I repertori dei matti

 

Si tratta di una recensione dei Repertori dei matti della città di…, curati da Paolo Nori per Marcos y Marcos: una sua versione leggermente accorciata è sull’Indice dei libri di questo mese

“Tranne me e te, il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano”: lo diceva, nelle Opere complete di Learco Pignagnoli, Daniele Benati, con cui il Paolo Nori scrittore ha qualche grado di parentela e nei cui confronti, forse, ha anche qualche debito, se è vero che due delle ultime cose che Nori ha prodotto per Marcos y Marcos sono una collana, che si chiama appunto “Il mondo è pieno di gente strana”, e questi volumetti di cui parleremo a breve. Nella collana che cura, Nori si occupa di biografie di personaggi del mondo della letteratura di cui chiede agli autori di indagare le stranezze, le bizzarrie; la collana ha finora dato vita a due libri: Il medico, la moglie, l’amante, in cui il grande slavista Fausto Malcovati ripercorre le tappe della carriera di Anton Čechov, e Sono socievole fino all’eccesso, una vita di Montaigne ricostruita da Ugo Cornia. In parallelo, e sempre in veste di curatore e, per così dire, di ispiratore, Nori pubblica questi repertori dei matti di varie città italiane sulla falsariga di un altro Repertorio, quello dei pazzi della città di Palermo che compilò Roberto Alajmo nel 1994. Un libro per città – finora siamo a quattro, ma già nell’introduzione al progetto che Nori fa all’inizio di ciascuna pubblicazione se ne annunciano altri.
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Stati di grazia

Questa recensione di Stati di grazia di Davide Orecchio (Il Saggiatore) è uscita sull’Indice di questo mese.

Le sei “biografie infedeli” che componevano Città distrutte, il libro con cui Davide Orecchio aveva esordito due anni fa, avevano fatto capire che era nato in Italia uno scrittore dalla voce originale e potente: quella splendida raccolta di racconti era valsa a Orecchio qualche premio prestigioso (Mondello, SuperMondello e Volponi), il plauso pressoché unanime della critica e un senso d’attesa nei lettori per il prossimo libro. Sotto il magistero di Borges e W.G. Sebald, in Città distrutte si raccontavano le vite immaginate di sei personaggi messi di fronte ai grandi snodi della Storia del Novecento: erano storie di esili, povertà ed emigrazione che si intrecciavano con i momenti e i luoghi capitali del secolo breve come il fascismo, l’Unione Sovietica, l’Argentina dei desaparecidos. Basato su fonti d’archivio – e dunque figlio di un grande lavoro di documentazione – il libro letteralmente inventava delle vite paradigmatiche e le faceva raccontare da un autore che si fingeva il loro biografo. Continua a leggere “Stati di grazia”

L’arcangelo caduto

Si tratta della recensione di L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy di Paolo Maurensig che ho scritto per L’Indice di questo mese. In sostanza, si tratta di un libro fallito. È uno dei rarissimi libri mainstream che mi è capitato di leggere nella vita: l’ho letto con fatica e disamore, senza mai entrarci nonostante le premesse (la biografia di un genio degli scacchi) fossero più che interessanti. Qui, però, non c’è vita: non c’è lingua, non ci sono discese negli abissi, non ci sono visione né guizzi, e non c’è infine un sottotesto, un qualcos’altro che renda il libro degno di essere letto. Tutto, benché scorrevole, è piatto: è raccontato come ci si racconta un aneddoto all’angolo della strada. Da tempo mi interessa questo possibile livello del discorso – che non ha a che fare soltanto con il talento dell’autore: perché un libro mainstream, con il suo affastellarsi di eventi, la sua trama ben congegnata, il suo puntare alla pancia e all’emotività del lettore mi annoia e mi fa continuamente desiderare che il libro in questione finisca? Perché per me la leggerezza è pesantezza? Queste domande (e le relative risposte, che in ogni caso non ho) nella recensione non ci sono, ma come ho detto si tratta di un aspetto della lettura che mi piacerebbe approfondire e su cui non escludo, un giorno, di tornare.

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Una bestemmia

ferracuti

è la recensione che ho fatto per “L’indice” di questo mese sullo splendido Il costo della vita di Angelo Ferracuti.

