteva. Io e Laura l’abbiamo osservato compiere questa operazione con un imbarazzo sempre crescente. Comunque non importa, ha detto poi, ce l’avrò da qualche parte a casa, te la mando via mail.

Ho trovato una nota che Ernesto Aloia ha intitolato Fiction o non fiction? Falso problema, la non fiction non esiste. In essa, Aloia scrive:

Sulla pagina non esistono cose vere. Anche tralasciando per evitare il rischio di efferatezza teorica ogni messa in questione del significato comunemente accordato alla parola “realtà”, è evidente che nel momento in cui essa viene traslata in quella successione di segni di diversa natura che costituiscono una narrazione, essa cessa di esistere, o quantomeno di essere visibile. Quello che permane è solo il testo, e “l’aderenza alla realtà” non è una sua qualità intrinseca quanto piuttosto una modalità dell’interazione tra il testo e il lettore. Il testo è non finto se viene percepito come tale dal lettore, non se il suo contenuto è rappresentato da avvenimenti non finti. E il raggiungimento di questo risultato passa – paradosso dei paradossi – attraverso l’applicazione di un codice di regole espressive che, guarda caso, è proprio quello che i romanzieri hanno messo a punto nei due secoli durante i quali il pacte réaliste è stato in vigore.

E ancora:

Prima di Gomorra, i misfatti della camorra in Campania erano già stati raccontati in migliaia di pagine di saggistica e di cronaca – perché allora essi sono diventati davvero credibili per i più solo dopo il bestseller di Saviano? Paradossalmente, proprio per la natura anfibia del testo, che rifiuta di abbandonare l’arsenale tecnico della narrativa di fiction (e, dal punto di vista editoriale/commerciale, viene addirittura etichettato come “romanzo”). Dal punto di vista narratologico, l’adozione di prospettive e punti di vista impraticabili da una scrittura saggistica ha moltiplicato l’impatto emotivo del suo contenuto e amplificato l’effetto di realtà. […] Per questo, a mio avviso, il concetto stesso di non fiction, e il diverso statuto di realtà attribuito alla scrittura che si pretende non di invenzione, sono frutti di un equivoco: sulla pagina tutto è falso, e tutto è vero nel modo in cui sono vere le storie raccontate nei romanzi, cioè solo in quanto propongono al lettore un approccio percettivo-descrittivo conforme a quello che nel corso degli ultimi due secoli si è costituito come codice espressivo del realismo.

Ciò che ho scritto nel Demone a Beslan è più vero di quanto il mio lettore più bizzarro mi ha raccontato. Dove sta la verità quando si scrive una storia basata su un fatto realmente accaduto? Qual è il suo gradiente di realtà? Qual è il punto che separa la fantasia di uno scrittore – che seleziona, aggiunge e modifica elementi allo scopo però di restituire una verosimiglianza – dalla follia?

Il giorno dopo il nostro incontro con Simone, alle 19.04, ricevetti da lui una mail come al solito priva di oggetto. Questo è il testo:

khachapuri   ingredienti  per la pasta  350 gr di farina o manitoba 250 gr di yogurt bianco 25 gr di burro morbido 1 cucchiaino abbondante di sale 1 cucchiaino abbondante di miele un panetto di lievito di birra latte q.b.   per il ripieno parmigiano a scaglie mozzarella stracchino olio extravergine d oliva q.b. origano q.b.  in una ciotola unire farina e sale il burro a pezzetti lo yogurt.sciogliere il lievito nel latte assieme al cucchiaino di miele e incorporarlo agli altri ingredienti . impastare fino ad ottenere una massa morbida e lasciare lievitare almeno per un paio d ore fino al raddoppio.dividere l impasto in due parti.stendere la prima meta su una teglia rivestita di carta da forno cospargere la superficie con le scaglie di grana aggiungendo poi la mozzarella e lo stracchino. stendere l altra parte di pasta e ricoprire il ripieno avendo cura di richiudere bene i bordi.creare delle piccole incavature con i polpastrelli spennellare di olio evo e cospargere con l origano.infornare a 190 gradi per circa 25 minutifino a che la superficie  risulti d orata    questa e la ricetta che ho ottenuto da una ragazza russa provaci e fammi sapere ciao saluta la ragazza a presto simone

Dopo l’uomo. Tre fini e un inizio

[È un vecchio pezzo – piuttosto lungo – che non mi ricordavo di avere. Era stato scritto per il quinto numero del Primo amore, il Che fare? Parla di apocalissi reali e immaginate. Il primo paragrafo, dedicato al Diario di Hiroshima di Michihiko Hachiya, era già stato pubblicato su questo stesso sito l’ottobre scorso].

Dopo la pika – la fine vista da vicino (Michihiko Hachiya, Diario di Hiroshima)

Il dottor Michihiko Hachiya, direttore dell’Ospedale delle Comunicazioni di Hiroshima, comincia a scrivere il suo diario l’8 agosto 1945, cioè circa 48 ore dopo lo scoppio della bomba. Egli comincia così: «Erano le prime ore di una bella giornata tranquilla e calda». L’ossessione del tempo, del tempo atmosferico, è uno dei tanti leitmotiv che accompagnano la scrittura di quest’uomo mite e razionale, umile e intelligente, nonché assolutamente inconsapevole di aver scritto una delle testimonianze più vive, umane e commuoventi su quella che rimane una delle più sorprendenti catastrofi della storia dell’uomo. Ogni giorno di diario si apre per Hachiya con la registrazione puntuale del tempo: «Cielo generalmente sereno» «Un’altra splendida giornata» «Pioggia. Cielo coperto»; evidentemente ogni diarista deve avere il suo mantra, e quello di Hachiya è la situazione del cielo.
Poche righe più sotto il suo piccolo e puntuale esordio, il dottor Hachiya, con una certa approssimazione, è in grado di descrivere quello che è successo la mattina del 6 agosto, mentre lui si trovava nella sua casa, steso per terra per riposarsi dopo un turno particolarmente duro all’ospedale:

