Peredelkino

Ritrovo questo pezzo, che credo di aver scritto una quindicina di anni fa. Eravamo andati a Peredelkino a trovare Pasternak, che da molti anni non vi abitava più.

A Peredelkino ci siamo andati in giornata. Basta prendere un trenino suburbano da non mi ricordo quale stazione di Mosca, infilarsi nella steppa bagnata e percorrerla per circa un’ora seduti su quelle panche di legno marcescente, immersi nell’odore di Russia, quell’odore che ti rimane appiccicato per giorni anche dopo il rientro in Italia, il sudore, la terra, il tabacco scadente, il freddo, la neve, il fango sotto le scarpe, i denti d’oro o di latta, le enormi signore della steppa piene di borse e di vestiti e di figli e di cose da chiedere, da raccontare, piene di fiori. Il treno passa in mezzo al niente, lo taglia, percorre chilometri e chilometri di campi sterminati, deserti, ogni tanto una piccola costruzione in legno, un orto con la recinzione completamente distrutta, putrescente, le barbabietole, lunghe strade di fango e di sassi, e il grigio, e il marrone. A volte si fanno soste incomprensibili in mezzo alla steppa. Non c’è stazione, non c’è un cartello. Il treno rimane immobile per qualche minuto nel nulla, tra gli alberi nella boscaglia; dalla folla si stacca qualcuno, raccatta le sue cose dal pavimento, chiede permesso, fa spostare i fumatori dai predellini, gli ubriachi con i denti marci, si carica sulle spalle le sue grandi buste o le ceste che si è portato da Mosca, e scende, si tuffa tra le betulle, prende dei sentieri invisibili e si lascia risucchiare dalla terra russa. Vanno a casa.

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La sofferenza della Polonia IV

Varsavia-Łodz-Varsavia
La seconda città, per grandezza, della Polonia. La “Manchester polacca”. L’esatto centro, l’ombelico produttivo della nazione. L’emblema della crisi. La città dal nome più sorprendente, più innominabile, più illeggibile. Łodz. Woodge. Ci arriviamo senza voglia, quasi, perché sappiamo di trovarci poco e di doverci fermare soltanto un pomeriggio, senza avere la possibilità di provare a capirci qualcosa. Arriviamo in una stazione prebellica, scrostata, con un piazzale per la sosta dei pullman ampio e ingrigito, sormontato dal cubo azzurro di un edificio delle poste diroccato, rifiutato. Sembra la stazione di Vladimir. In lontananza, sopra un fatiscente palazzo di vetro, la scritta Dom kul’tury. Appiccicato a una colonna, un manifesto invita gli studenti a partecipare a dei tour estivi di vacanza: si parte con l’autobus dalla stazione di Łodz, si arriva in Grecia, in Croazia, in Crimea, al Lido Adriano, in provincia di Ravenna. Ci fermiamo un attimo nel parco fuori dalla stazione, abbiamo fame, ma prima vogliamo visitare l’unica chiesa ortodossa della città. La troviamo chiusa, come la maggior parte delle chiese ortodosse di stanza in Polonia. Troviamo una specie di caffè sulla via che porta alla strada principale del centro. Attraversiamo la strada, schivando gli innumerevoli rickshaw, che qui non sono idioti richiami per turisti (dato che di turisti non ce ne sono), ma un mezzo che gli abitanti usano di frequente per andare da una parte all’altra della lunga via principale. Entriamo, l’arredamento dà la sensazione di essere capitati in un locale dei tempi della secessione. Davide ci dice che quello, per i polacchi, è lo stile monarchico. Ah, capitiamo bene. Il menu è piuttosto vario e non proprio nazionale: ci sono delle autentiche perle, come la “trippa dell’Oltrednepr’” o gli “involtini di piccione alla maniera di Vitebsk”. Prendiamo qualcosa al volo, lo consumiamo e ci buttiamo all’esterno. Continue reading “La sofferenza della Polonia IV”