«Morire quando si è in mezzo al mare fa parte dei rischi del nostro mestiere. Ma morire qua, su una nave in secca, è una bestemmia». Così dice, a un certo punto di Il costo della vita, un vecchio marinaio a una giornalista dell’Unità che si è fiondata al porto di Ravenna in seguito a una delle più grandi tragedie operaie del dopoguerra italiano: la morte per asfissia di 13 persone nella pancia di una delle più grandi navi gasiere della nostra storia recente, la Elisabetta Montanari. Ed è di questa bestemmia che parla Angelo Ferracuti, ricostruendo i fatti di quel 13 marzo 1987 e andando ben oltre, in un libro bellissimo che è insieme reportage, indagine sociologica, romanzo sui generis e operazione di recupero di un episodio messo da parte troppo in fretta dalla memoria collettiva. Ferracuti ricostruisce la tragedia (che qualcuno, nel libro, definisce «strage») grazie a un lungo lavoro – che in parte ci viene raccontato per così dire in diretta – di ricerca negli archivi dei quotidiani e nelle sedi sindacali e, soprattutto, attraverso alcune delicate interviste ai parenti delle vittime e a chi, per lavoro, si trovava nel porto di Ravenna quel 13 marzo. Così, accanto alle vite private degli scomparsi, troviamo il ritratto di una comunità e di una società che, nel 1987, ha scoperto sulla propria pelle l’anima nera di un sistema, quello portuale, che oggi è in decadenza ma che allora era uno dei motori di quella che viene definita «una città di mare senza mare, dove lo specchio d’acqua non si vede». Ed è questo, mi pare, il perno attorno cui ruota Il costo della vita: l’incidente del 13 marzo è figlio della mancanza di un adeguato sistema di sicurezza (nelle stive non c’erano, per esempio, gli estintori) e, soprattutto, di una modalità di reclutamento al lavoro che infilava nei budelli più profondi delle navi un personale non sempre qualificato, recuperato la sera nei bar del porto e mandato a morire la mattina senza nessuna tutela. È qui che la storia della Mecnavi svela la propria attualità: si può leggere infatti Il costo della vita come un libro che porta alla luce le origini lontane – e tragiche – del precariato, del lavoro nero o “in affitto” che oggi informa la nostra vita quotidiana. Col il sistema del caporalato, la Mecnavi e le società affini reclutavano immigrati, sbandati, disoccupati che giravano per il porto in attesa che un “caporale” li chiamasse per lavorare sulle navi. La concorrenza spietata (in un sistema che era, dal punto di vista dei guadagni, allo zenit), la scarsità dei controlli e l’assenza quasi totale dei sindacati – che venivano tenuti fuori dai cancelli dagli imprenditori e che non riuscivano a far fronte all’ondata di lavoro nero – sono le concause dell’incendio dell’Elisabetta Montanari e la prima ragione per cui non si riuscì, nonostante gli sforzi, a estrarre un corpo vivo dalle stive. Chi, come il giovane Fabrizio Freddi, denunciò questo sistema in un’intervista, fu trovato morto «per overdose» (lui che non si drogava) nel luglio del 1987.

Ferracuti, nella sua indagine, cerca e incontra il cardinale Ersilio Tonini, di cui la città ricorda ancora oggi la furibonda omelia ai funerali delle vittime; fornisce soprattutto un ritratto, spietato e lucidissimo, di Enzo Arienti, fondatore della Mecnavi: non riesce a parlare con lui – che nel frattempo è entrato e uscito di galera, ha fatto vari fallimenti e si è trasferito prima a Napoli poi in Molise – e tuttavia ne restituisce i tratti fondamentali grazie al supporto di giornalisti e lavoratori che lo incontrarono. È l’imprenditore italiano medio: nato povero, ignorante, votato solo al profitto e non interessato al rispetto delle regole, Arienti è un provinciale “che ce l’ha fatta” e una figura tragica e grottesca al tempo stesso. Per anni, dopo la tragedia, sosterrà l’ipotesi dell’errore umano e che «I sindacati non li voglio. In questa azienda non li ho voluti e spero che non ci siano nemmeno per il futuro». È insomma uno dei grandi promotori di quel «mercato nero della merce uomo» di cui si è accennato poco sopra. Anche il ritratto di Arienti, a pensarci bene, dice molto dell’Italia di oggi: «La storia italiana» scrive infatti Ferracuti «ci racconta che c’è sempre l’ossessione di un uomo dietro una vicenda collettiva».

Ma Il costo della vita è anche altro: è una riflessione, fatta in progress, sul lavoro del reportage. Ferracuti mette se stesso quasi costantemente sulla scena, raccontando i propri imbarazzi nello stare al telefono con i parenti delle vittime, svelando le tappe di avvicinamento al libro e regalandoci, per esempio, un gustoso e drammatico capitolo, l’ultimo, in cui lui e la moglie volano al Cairo per incontrare il nipote di un ragazzo egiziano rimasto ucciso sulla nave. Cita costantemente i propri autori di riferimento: Volponi, Isherwood, Orwell – di cui ricorda le quattro ragioni dello scrivere, che sono anche sue: semplice egoismo, entusiasmo estetico, impulso storico e scopo politico. Ne viene insomma un libro che parla anche della fatica, del dolore e della bellezza dello scrivere: leggiamo Il costo della vita e veniamo a sapere anche cosa ha significato per il suo autore fare le ricerche e da quale punto di vista politico e intellettuale Ferracuti sta raccontando. E diventiamo infine coscienti, insieme a Walser, che «Lo scrittore non sa tutto. Sa qualcosa di tutto, e intuisce delle cose che nemmeno l’imperatore in persona si immagina».

I conti con il padre

Quella che segue è una recensione di Geologia di un padre, lo strano oggetto letterario che Valerio Magrelli ha da poco pubblicato per Einaudi. L’ho scritta per L’Indice.