«All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro. A volte, di un evento, si ricordano i più minuti particolari: rammento perfettamente che una lanterna di pietra nel giardino si illuminò di una luce vivida, e io mi chiesi se fosse prodotta da una vampa di magnesio, o non piuttosto dalle scintille di un tram di passaggio. (…) Istintivamente mi alzai per fuggire, ma mi trovai il passo sbarrato da detriti e travi crollate. (…) Mi sentivo straordinariamente debole, e dovetti fermarmi per riprendere fiato. Con mio grande stupore, mi accorsi che ero completamente nudo. (…) Lungo tutto il fianco destro ero escoriato e sanguinante. Da una ferita aperta nella coscia spuntava una grossa scheggia, e in bocca mi sentivo qualcosa di caldo. Avevo un taglio sulla guancia, me ne accorsi passandoci con cautela la mano, e il labbro inferiore era spaccato. Un frammento di vetro piuttosto grosso mi si era infilato nel collo (…)».

La casa del dottor Hachiya si trova a circa 1.500 metri dall’ipocentro dell’esplosione – posto che sia possibile identificarne un ipocentro, giacché più volte, nel suo diario, Hachiya riporta le discussioni relative all’esatto punto dove è esplosa la bomba. Si scoprirà poi che, in realtà, la bomba si è disintegrata alcune centinaia di metri prima di toccare il suolo di Hiroshima. Il dottore e la moglie, Yaeko, riescono a raggiungere l’ospedale, dove cominciano a curarsi. Questo è il momento in cui ha inizio il periodo di 56 giorni coperto dal diario, tenacemente scritto nelle ore libere tra una crisi, una notte insonne, una moglie che ha persino attacchi di polmonite, gli incontri con i pazienti, con gli altri dottori e gli infermieri e scandito, soprattutto, da un’incrollabile volontà di capire che cosa sia successo, quali siano gli effetti di quella che sembra una vera e propria piaga; le descrizioni mediche di Hachiya sono minuziose, quasi candide nella loro violenza: Hiroshima è una città di ustionati, di gente senza denti, piena di ferite e di aperture ricucite con aghi di fortuna; è una città di corpi che vagano tra le macerie anche solo per recuperare le ossa dei loro cari; è una città di orfani, di genitori che hanno perso i figli (qual è la parola per designare un genitore che ha perduto un figlio?); nei corridoi dell’Ospedale della Comunicazione vagano esseri umani che perdono i capelli, che si riempiono a poco a poco di inspiegabili petecchie – segno di una serie di emorragie interne che porta quasi sempre a una morte atroce – che soffrono di anoressia, dissenteria, vomito, allucinazioni; non ci sono bagni, non ci sono vetri alle finestre, non c’è la corrente elettrica, e l’odore è talmente forte che i degenti smettono di sentirlo;  c’è una bellissima ragazza a cui il fuoco ha risparmiato il solo volto, e che giace immersa in un letto di pus; c’è una vecchia rimasta sola, che implora la morte; ci sono persone che hanno scritto nei volti il numero dei giorni che resta loro da vivere; ce ne sono altre che per alcuni giorni sono state perfettamente bene, e che hanno dovuto correre a ricoverarsi per delle improvvise deformazioni, per dei malesseri inspiegabili. È un’umanità che deambula senza meta tirandosi i capelli per vedere se rimangono attaccati al cranio, quella che descrive Hachiya. E soprattutto, per molti giorni, nessuno sa che cosa è veramente successo. Nessuno sa dell’atomica.
Hachiya, quando è in forze, lavora, cura, comincia a fare ipotesi e a eseguire delle autopsie sui cadaveri; conta i leucociti e le piastrine nel sangue dei morti; attacca delle coperte agli stipiti delle finestre sfondate per evitare che la pioggia gli bagni il letto; beve matcha e studia gli effetti delle radiazioni sui casi che ha a disposizione, per poi scrivere delle relazioni semplici e piane che sono una lezione di deontologia medica.
In città si dice che Hiroshima sarà inabitabile, per via delle radiazioni, per almeno 75 anni, ma nessuno ci vuole credere. C’è una fede, nelle azioni e nelle parole di Hachiya, una fede laica che mi lascia sbalordito: è la fede nel fatto che se qualcosa di così tremendo e impensabile è successo l’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, per quanto le forze lo permettano, guarire, lavorare, studiare, fare del bene. Questo piccolo uomo vissuto nel mezzo della catastrofe mi commuove, nonostante la sua fedeltà incrollabile all’imperatore e alla parte sbagliata. Tutto crolla: la nazione, l’imperatore, i muri, le strade, i fili della luce, i corpi delle persone a cui vuoi bene, il tuo corpo, ma tu vai avanti a indagare, ad amare le tue cose e a lavorare per riconquistarle. C’è una mole di verità e di vita che mi sconvolge in questo pugno di giornate raccontate: l’idea non è quella di riuscire a sopravvivere – per quello c’è il destino -: è di sopravvivere ricostruendo, da subito, con pignoleria e costanza, il ritmo naturale della vita, senza fermarsi di fronte all’estrema difficoltà del compito, e all’inspiegabilità e ineluttabilità di quello che è accaduto.
Che cos’è la pika? La pika è il lampo, la luce, il bagliore. È così che per molti giorni i sopravvissuti di Hiroshima chiamano l’esplosione. E’ solo quando riescono a entrare in Hiroshima persone venute da fuori, da posti a qualche decina di chilometri di distanza, che la pika diventa pikadon (don: scoppio rumoroso). Per Hachiya e i suoi concittadini, per molti giorni l’esplosione è stata semplicemente un bagliore accecante lungo un secondo, avvenuto in assoluta assenza di suono. Solo chi non era a Hiroshima ha potuto sentirne il fragore. Ecco, per chiudere, uno dei passi più straordinari del Diario:

«C’era solo un’altra possibile spiegazione per gli strani sintomi osservati: un’improvvisa variazione della pressione atmosferica. Avevo letto che si manifestano emorragie in individui saliti ad alta quota e in palombari che risalgono troppo rapidamente in superficie. Ma non avevo mai esaminato casi simili, e non potevo dunque dimostrare la mia tesi.
Tuttavia, continuavo a ritenere che  la pressione atmosferica avesse a che fare in qualche modo con i sintomi in questione. Quando ancora frequentavo l’università di Okayama, avevo assistito a esperimenti condotti in una camera a pressione. Uno stato di sordità improvvisa e temporanea era uno dei sintomi che si manifestavano ogniqualvolta la pressione nella camera veniva bruscamente alterata.
Di una cosa ero certo: tre giorni prima, quando era avvenuto il bombardamento, non avevo udito niente che si potesse definire un’esplosione, e nel tragitto verso l’ospedale avevo visto case crollare, ma non avevo avvertito alcun rumore. Era stato come se avessi camminato in uno spaventoso film muto. Altri, da me interrogati, mi confermarono di avere avuto la stessa esperienza.
Coloro che avevano assistito al bombardamento dalla periferia della città, lo descrivevano con l’espressione pikadon.
Per dare una spiegazione accettabile del fatto ce né io né gli altri avevamo udito alcune esplosione, bisognava dunque dedurre che vi era stata un’improvvisa variazione di pressione atmosferica, che ci aveva resi temporaneamente sordi. Si potevano ricondurre alla stessa causa anche le emorragie che cominciavano a manifestarsi?»

Dopo l’«evaporazione». La fine immaginata (Guido Morselli, Dissipatio H.G.)