magrelliSi vede che a un certo punto bisogna fare i conti col padre. Li aveva fatti circa un anno fa Edoardo Albinati in Vita e morte di un ingegnere, sobrio quanto potente resoconto (scritto nel 1991 ma pubblicato solo ora) di una malattia e di una dipartita redatto a ridosso della scomparsa del genitore e li fa ora, in modo diverso e difficilmente classificabile, Valerio Magrelli con questa Geologia per il padre Giacinto. Diviso in 83 capitoli (ma sarebbe meglio dire frammenti, e su questo torneremo) che corrispondono agli anni che Giacinto aveva al momento della morte, avvenuta nel 2004, il libro è figlio di una disordinata messe di appunti che Magrelli ha raccolto intorno alla figura paterna nella decina d’anni che separano il momento della morte da questa pubblicazione. Introdotta da una serie di disegni autografi di Giacinto, che hanno il vago respiro del mito, e chiusa da una breve silloge di poesie del figlio, questa Geologia prova a mettere ordine nel mucchio di fogli sparsi, di rimandi e memorie fulminanti che hanno caratterizzato l’elaborazione del lutto e la memoria di chi non c’è più. E lo fa non solo attraverso ricordi personali, considerazioni sparse, episodi dell’infanzia dell’autore e della vecchiaia del padre-personaggio, ma anche attraverso citazioni di altri, da Testori a Hugo, da Breton a Stevenson. Ne viene un ritratto dai toni ora accesi ora sommessi ed elegiaci, da cui emerge, anzitutto, la figura ingombrante di un genitore amato e insieme temuto: disordinato, talentuoso, a tratti arruffone, melomane dilettante, Giacinto è stato per Valerio – e per certi versi lo è ancora – una sorta di zenit, una figura di riferimento che Magrelli figlio è stato capace di avvicinare completamente solo a partire dal momento in cui un ictus lo ha reso docile, meno iroso e schermato: «Se mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione, non è, ritengo, per morbosità. […] il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto» scrive infatti Valerio nel frammento 44. Ed è proprio questa fragilità che umanizza e avvicina una figura enigmatica, capace di estrema dolcezza e di improvvise virate in territori bruschi, inospitali, che tengono chiunque gli sia accanto alla debita distanza.

Tutto il libro è giocato, oltre che sul filo del ricordo famigliare, sul tema del confronto tra i due Magrelli: «Il suo ultimo compleanno. Piange ripetendo: “Guarda come mi sono ridotto!” – perché il linguaggio era ormai a brandelli. In compenso, tre anni prima, lo aveva festeggiato davanti a amici e parenti con un discorso che si concludeva così: “Io sono pieno d’odio per il mondo”. Ecco da cosa sto scappando. Ormai sono contagiato, lo so bene, ma non voglio ripetere il suo errore, e soprattutto non voglio trasmetterlo ai miei figli». Eppure, quello che potrebbe essere il solito libro di ricordi sul padre, con la descrizione dei conflitti e delle distanze, è ben altro: è un’archeologia, in senso, verrebbe da dire, sia foucaultiano che letterale, dei rapporti umani e famigliari, dell’origine e l’evoluzione di un affetto che si fa via via origine ed evoluzione del mondo. La morte di Giacinto è infatti, da una parte, l’occasione per il figlio (che è padre a sua volta) di aprire l’album dei ricordi e di avviare un’indagine (mi si passi il termine) sulla storia genealogica del suo ceppo famigliare, ricostruendone per quanto possibile, anche attraverso i nomi dei propri antenati e parenti, la storia e le connessioni; dall’altra, e qui in qualche modo si spiega il perché della geologia del titolo, Magrelli, attraverso la ricerca, in Ciociaria, delle proprie origini, collega l’esistenza del padre, il suo essere lontano e inarrivabile, con i resti millenari di un uomo – l’uomo di Pofi – la cui identità ci viene svelata subito, in epigrafe: «[…] potrebbe toccare proprio a Pofi di dare un contributo decisivo alla migliore conoscenza dei caratteri morfologici [corsivo nostro] dei tipi umani vissuti prima dei neandertaliani […]». Giacinto è dunque un pre-uomo, colui che c’è sempre stato: ogni padre non è che il Primo Uomo per un figlio, ed è in questo solco che l’operazione di scavo (di nuovo l’archeologia, di nuovo la geologia) operata dai frammenti del libro va alla ricerca del segreto che la morte del genitore ha portato con sé ma, allo stesso tempo, ha contribuito a far comprendere: «Eccolo, l’Uomo di Pofi: era mio padre! È lui che sto cercando, mentre mi limito a studiare da lontano la sua culla preistorica. È nella notte della mia infanzia, tra 400,000 e 300,000 anni fa, che si annida il mio diretto progenitore, con armi, vasellame, ossa, rituali. L’Uomo di Pofi, ossia il POFANTROPO!». E ancora: «Che c’entro, io, con quell’uomo depresso, Giove furente, Saturno pofantropico? […]. È proprio come se il mio amore per lui avesse a che fare con un’origine remota, con una differenza insanabile».

Questo, in termini generali, mi pare il senso di Geologia di un padre. All’archeologia, come dicevo, si accompagna anche una linea tematica più semplice e mappata: perché il pofantropo malato è un uomo che si mostra sempre più debole, che si spegne e che, per la prima volta, ha bisogno dell’aiuto del figlio. Questa debolezza – che Giacinto rifiuta e combatte finché può – offre il destro a Magrelli per ripensare i momenti della loro vita in comune in cui la cattedrale delle certezze rappresentata dal padre ha cominciato a scricchiolare: penso all’episodio, per esempio, in cui il padre si vergogna davanti a un collega perché deve fingere di conoscere l’inglese; ma penso soprattutto alla considerazione che apre il frammento 67: «Uno dei grandi dolori che dovetti affrontare, fu quando compresi di averlo superato, nei gusti, nelle competenze, nelle informazioni. È la cosa più bella che possa accadere a un genitore o a un maestro, certo, ed egli sapeva apprezzarla. Però, almeno all’inizio, […] non c’era più nessuno a ripararmi, adesso ero io a dovermi prendere cura di qualcuno». Il padre diventa figlio, in qualche modo, e Magrelli l’aveva già capito nel frammento 16, quando scriveva: «Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato».

Un’ultima considerazione sulla Nota che chiude il volume. Magrelli scrive che la Geologia costituisce l’ultimo movimento di una quadrilogia iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne: secondo una pratica sperimentata di riscrittura (di cui ci sono esempi anche all’interno del testo), il libro riprende e recupera brani degli altri movimenti e li rimette in moto inserendoli in un nuovo contesto. È un processo che l’autore chiama di autotrasfusione: ogni romanzo di Magrelli è dunque in qualche modo figlio del precedente, e lo è fino alla trasposizione di interi passaggi. Non sono molti i libri italiani la cui forma è, in qualche modo, lo specchio del contenuto: la Geologia è la storia di una filiazione, di un rapporto profondo che, una volta spezzato, viene ricostruito fino all’origine; la forma e la struttura con cui questo tema viene sviluppato sono a loro volta figlie di tutto ciò che Magrelli ha scritto e pensato e pubblicato prima del suo ultimo libro: a livello di stile c’è dunque, in tutta l’opera di Magrelli, una continuità estrema, una sorta di paternità circolare di cui, giustamente, Geologia di un padre viene segnalato come il punto culminante.

 

Il Luna Park per lettori forti

Murakami Haruki è un autore di cui ho letto pochissimo: mi pare però che l’unico tra i suoi libri che valga davvero la pena leggere sia Underground, lo splendido «racconto a più voci dell’attentato alla metropolitana di Tokyo». Per quando riguarda, invece, uno dei suoi libri più celebrati, Kafka sulla spiaggia, sono andato a recuperare un appunto che avevo preso in corso di lettura. L’appunto dice:

«Bello ma freddo: ogni pagina è calcolata, ogni incastro, ogni visione è una visione razionale e razionalmente pianificata. Scritto con la logica di un meccanismo, difetta di passione e di vita. Non c’è dolore ma rappresentazione del dolore, non c’è vera immaginazione ma equazioni immaginifiche».

Per questo non ho letto e non leggerò 1Q84 – di cui, tra l’altro, non capisco la serialità: perché far uscire due libri a distanza di un anno? Alla fine si tratta di un totale di otto o novecento pagine, non della Recherche! Mi puzza di trovata di marketing, qualcosa che mira a fidelizzare il lettore come una serie tv.

Fino a ieri, però, l’unica motivazione che avrei dato per giustificare la distanza che mi separa da Murakami è quella dell’appunto. Da ieri ne ho un’altra, che non è mia e che riporto (i corsivi sono miei):

«Ora che lo si può leggere tutto anche in italiano, questo romanzo conferma il suo alto grado di leggibilità ma anche la sua natura di prodotto professionale, di alto artigianato se non addirittura di industria internazionale, scritto senza altra ragione che quella, rispettabilissima, di confezionare un bestseller da vendere a tutto il mondo. […] Tutto è impeccabile, come l’arredamento copiato da una rivista di moda, ma niente è davvero vivo e appropriato fino in fondo. Per altro, non è solo una caratteristica del romanzo di Murakami questa della professionalità d’esecuzione come unica e prevalente ragione di un libro. È un tratto molto comune oggi, e non a caso tra i romanzi più fortunati ci sono i gialli, in cui l’elemento del professionismo del montaggio è una chiave portante da sempre. […] 1Q84 si legge d’un fiato, avvince e si dimentica dopo cinque minuti, ed è quasi tutto risolto nell’abilità del suo autore. È un prodotto davvero moderno: grosso e leggero».

L’ha scritta Vittorio Coletti in una recensione sorprendentemente non del tutto negativa al terzo libro di 1Q84 sull’Indice, e mi pare che non ci sia definizione più chiara di un certo modo di intendere e fare letteratura oggi. Non c’è, credo, migliore fotografia per analizzare molti dei libri contemporanei che ci vengono spacciati come capolavori e come nuove frontiere del linguaggio: è ovvio infatti che la definizione di Coletti non vale per il solo Murakami, ma può essere estesa a quasi tutti i costruttori di Luna Park per lettori forti (un altro che mi viene in mente, per esempio, e sui cui ho scritto qui, è Safran Foer).

L’Urss in una borsa a rete

È la recensione che ho scritto per L’Indice di La vita privata degli oggetti sovietici, lo splendido libro di uno dei miei maestri, Gian Piero Piretto.