«Relitti fonico-visivi mi tengono compagnia, e sono ciò che di più diretto mi rimanga di “loro”». È così che comincia Dissipatio H.G., l’ultimo romanzo di Guido Morselli, scritto pochi mesi prima del suo suicidio in una condizione di totale solitudine e disperazione e ambientato a Crisopoli – città immaginaria in cui chi vuole può riconoscere la Zurigo degli anni Settanta.
Una nota a margine prima di cominciare: la letteratura cosiddetta apocalittica non esiste, è una chimera. L’Apocalisse può essere immaginata ma non può essere descritta: tutto ciò che normalmente noi prendiamo come esempio di letteratura apocalittica mette in realtà in scena quello che gli anglosassoni chiamano aftermath (letteralmente «conseguenza») – espressione, praticamente intraducibile in italiano, che sta a indicare qualcosa come il giorno dopo una catastrofe. La differenza tra l’aftermath e l’Apocalisse risiede semplicemente nel fatto – puramente narrativo, se si vuole – che una catastrofe, per poter essere narrata, ha bisogno di almeno un superstite, un personaggio-narratore che viva e in qualche modo si muova all’interno della devastazione. Ma – e qui sta il problema – nel momento in cui anche un solo uomo è sopravvissuto, questo significa che l’Apocalisse non è avvenuta. Dunque tutta quella che noi siamo soliti definire come letteratura apocalittica o post-apocalittica, in realtà non lo è e non lo può essere per il semplice fatto che viene raccontata. Altra cosa è San Giovanni: la sua Apocalisse è una profezia, una rivelazione e una proiezione futura narrata in un presente dove il mondo e gli uomini sono ancora intatti, e questi ultimi sono ancora in grado di correggere la propria condotta. Tutti gli scritti apocalittici (da Giovanni a Daniele, da Enoc a Esdra a Baruc) si portano dietro rivelazioni su cose del passato, del presente e del futuro: queste rivelazioni sono normalmente note solo a dio e alle sfere celesti, e vengono rivelate al profeta affinché questi scriva un ammonimento e lo diffonda tra gli uomini. Sto banalizzando, ma mi preme specificare che il dettato apocalittico è frutto di una visione che porta a raccontare, per mezzo di allegorie, qualcosa che si riferisce agli uomini che leggeranno e al loro futuro. Il profeta racconta per mezzo di un’allegoria. Ai romanzi distopici, o post-apocalittici, manca naturalmente questa parte per così dire di rivelazione: manca il dettato divino. Questa mancanza, a livello testuale, fa saltare una delle caratteristiche fondamentali della scrittura di rivelazione: se San Giovanni racconta la sua visione, la sua profezia, facendo uso di allegorie (i candelabri, i cavalieri, il numero della Bestia e così via), lo scrittore contemporaneo che tenta di misurarsi con un testo che parla della fine mette in atto un’opposizione che è antitetica a quella appena descritta: il suo testo non parla per allegorie; esso è un’allegoria, un accorgimento che supplisce all’evidente impossibilità di presentare, oggi come oggi, un testo come dettato direttamente dall’alito di dio. Ciò si porta dietro una serie di conseguenze dirette sulla forma dell’opera: la narrazione è infatti in prima persona (chi racconta di solito è un sopravvissuto al disastro) e al tempo presente (non essendoci un futuro possibile non si può narrare al passato, ma solo raccontare le vicende giorno per giorno come in una cronaca); soprattutto, scompare dalle possibilità narrative la figura cardine della letteratura di tutti i tempi: l’eroe, il cui statuto è per definizione sconvolto dagli eventi: se sono solo ad affrontare la desolazione, la fine di tutto, non ho nessuno da salvare e non ho sostanzialmente azioni da compiere che non siano quella di tentare di sopravvivere, non posso più essere un eroe nel senso più stretto e classico del termine, e il mio «sacrificio» non si compirà: in un certo senso, esso si è già compiuto quando la «cosa», di qualunque cosa si sia trattato, è accaduta. Io sono nudo, solo, e parlo in prima persona. Queste sono le prime e fondamentali caratteristiche del testo distopico. L’eroe/narratore diventa una sorta di «osservatore dello sfacelo», una figura calata fisicamente nella distruzione e che la descrive con toni diaristici, intervallando la pochezza delle azioni a riflessioni su quanto è accaduto e perché, e, in molti casi, al racconto del momento del cambio di stato. Il racconto distopico è la forma tardomoderna della tragedia, e lo è al massimo grado, in quanto in essa viene sacrificato l’uomo come genere, come specie. Questa nuova e terribile forma di tragedia è resa se possibile ancora più tragica dalla cancellazione del tratto tragico fondamentale, che è appunto l’eroe: il personaggio/uomo, spolpato della sua dimensione sociale, economica, affettivo/sessuale, e privato soprattutto della possibilità di futuro, diventa semplicemente un registratore di fatti e di sensazioni limite, un individuo cavo il cui obiettivo è la sopravvivenza e – se possibile – la rigenerazione, la concordanza con le nuove coordinate che la catastrofe impone. In questo magma desolato, la degenerazione e la distruzione obbligano inoltre a guardare retrospettivamente l’umanità, giudicandone gli atti e le credenze – e pertanto il personaggio diventa la bandiera con cui l’autore mette sulla pagina la sua idea di mondo e il suo avvertimento all’umanità tutta.
La Dissipatio è la cronaca di un dopo: il protagonista – di cui non ci viene rivelato il nome – di questo grande romanzo degli anni Settanta  è un “fobantropo” che prima dell’inizio del libro fallisce il tentativo di suicidarsi e torna nel mondo degli odiati uomini, riemergendo suo malgrado da quel «Lago della Solitudine» dove aveva tentato di farla finita. C’è un problema: non c’è più nessuno. All’improvviso, senza che niente ci venga detto di quello che può essere successo, Crisopoli e il mondo sono svuotati della presenza umana. Rimangono, a memoria di “loro” (cioè noi), quei relitti fonico-visivi che tengono compagnia al narratore nell’attacco, e i resti architettonici della specie – letteralmente evaporata dal mondo. Le successive 150, densissime pagine, sono la cronaca asciutta e parasaggistica della vita del narratore, divisa tra ricordi del mondo passato e delle (poche) persone da lui conosciute, divagazioni tra il filosofico e lo psicanalitico in cui il narratore fa il punto sulla propria fobantropia, l’isterismo, l’ipocondria, l’incapacità sociale e in definitiva il distacco totale dal mondo degli uomini che l’ha sempre contraddistinto (efficace metafora dell’isolamento in cui per tutta la vita visse Morselli stesso), note morali, riferimenti biblici (ovviamente l’Apocalisse, ma anche l’Esodo e Giosafat), e tentativi spesso involontariamente comici di spiegare l’accaduto: il genere umano è evaporato a causa della Bomba S (Spopolamento), della Bomba R (Rarefazione), della Bomba X (Operazione Pulizia). Egli è solo, ma in realtà la sua condizione di solitudine non è cambiata rispetto a prima, anzi: in molti passi, il narratore si compiace di quell’inattualità che l’ha tenuto distante dalla specie e che in definitiva – nella sua civetteria – è la causa della sua sopravvivenza: è evidente, per lui, che non poteva essere incluso nella dissipatio, perché egli odiava gli uomini e li teneva lontani: socialmente, economicamente, psicologicamente e intellettualmente egli ha infatti sempre pensato a se stesso come a un non-uomo, e come tale è sopravvissuto alla catastrofe. La dipartita del genere umano in quanto tale è vissuta come uno «scorporamento» di specie: il mondo degli uomini era un mondo «tutto corpo» completamente avviluppato nel materialismo più gretto e volgare. Oggi l’uomo è finalmente diventato immateriale. Il protagonista si è salvato in quanto «inattuale» e asociale:

«A livelli sia pure superiori al mio, il pensiero è stato quasi sempre solitario, fine a se stesso, asociale. Secreto da monadi senza finestre, o che non si curavano di mettersi alla finestra. L’idolatria della comunicazione era un vizio recente. E la società, dopotutto, era semplicemente una cattiva abitudine».

La terra in cui il narratore di Morselli si muove, però, non è una waste land: man mano che il romanzo avanza, prende prepotentemente corpo un mondo «altro», un mondo vissuto come parallelo e alternativo a quello degli uomini: la natura – una natura rigogliosa e leopardiana – si riappropria velocemente degli spazi, riveste di sé e dei suoi suoni il mondo disabitato dagli uomini – vero fattore «inquinante», che ora è venuto meno:

«Me ne sto a guardare, dalla panchina di un viale, la vita che in questa strana eternità si prepara sotto i miei occhi. L’aria è lucida, di un’umidità compatta. Rivoli d’acqua piovana (…) confluiscono nel viale, e hanno steso sull’asfalto, giorno dopo giorno, uno strato leggero di terriccio. Poco più d’un velo, eppure qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. Il Mercato dei Mercati si cambierà in campagna. Con i ranuncoli, la cicoria in fiore».