PirettoSi può raccontare la storia dell’Unione Sovietica basandosi su un catalogo, ragionato e accompagnato da una splendida antologia di immagini, di oggetti e di cose? Sì: lo ha fatto Gian Piero Piretto, che in La vita privata degli oggetti sovietici ha raccolto e raccontato la vita di alcuni oggetti simbolo del mondo socialista riuscendo allo stesso tempo a restituire il clima culturale e antropologico di settant’anni di socialismo. Così, chi è stato almeno una volta in Russia alla ricerca di cimeli del periodo comunista non può non emozionarsi mentre legge la storia della prima automobile russa dotata di riscaldamento e autoradio (la Pobeda, ossia «Vittoria») o scopre che le ormai quasi introvabili papirosy – le terribili sigarette con il filtro lungo tre centimetri che permette di fumare all’aperto con temperature sottozero senza togliersi i guanti – furono sfruttate da Stalin come mezzo di propaganda: sui pacchetti, infatti, si celebravano le conquiste dei piani quinquennali. Ancora, la storia dell’avos’ka, la borsa a rete per la spesa, è un pretesto per raccontare di come, nei momenti più cupi dell’economia sovietica, il verbo «comprare» fosse stato sostituito da «procurarsi»: camminando per strada, i cittadini sovietici che vedevano nelle avos’ki degli altri qualche tipo di merce li avvicinavano per chiedere dove si poteva «procurarsene» un po’ e si avviavano al negozio indicato per mettersi in coda. E così via, tra bollitori per il tè e galosce, lampade, profumi dal glamour tutto socialista e bicchieri “a faccette”. Ogni oggetto catalogato e descritto da Piretto possiede una propria, inattaccabile aura ma anche, allo stesso tempo, una funzione precisa nel contesto delle dinamiche quotidiane e di quel rapporto cittadino-Potere che è la cifra della vita sovietica.

Ne viene che il libro di Piretto non è, come potrebbe erroneamente sembrare a una prima occhiata, un’operazione di ostalgie: è semmai un’archeologia del quotidiano à la Foucault. Se è vero che, da una parte, sia l’autore che i lettori subiscono l’indubbio fascino di questo tuffo nella memoria e nella rievocazione di un mondo che, nel bene e nel male, conserva tutta la sua potenza evocativa, dall’altra La vita privata degli oggetti sovietici racconta settant’anni di vita quotidiana, di fatica, di conquiste e di soprusi. Ed è proprio questo il merito maggiore del libro: non limitarsi a rievocare o descrivere le cose, ma andare in profondità e raccontare, per esempio, di come a volte certi oggetti siano entrati nelle case dei sovietici grazie alla volontà del Partito. È il caso, per esempio, dell’«angolo bello» (il punto della casa tradizionalmente dedicato alle icone sacre) che il Partito riuscì a trasformare in «angolo rosso» (del resto, l’aggettivo russo krasnyj, «rosso», significava in origine «bello»): al posto delle figure dei santi, i cittadini sovietici furono indotti a tenere immagini dei padri del socialismo e dei dirigenti del Partito.

Osservare gli oggetti, allora, conoscere la storia del loro utilizzo e della loro diffusione, non è soltanto una questione di estetica e di memoria: è qualcosa che ha a che fare in modo diretto con il complicato rapporto tra vita quotidiana e storia, e che si situa nel punto di congiunzione tra corpo sociale ed edificazione dell’homo sovieticus. Scorrono in filigrana, in queste splendide pagine, le grandi svolte della storia dell’Urss, le sue mode e le sue idiosincrasie, le alterne fortune dei suoi personaggi-simbolo, i momenti di crisi e quelli di esaltazione e propaganda. Soprattutto, ed è una cosa chiara fin dal titolo, affiora la dimensione privata, personale del cittadino sovietico: e, parlando del Paese che avrebbe voluto eliminare la proprietà privata, non è poco.

Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo, Sironi, Milano 2012

 

Ancora Mo Yan

Per via del premio Nobel, “L’Indice” mi ha chiesto di scrivere qualcosa a proposito di Mo Yan sul numero di novembre in edicola in questi giorni. Questo è il pezzo che ho fatto, rielaborando in parte delle cose che avevo già scritto: ne è venuto qualcosa di molto personale, credo.

La prima volta che ho letto Mo Yan ho «sentito» Tolstoj. Non che ci sia un filo rosso che dal secondo porta al primo: si tratta di due scrittori profondamente diversi. Il secondo, per esempio, non si abbandonerebbe mai all’elemento fantastico e surreale che invece accompagna i libri del primo; allo stesso tempo, anche quando è crudo, il realismo di Tolstoj non ha mai l’asprezza di quello di Mo Yan. E così via: si potrebbe scrivere per pagine su ciò che non li accomuna. Eppure leggo uno e sento l’altro. Sarà per via del fatto che, per me, la letteratura è essenzialmente una questione di voce: ebbene, la voce in Tolstoj è quasi sempre la voce di Tolstoj. Non credo di aver mai trovato, nella mia vita, uno scrittore con la mano più ferma e la voce più certa. La grandezza di Tolstoj sta tutta nel polso con cui tiene la pagina, nella forza che si sprigiona da ogni singolo vocabolo: alla fine della Morte di Ivan Ilič, uno legge che «Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov’è? Ma che morte? Non c’era più paura perché non c’era più morte» e gli sembra che non ci sia altro da sapere sugli ultimi istanti di un uomo. Allo stesso modo, nel famosissimo attacco di Anna Karenina stanno racchiusi molti romanzi, così come nel mal di denti finale di Vronskij, che dice più di pagine e pagine di dialoghi fitti e di introspezione. Ecco, in Mo Yan io vedo questa forza, questo polso fermo. Non so come spiegare altrimenti. So bene che tra i riferimenti del premio Nobel cinese non c’è il conte russo ma Faulkner, forse Garcia Marquez: la sua Gaomi, provincia dello Shadong, è una Macondo, una Yoknapatawpha orientale: nei pochi chilometri quadrati del suo distretto natale, Mo Yan ha ad ogni libro ricreato la storia del prodigioso e terribile Novecento cinese. Così, nel suo romanzo più noto, Sorgo rosso, intorno a Gaomi si intrecciano le vicende di una famiglia che viene travolta dalla guerra sino-giapponese, e sotto il terribile cappello della guerra nascono e muoiono amori, soldati e concubine: attraverso le loro vicissitudini gli anni che dal 1920 vanno alla Rivoluzione Culturale scorrono al ritmo delle spighe di sorgo percosse da un «vento maschio».
L’atroce Supplizio del legno di sandalo racconta la tragica parabola del brigante (suo malgrado) Sun Bing, che da celebrato cantore della splendida e popolare Opera dei gatti si ritrova fuorilegge tra i più ricercati e finisce – come dice il titolo del libro – impalato. Le torture che scandiscono il tempo del racconto sono rese con un iperrealismo e una minuzia ai limiti del tollerabile (tanto da costringere lo stesso Mo Yan a una nota finale di chiarimento), ma nel romanzo non si fa mai pornografia della tortura e del dolore: l’autore mostra le sevizie e la sofferenza ma non ne gode, non le estetizza. La sua penna è contadina, dice quel che c’è da dire senza girarvi troppo attorno: il sangue «cola» e non «sgorga», per così dire, la merda è merda. Non c’è pornografia: la lingua viaggia di pari passo con il mondo che descrive. Le vicende sono almeno parzialmente anticipate dai versi dell’Opera dei gatti, che aprono ogni capitolo: ciò che gli uomini non riescono a dire, nel Supplizio, lo dice l’Opera dei gatti, che è fatta da esseri umani che fingendosi gatti possono dire ciò che vogliono, in una sorta di carnevale messo in musica. Le pagine dedicate all’Opera, nel libro, sono di una bellezza irraggiungibile.
Leggendo lo splendido Le sei reincarnazioni di Ximen Nao ho provato dopo molto tempo la voglia di trovarmi davanti a un libro che non finisse mai, in cui potermi immergere per sempre. Ho sperato che le reincarnazioni fossero ben più di sei (oltretutto, se ne raccontano per esteso soltanto quattro) – e dire che si tratta di un libro di oltre 700 pagine! Mo Yan rilegge la storia della Cina della seconda metà del Novecento attraverso l’occhio estraniato – ma non troppo – di un asino, un toro, un maiale, un cane e, in parte, di una scimmia. Gli animali, reincarnazione del vecchio proprietario terriero Ximen Nao, ritornano nei suoi luoghi e vivono la loro vita di bestie mentre fuori ci sono la Rivoluzione Culturale, il Grande balzo in avanti, la morte di Mao, il capitalismo di Stato e così via. Ognuno di loro conserva il ricordo delle vite passate, tra cui spicca, naturalmente, quella di uomo. Così, l’asino Ximen è il fedele servitore di Lan Lian, un tempo dipendente di Ximen Nao. Il maiale Zhu Sedicesimo vive nel porcile di Ximen Jinlong – figlio, votato alla Causa, di Ximen Nao. E così via: ogni animale è ora di proprietà di un figlio, un nipote, un’ex concubina, un servitore di Ximen Nao. Naturalmente, il solo a essere consapevole di tutto questo è Ximen Nao reincarnato. Il libro è raccontato da due diversi narratori che solo a tratti interferiscono l’uno con l’altro: Lan Qiansui, ultima incarnazione di Ximen Nao, nato il primo giorno del nuovo millennio, che all’età di cinque anni decide di rievocare le sue vite passate; Lan Jiefang, figlio di Lan Lian, come il padre segnato da una metà della faccia di colore blu. Questi narratori, con una voce molto simile, restituiscono la storia della Cina attraverso l’occhio straniato degli animali e di chi, per via di una deformazione fisica, è sempre stato un soggetto “particolare” nel villaggio dello Shadong dove è ambientata la storia. Le Sei reincarnazioni riesce a essere nello stesso momento un romanzo storico e surreale, tragico e profondamente comico: il Re Yama che beffa continuamente Ximen Nao, facendogli credere ogni volta di restituirgli sembianze umane salvo poi gettarlo in un porcile o una cuccia, è un Mefistofele spietato e burlone, molto vicino agli dei greci che continuamente gabbano gli eroi, ma con un’anima popolaresca, quasi da osteria. La storia della Cina scorre in filigrana tra le imprese degli animali e degli uomini che se ne prendono cura, e Mo Yan rende perfettamente verosimili personaggi i cui capelli, se tagliati, perdono sangue che ha proprietà lenitive, o animali che si comportano come uomini e provano pietà per le vicende umane, o eunuchi castratori, o demoni che, stufi delle lamentele dei morti, ne hanno quasi timore.
Ecco, in questo sta, forse, il «realismo allucinatorio» a cui ha fatto riferimento l’Accademia di Svezia nell’attribuirgli il premio. Per quanto riguarda me e per quel che vale, fatico a trovare un Nobel più meritato di quello di quest’anno: c’è, nella lingua e nella voce di Mo Yan, il passo che hanno i classici, ci sono l’epica, la storia, la trasfigurazione fantastica che solo chi ha i piedi ben piantati nel folklore della propria terra può permettersi di usare senza che questo modifichi o disperda la potenza della realtà che vuole ritrarre.
Qualcuno, infine, ha storto il naso per la sua vittoria: Mo Yan è vicepresidente dell’Unione degli scrittori cinesi e, prima del Nobel, non ha mai preso una posizione netta contro il regime di Pechino. Ma il monumentale Grande seno, fianchi larghi, dedicato «a mia madre e alla grande terra», è tuttora vietato in patria; il Giornale del Popolo, che aveva salutato lo scrittore come il primo autore cinese a vincere il Nobel (“dimenticandosi” il dissidente Gao Xingijan, che l’ha vinto nel 2000), ha fatto una leggera marcia indietro dopo che, il giorno successivo alla vittoria del premio, Mo Yan ha fatto un appello in favore dell’esule Lu Xiaobo. Soprattutto, per chi se ne vuole accorgere, il potere raccontato nelle Sei reincarnazioni come in Grande seno come in tutto ciò che Mo Yan ha scritto è un potere sempre in grigio, arrivista, vittima di una satira nascosta e discreta e di una continua messa a nudo à la Bachtin. È pur vero che non si tratta mai di un attacco frontale, e forse Mo Yan sarà chiamato, in futuro, ad essere più esplicito su questo tema anche per il bene della letteratura cinese. Per il momento, in attesa di Le rane, il romanzo che Einaudi manderà in libreria con il nuovo anno e che, com’è noto, prende di petto le politiche demografiche cinesi, a nostra disposizione ci sono Gaomi e i mondi, reali e immaginari, che lui ha creato: e sono convinto che, un giorno, potrò dire di aver vissuto e scritto nell’epoca in cui visse e scrisse lo scrittore Mo Yan.