Queste sono, in pratica, le parole con cui si chiude la Dissipatio. Con la cicoria. Il mondo per come lo conosce il protagonista non è mai stato tanto vivo, tanto rigoglioso. L’uomo, in esso, non era che un «incidente» catapultatosi sulla terra per distruggerla e sfiancarla, e ora che non c’è più, con una gioia che è quasi panteista il narratore può guardare le altre manifestazioni della vita – finora relegate in provincia – prendere possesso del mondo. L’evoluzione umana, del resto, dice Morselli, non aveva altro fine che la fine.
Mi chiedo perché, spesso, l’aftermath in letteratura abbia una matrice conservatrice: penso ad esempio alle post-apocalissi di McCarthy, a quelle di Ballard e di Burgess. Sembra che il genere distopico, per poter essere innescato, abbia bisogno di un assunto di partenza anti-progressista. La tecnologia, il rapporto con il nuovo e con gli effetti che questo nuovo possono avere sulla vita dell’uomo e del mondo, sono quasi sempre il punto d’innesco di questi meravigliosi incubi futuribili, che colloco a metà strada tra la fantascienza e l’apologo, il racconto morale e l’allegoria del presente. Il catastrofismo – che è esploso in Italia intorno agli anni Sessanta/Settanta, in piena disillusione post-boom e una volta assorbito l’urto della presa di coscienza della distruttibilità del mondo (questo mio pezzo inizia non a caso con un discorso intorno a un libro su Hiroshima), e che si è sviluppato attraverso opere capitali come Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, Il pianeta irritabile e Corporale di Paolo Volponi, La trilogia atomica di Carlo Cassola e per altre vie tramite il controverso La distruzione di Dante Virgili, ha ripreso oggi, in Italia e nel mondo, un vigore sorpendente: il già citato McCarthy, le distopie di Avoledo, certi incubi di Rushdie, di Vonnegut e di Saramago – solo per citare i casi più eclatanti.
Cosa fa paura del mondo di oggi? Cosa spinge molti scrittori a tentare la strada dell’allegoria post-apocalittica?
L’esplosione delle narrazioni distopiche è entro un certo margine figlia dell’incertezza: dopo il crollo del Muro, ma soprattutto dopo l’Undici settembre, cinema e letteratura hanno moltiplicato la produzione di opere di questo genere. Davanti alla catastrofe reale, davanti all’incertezza, ci si immagina un dopo – che giocoforza è sempre catastrofico o tende a questo. Il racconto del dopo porta all’estremo il senso di orrore, paura e instabilità e travalica i generi (l’horror, la fantascienza) per fornire un’allegoria delle cose che sia sufficientemente separata dalle cose da poterne essere uno specchio e una forma di giudizio. Aggiungo che non c’è quasi mai, in questa forma narrativa, una possibilità di redenzione e di salvezza – e questa è un’ulteriore forma di distacco dal testo primo di riferimento, quello di San Giovanni.
Torno brevemente all’anti-progressismo che spesso ingravida questo tipo di narrazioni. La paura del tecnologico, oggi come oggi, ne è il motivo scatenante: quello che per Morselli era un principio «inquinante» – l’uomo e il suo materialismo – è oggi la radice della catastrofe: ne La strada, Cormac McCarthy non nomina mai direttamente la causa della Fine, ma in un paio di passaggi lo scrittore fa riferimento en passant a qualcosa che ha a che fare con il nucleare, con le radiazioni; è una tecnologia di assoggettamento quella che spazza via la democrazia e gran parte dell’umanità ne La ragazza di Vajont di Tullio Avoledo; è il lavaggio del cervello fatto da una setta ipertecnologica che apre la strada a un nuovo medioevo quello che Houellebecq mette in scena ne La possibilità di un’isola. In qualche modo, l’uomo distrugge sempre l’uomo, nel racconto distopico. Mi viene da scrivere che l’uomo non si fida di sé e «si fa paura»: non conosce e teme le possibili conseguenze cui le sue capacità scientifiche, tecnologiche e per così dire dis-umane possono portare.

Dopo l’uomo – la fine è sempre un inizio (Roberto Marchesini, Post-human – verso nuovi modelli d’esistenza)