MaliNati

Con una lingua sontuosa, violenta e sensuale, Angela Bubba ha scritto il Kaputt di una generazione e soprattutto della regione da cui proviene: la Calabria. Giocato tutto sul tema della morte, della fine irrecuperabile, MaliNati è un lungo e poetico canto di disperazione – e di amore – per una terra rimasta immobile, bloccata, e che lascia ai suoi figli, come uniche possibilità di garantirsi una vita degna, la fuga e l’abbandono. Diviso in sei capitoli, il libro è un non-romanzo viscerale, dove l’autrice mette in scena se stessa e attraversa e racconta sei momenti, sei luoghi e sei diverse declinazioni della disperazione e della guerra – quella che quotidianamente i calabresi combattono per continuare a vivere. Così, il primo capitolo, “Chinatown”, è un resoconto della vita a Rosarno in seguito ai ben noti fatti del gennaio 2010, con la guerriglia urbana, l’odio razziale scatenato e, soprattutto, la ribalta nazionale data alle vergognose condizioni di vita degli immigrati; oggi Rosarno, paese di morti in una regione priva di vita, ha gli stessi problemi, le stesse tensioni di tre anni fa, ma tutto è di nuovo insabbiato, sepolto. Lo splendido “Oltretragedia” racconta invece di un viaggio verso un non-luogo tra Catanzaro e Lamezia, dove la Seteco, una fabbrica abbandonata che continua a scaricare i suoi effluvi inquinando un’intera zona, è vista dalla Bubba quasi come una creatura vivente, un autentico mostro che pulsa, respira e si autogenera con l’obiettivo di infestare di morte una regione e un popolo. In “La città”, l’autrice vaga per una desolata Crotone dove incontra un ragazzo di colore, Richmond, che le racconta la sua storia di scampato a Rosarno e la sua odissea di diseredato e disoccupato perenne. “Occhi che non si chiudono” – forse il capitolo più toccante e violento di tutto il libro – è un’intervista a Mary Sorrentino, madre di Federica Monteleone, uccisa dalla malasanità e dallo sprezzo della vita altrui. La vita e la morte di ognuno di questi personaggi sono viste da vicino, con un’empatia e un’aderenza prima fisica che intellettuale: le parole di Angela Bubba, le sue sbalorditive soluzioni stilistiche, riescono a creare nel lettore una sensazione di contatto epidermico con la tragedia che ha di volta in volta sotto gli occhi. In “Oltretragedia”, per esempio, Angela abbassa il finestrino per respirare gli odori della Seteco, e «Chiusi il naso con la pinza delle dita, sarei morta altrimenti, e sigillai il finestrino della portiera. Quando lasciai la mano avvertii che l’odore si stava espandendo, e che la bocca diventava calda e viscida. Io non avevo più lingua e denti ma un cesto di serpi, uno scatolone di api grandi e burrose». Ancora, nel capitolo dedicato a Federica Monteleone, la tensione insostenibile del dialogo con la madre viene elaborata attraverso un costante riferimento ai corpi, a un’empatia molecolare tra le due donne che fa scrivere di Mary che «Non si muove più adesso, e lascia che la luce l’assalga dalle scapole fino all’estremità delle sue dita più lunghe. Quella luce (…) l’antichità magica e adamantina della sua pelle finalmente liberata, io posso vederla. (…) Si sta dissigillando a quel modo solo per poter allungare l’aria, per creare elasticità fra di noi. Vuole farci respirare meglio».
Gli ultimi due capitoli, “Roma” e “Interrotti”, sono rispettivamente dedicati alla vita dell’autrice nella capitale, dove studia Lettere e assiste al nascere e allo spegnersi dell’Onda studentesca, e a un viaggio in treno tra Roma e Lamezia in occasione di un ritorno a casa. Meno viscerali dei quattro della “parte calabrese” dell’opera, questi capitoli servono però all’autrice per allargare il discorso e farlo diventare generazionale: la condizione di non-vita imputata alla Calabria diventa così una metafora per raccontare di una generazione che vive nella consapevolezza di non avere un futuro e che spasima nella frustrazione, nell’assenza di prospettive. È quello che accadeva a Rinaldino, personaggio dell’Età breve di Alvaro, al quale i genitori, mandandolo a studiare lontano dalla Calabria, facevano delle raccomandazioni che la Bubba trasforma in un mantra per tutti i malinati – calabresi o no che siano: «Tu devi imparare a sopportare. Tu non potrai rimanere sempre con me e con tuo padre. Tu devi fare la tua strada. Tu devi uscire da questo paese. Tu non ci puoi rimanere. Troverai dove andare, dove tu stia meglio e più libero. Ma questo paese lo devi abbandonare. È la tua sorte». Mentre 70 anni fa erano i genitori a dire queste cose ai figli, oggi sono i figli che le ripetono a se stessi. È in questo passaggio che si consuma la definitiva perdita della speranza e l’inizio di un sentimento – quello dell’autrice – di lenta, rabbiosa macerazione nel dolore e nella morte.
Angela Bubba è nata nel 1989. È al secondo libro dopo La casa, uscito per Elliot nel 2009 ed entrato nella dozzina dello Strega. Ha un mondo, la Calabria, qualcosa che la macera e una lingua straordinaria con cui sa raccontare e, più che far vedere, far vivere: è più di un segnale per dire che la letteratura italiana non è morta ma è qui, ora.
La vera nota stonata del volume, semmai, sono i paratesti, che sono al limite del comprensibile: il testo assurdo e criptico dell’aletta di copertina non aiuta a capire che tipo di libro si ha tra le mani e non invoglia all’acquisto. Non è un buon servizio, questo, a una delle opere più belle e potenti del 2012.