È un discorso vecchio. Ho di recente letto, per la verità senza apprezzarlo più di tanto, il famoso libello di Charles P. Snow Le due culture, fedele trascrizione di una conferenza tenuta dal fisico-narratore inglese nel 1959: in essa, per la prima volta nel Novecento, veniva posta la questione della netta separazione dei ruoli e dell’incomunicabilità totale tra gli ambiti scientifico e umanistico. Snow rileva sostanzialmente la barriera che separa scienziati e scrittori, ne mette a nudo la reciproca disistima e l’ignoranza dei concetti della controparte: come per uno scienziato è difficilissimo – dice Snow – leggere e capire Dickens, così per un letterato la seconda legge della termodinamica è e rimane un luogo oscuro. La cosa peggiore è che, in fondo, né allo scienziato interessa leggere Pickwick né al letterato avvicinarsi all’abc della fisica. Il libello di Snow è in realtà è un libro ingiudicabile, perché paga lo scotto di essere molto datato e ormai superato praticamente in tutto. Rimane inoltre un’analisi molto superficiale, anche se ebbe il merito indiscutibile di porre una questione capitale e di portare, in anni in cui qualche autore scopriva l’entropia e la inseriva in un discorso narrativo, la faccenda dei compartimenti stagni agli occhi del mondo. Oggi credo di poter dire che non è più così: l’elastico si è molto accorciato, la letteratura ha inglobato molti dei concetti della scienza (a volte rifiutandoli, come si diceva poco sopra a proposito della paura della tecnologia), e molti scienziati non si muovono più con goffaggine nei meandri dell’alfabeto.
Rimane molto viva un’altra contrapposizione, la dicotomia natura/cultura che è una coppia categoriale fondante in ambito occidentale, e che funziona come coppia oppositiva. Natura e cultura sono e continuano ad essere, nella percezione comune, due opposti. È da questo assunto evidente che prende le mosse Post-human, il libro di Roberto Marchesini – che è una sorta di enciclopedia epistemologica scritta per traghettare il lettore verso un’idea di umano che travalichi tutti quei comparti culturali in cui, per migliaia di anni, il pensiero occidentale si è mosso. Marchesini comincia sostenendo che la vecchia opposizione categoriale di cui sopra si fonda in realtà su un principio molto semplice: l’uomo come specie (e con «specie» si intende l’umano dal punto di vista sia antropologico che biologico) è un essere incompleto – o meglio: un essere che si percepisce come biologicamente insufficiente. Alla base dell’esplosione della «cultura», dice Marchesini – che è biologo ed epistemologo –, ci sarebbe la coscienza di una sorta di mancanza biologica, un’inferiorità rispetto alle altre specie che in qualche modo ha da essere colmata con la conoscenza e la separazione categoriale. Molto banalmente: l’uomo si rende conto di non saper né volare né stare sott’acqua e dunque inventa e costruisce aerei e sottomarini. In questo modo, con la tecnologia, da un lato l’uomo supplisce al proprio deficit biologico, dall’altro, bisogna invece rilevare che questo «paradigma dell’incompletezza» che porta alla cultura è anche un modo per separare l’umano dal resto, rendendolo qualcosa di diverso dalle altre specie in quanto «autocosciente» e in quanto in grado di operare una separazione netta con tutto ciò che è ritenuto naturale e in qualche modo primitivo. Inserirsi nella dicotomia natura/cultura è da sempre pensare l’uomo come un universo isolato, una sorta di monade e una particolare declinazione del creato. L’uomo è un essere singolare e autoreferente, posto assolutamente al centro del cosmo: la sua incompletezza e la sua imperfezione sono gli sproni all’edificazione della cultura – e dunque le cause del dominio umano sulla natura. In questa vecchia concezione c’è del platonismo, che solo apparentemente è rovesciato: l’idea di una «manchevolezza» biologica dell’uomo postula infatti un correlato di perfezione ideale, raggiungibile con lo sviluppo delle facoltà umane. L’uomo è una scimmia nuda priva di dotazioni naturali innate: la sua missione nel mondo è allora quella di crearsi tali dotazioni, in modo da poter raggiungere una completezza che è – a ben vedere – in netto contrasto con la teoria dell’evoluzionismo (per il quale l’uomo non è uno spazio cavo, un foglio bianco privo di qualità innate, ma una tappa dell’evoluzione nel senso biologico del termine). In questo senso, ogni tecnologia umana è una biotecnologia, perché perfeziona le possibilità performative del corpo umano, modifica l’ambiente dell’individuo e sposta leggermente più in là quella che Marchesini chiama la «pressione selettiva» sull’individuo stesso – rende cioè l’uomo un po’ più adatto all’ambiente che lo circonda: l’esempio più lampante è quello degli antibiotici, che suppliscono all’incapacità del corpo di creare antibiosi  e in qualche modo modificano la pressione selettiva: gli individui incapaci di produrre antibiosi non vengono cioè più selezionati per questa loro mancanza. Con gli antibiotici, l’uomo ha accettato quasi senza avvertirne l’urto, di ridisegnare la propria mappatura biologica, e ha accolto l’idea che delle sostanze possano modificare lo statuto del bìos con scopi curativi. In qualche modo, l’assunzione degli antibiotici da parte della specie è un modo di accogliere la mutazione.
Sostiene Marchesini che il nostro percepirci imperfetti è, oltre che platonico, anche una sorta di auto-incomprensione biologica: quella che noi chiamiamo imperfezione è in realtà «esorbitante presenza di prestazioni ibride e gran numero di organi e pattern comportamentali cooptati da altre funzioni a causa dei feedback culturali»; vale a dire che noi consideriamo imperfetto ciò che è in realtà un principio di apertura al mondo esterno, una (a volte involontaria) possibilità di accostamento e ibridazione costanti che sono la cifra bio-antropologica dell’uomo e, insieme, il nerbo del volume di Marchesini:

«L’umanità si è riempita (o è riempita) di strumenti, animali, simboli, macchine al punto che oggi spogliando l’uomo di tutto ciò sarebbe impossibile ritrovare in lui un pizzico di umanità. La protesi tecnologica determina cioè una sorta di esternalizzazione di funzione che permette di concentrare la pressione selettiva al di fuori del corpo per quanto concerne la funzione, all’interno del corpo per quanto concerne la capacità di ibridarsi con strumenti sempre più complessi e di perfezionare le funzioni ibride, quelle che emergono dal processo di meticciamento.
Il problema non è, dunque, quello di creare un sistema culturale che «perfezioni» biologicamente l’uomo; il sistema culturale va visto altresì come incarnato nella virtualità (intesa come potenzialità) biologica. Post-human è insomma un imponente saggio contro l’autoreferenza di specie: l’uomo è, in definitiva, la specie “anti-autarchica” per definizione, lo è nelle sue strutture biologiche, nei suoi tessuti e soprattutto – nonostante quello che professa – nei suoi apparati culturali. Sono infatti gli animali, semmai, ad avere relazioni di tipo intraspecifico, mentre la referenza del mammifero-uomo è sempre eteroclita: «Lo strumento e l’animale (…) forzano il sistema uomo a non chiudersi nascisisticamente all’interno della specie, ma a realizzare uno stato di non-equilibrio conoscitivo che rende l’uomo partecipe dell’universo». La cultura è un’espressione della natura, e l’eteroreferenza, anziché porsi come un principio che allontana l’uomo dalla natura e dal diverso, è in realtà il motore dell’avvicinamento con il non-umano.
C’è ne Il pianeta irritabile di Paolo Volponi un quinto personaggio – che si è soliti dimenticare – che segue i quattro protagonisti e li osserva a distanza: è l’imitatore del canto di tutti gli uccelli, vero e proprio personaggio-ponte tra l’uomo (che sta scomparendo) e gli animali; c’è, nella Dissipatio, la furia panteista del narratore, che gode della scomparsa dei suoi simili e del fatto che le forme viventi non umane stiano finalmente occupando gli spazi lasciati liberi dall’uomo, e la terra stia tornando a uno stato primigenio. Ci sono i selvaggi di Houllebecq, autentici uomini-bestia che girano in branchi, si accoppiano, si sbranano a vicenda e vivono cacciando con metodi animali. Ci sono i predoni-cannibali di McCarthy. Pare che, nell’immaginario post-apocalittico, l’uomo tornerà a farsi bestia, si spoglierà delle sembianze e dei comportamenti di specie per regredire verso una fase pre-umana, culturalmente prossima allo zero. In realtà, questo è tecnicamente un errore: la zoomimesi è infatti da sempre (oggi non meno che in passato) uno dei propulsori fondamentali del comportamento di specie, la vicinanza e l’ibridazione con il mondo degli uccelli e con quello degli altri mammiferi è una delle chiavi di volta per capire l’evoluzione culturale umana. Ancora oggi la posizione di un nido su un albero funziona come una sorta di bussola; la presenza di determinate specie in alcuni territori certifica la presenza dell’acqua; l’anatomia di certi animali ha suggerito e suggerisce la forma e l’utilizzo per armi, utensili, strutture, metafore per indicare parti del corpo (le «pinne del naso»). L’animale è un doppio culturale; la natura informa e indirizza la cultura. L’animale è una via di mediazione tecnologica, dalle città costruite sul modello degli alveari agli studi sul pollice opponibile ai marsupi dove infiliamo il portafogli quando andiamo in vacanza alla forma dei nostri aerei.
Dunque, qualunque sarà la fine, non torneremo ad essere animali, perché  siamo già imbevuti di animalità. Ho iniziato questo pezzo con il Diario di Hiroshima proprio per questo: volevo mostrare come davanti alla catastrofe – a un’apocalisse concreta, per così dire – la reazione del dottor Hachiya fosse stata la reazione di un uomo razionale, lucido, pieno di abnegazione e volontà. Non c’è abbrutimento né deriva culturale, nel libro del dottore: c’è un chiudersi sulle piccole cose, un cercare delle forme di sollievo, un eliminare l’inutile e il superfluo, e, soprattutto, c’è una volontà ferrea di ricostruzione e di ricominciamento. In questo senso, tutte le opere citate in seguito, dalla Dissipatio a La strada, si fondano su un fallimento e un’incomprensione: davanti all’ineluttabilità della fine, alla possibilità di una morte o di un cambio di specie, non è con la violenza o con la gioia che reagiremo, ma con una politica del fare e del sanare.
Dice Marchesini:

«Interpretare l’ibridazione tecnologica come allontanamento dal mondo animale, invece di considerarla un vero e proprio viaggio verso la teriosfera (…) non è solo un modo sbagliato di interpretare la cultura, ma è estremamente pericoloso perché ridà forza al progetto platonico, fondato sull’esclusione, il rifiuto della diversità, sull’utilizzo pregiudiziale e antinomico della realtà»

Secondo l’autore di Post-human quello che il futuro ci riserva è l’esatto contrario: l’ibridazione tecnologica è un principio di contiguità con la natura e le sue forme, è il veicolo attraverso cui l’uomo costruisce la propria natura e si avvicina ad essa. Perché? Perché l’uomo sta facendo con la tecnologia quello che ha fatto per secoli con il mondo animale: la usa per completarsi, per proiettare se stesso e i propri bisogni sul mondo esterno. Lo stretto legame vigente, tra l’altro, tra le forme animali e quelle tecnologiche sono più di un segnale di continuità. In un certo senso, l’uomo usa il computer come usava (e usa) i buoi che tirano l’aratro. Teriomorfismo e macchinomorfismo sono un principio di vicinanza, di aderenza tra l’uomo e il mondo, e non sono che le due facce della stessa medaglia culturale: attraverso entrambe, l’uomo cerca l’altro, e attraverso l’alterità definisce la propria natura di animale culturale.
Ma dove si arriverà?
Per Marchesini è chiaro che nel XXI secolo l’eugenetica lascerà il posto alla plutifenetica, all’abbandono dell’integrità biologica a favore di una contiguità con le altre specie, animali o tecnologiche. Il nuovo concetto di armonia sarà molto lontano da quello che ci ha tramandato la Grecia classica: alla staticità e alla semplificazione elleniche si sostituirà un’idea di armonia che è caos ordinato e ibridazione, perenne possibilità di cambiamento, dissipazione e mutazione. L’umanità scoprirà finalmente di essere asimmetrica e ne farà un valore, accogliendo dentro di sé l’alterità irredimibile del mondo.
Bisogna a questo punto operare una distinzione tra due correnti fondamentali, l’iperumanesimo e il post-umanesimo: il primo, dominante a tutt’oggi, è un movimento che vede nella tecnoscienza la proiezione dell’uomo, l’esaltazione tecnologica dell’Io; il secondo, assegna alla tecnologia il ruolo di emendatore dell’antropocentrismo in favore dell’eteroreferenzialità, partendo dal concetto di fallibilismo o di dominio di validità della performance di specie e negando la natura autarchica della cultura umana. Il saggio di Marchesini si chiude con una considerazione che in qualche modo ridelinea i concetti espressi nelle Due culture di Snow: l’autore dice che, in definitiva, gli ultimi decenni del XX secolo hanno visto proliferare il partito dei paladini del tecnologico e quello di chi vede nel progresso tecnologico una possibile deriva di specie, e pare che il massiccio ritorno di testi a carattere escatologico ne sia una prova sufficientemente convincente.

L’uomo che verrà (Aldo Schiavone, Storia e destino)

La chiusa – il Che fare? – è che c’è bisogno di pensarsi all’interno di un nuovo ordine. Questo ordine che va via via definendosi è un ordine tecnologico, governato dall’informatica (con l’intelligenza artificiale e i computer quantistici) e, appunto, dalla biologia, con il controllo e la possibilità di replicare i meccanismi evolutivi dei viventi. O meglio: è e dovrebbe essere un ordine fondato sulla consapevolezza della necessità di una commistione di campi e di esperienze, un’ apertura e un’ibridazione. La strada intrapresa dalla biologia è evidentemente quella del salto di specie, della compenetrazione tra l’umano e il non umano (non voglio entrare nel merito delle teorie iperumaniste o transumaniste o specificamente post-umaniste, perché non sono il mio campo di competenza – e in ogni caso viviamo in anni in cui queste modalità di pensiero stanno ponendo le proprie basi. Non è facile – per chi come me non è specialista – commentare in maniera intelligente queste prospettive, gioiose o distruttive che siano: quello che voglio fare è solo attestare, per così dire certificare la possibilità di questo salto e di questa mutazione, e provare a posizionarmi all’interno di essi).
Sostiene Aldo Schiavone che quando questo avverrà, quando saremo nel pieno di quel salto di specie in cui abbiamo già messo un piede, la dimensione «naturale» sarà andata perduta a favore di quella «culturale». Sappiamo da Marchesini che questo non è del tutto vero, perché in realtà, se le previsioni del biologo sono esatte, non avrà più senso operare questa distinzione, che sarà superata da una forma di sintesi post-umana. Noi dobbiamo attrezzarci, dobbiamo farci entrare sottopelle, per così dire, i diktat della scienza e del progresso, perché dobbiamo farci trovare pronti quando tutte queste fantasticherie da biologi non saranno più delle semplici prospettive (e per molti versi non lo sono più già adesso) ma delle occasioni concrete e delle tappe evolutive. Con la tecnica faremo concorrenza alla selezione naturale e abbatteremo definitivamente il confine tra naturale e artificiale.
Addirittura, nel suo piccolo libro, Schiavone arriva a dire:

«Credo che la generazione a cui appartengo e quella dei suoi figli saranno fra le ultime a fare i conti con l’esperienza della morte, almeno nei termini in cui la nostra specie l’ha incontrata finora (…) Fin dove spingere la propria vita (…) diventerà probabilmente una scelta soggettiva, in rapporto ai costi sociali della sua durata (…)»

Anche Marchesini dedica un capitolo a questo argomento, e lo intitola Diventare immortali, mettendo in scena l’antico sogno prometeico dell’eternità raggiunta. Ciò, naturalmente, non sarà forse mai del tutto possibile, ma è pur vero che, con l’evoluzione delle conoscenze in campo medico – di cui oggi abbiamo le basi teoriche – è verosimile che nel giro di qualche generazione arrivare a 120/150 anni non sarà più fantascientifico. Si sta già lavorando sui telomeri, frammenti periodici di DNA che incappucciano i cromosomi: ogni volta che la cellula si divide, i telomeri si accorciano; esiste una «lunghezza limite» oltre la quale l’attività replicativa del telomero – e della cellula che vi si nasconde – cessa. Ma se si stimola un particolare enzima, la telomerasi, si può prolungare indefinitamente la coltura cellulare, e prolungare la vita della cellula. La medicina sta già lavorando su ipotesi come questa, e non è poi tanto fantascientifico pensare che, come un secolo fa arrivare a 80 era quasi sempre un miraggio, domani sarà una sconfitta un’aspettativa di vita inferiore al secolo.
Da questa prospettiva non si torna indietro, e l’unica soluzione è l’adeguamento. Dobbiamo attrezzarci all’ibridazione e alla possibilità di un’immortalità medico-tecnologica. Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, di un’etica della trasformazione e non della conservazione: l’orizzonte è più ampio di quello che pensiamo; dobbiamo renderci conto che stiamo per superare la specie, liberandoci dalla «prigionia» della naturalità evolutiva, e dobbiamo essere in grado di fronteggiare questa nuova prospettiva. Questa è la fine dell’uomo per come lo conosciamo, e ne è un nuovo inizio, che dobbiamo esercitarsi a conoscere.