Angela Bubba, MaliNati, pp. 373, euro 17, Milano, Bompiani 2012

Dentro

T0rnato dalle vacanze, pubblico una recensione di Dentro di Sandro Bonvissuto che ho scritto per L’Indice prima di partire. Non ho capito se sia già uscita o se esce nel numero di settembre. Si tratta di un pezzo che, oltre a parlare del libro, prova a ragionare brevemente su una tendenza della letteratura italiana che mi è sembrato di cogliere negli ultimi anni e su cui, tra un po’, uscirà una riflessione – che posterò anche qui – su IL del Sole 24 ore.

Tre racconti, tre momenti distinti e disgiunti della vita di un uomo raccontati da un’unica voce che dice «io» e viaggia a ritroso nel tempo: questo è Dentro, libro d’esordio di Sandro Bonvissuto, l’«oste filosofo» romano il cui ritratto campeggia in copertina. Si sarebbe tentati di credere che ci sia molto dell’autobiografia, in questi tre ritratti, benché l’autore si sia premurato di assicurare che, al di là di alcuni spunti, l’io narrante non corrisponda a quello dell’autore: le esperienze che Bonvissuto racconta sono però osservate da molto vicino, e ruotano intorno a luoghi, ambienti e frequentazioni con cui l’autore mostra di aver avuto una certa confidenza. Di fatto, Dentro è un’opera che si legge come una confessione, come il bilancio dei primi quarant’anni di vita di chi l’ha scritto, ed è in questo senso che il libro ha una sua ragion d’essere: l’attenzione spasmodica al particolare, alle piccole cose del quotidiano, le riflessioni brevissime e spesso fulminanti che attraversano il testo rendono infatti Dentro un non-romanzo, una non-narrazione che, se non portasse il lettore a immaginare qualche legame tra fatti narrati e vita vissuta, mostrerebbe la corda in molti passaggi e sarebbe – perché non dirlo? – meno interessante. È insomma il gioco, sicuramente volontario, di corrispondenze tra fiction e realtà che tiene in piedi il libro.

Prendiamo Il giardino delle arance amare, primo episodio della triade: l’io narrante vi racconta un’esperienza trascorsa in carcere, e lo fa senza specificare il crimine che ve l’ha condotto né l’istituto di pena né i motivi che, dopo un periodo relativamente breve, portano alla scarcerazione. Il tentativo, insomma, è quello di rendere universale e paradigmatica un’esperienza-limite, e di approfittare del contesto per riflettere sulla condizione umana. Per questo, Bonvissuto più che narrare descrive: com’è fatta la cella, come ci si vive, come sono i bagni, a che ora si può fare la doccia e così via. Il racconto, insomma, sembra costruito per rispondere a domande su «com’è fatto» il carcere e su «come funziona» la vita in cella. Non ci sono veri personaggi, ma «tipi» che interagiscono tra loro; i dialoghi sono pochissimi e tutti volti a far capire a chi narra e a chi legge quali sono le regole di comportamento in galera. Non c’è una vera e propria storia, non c’è uno sviluppo del discorso: è una lunga fotografia esistenziale che inquadra una condizione e la commenta (il modello è sicuramente il Sartre del Muro).

Il secondo episodio, Il mio compagno di banco, è forse il più riuscito della raccolta, fatte salve le prime, lunghissime pagine in cui Bonvissuto si perde a raccontare delle comunissime sensazioni da primo giorno di scuola. Il pezzo decolla letteralmente quando, quasi per caso, il narratore scopre un legame di sangue con il proprio compagno di banco: i due instaurano una «diarchia» e vivono per un intero anno scolastico in completa simbiosi. Anche qui, però, non si narra: si fotografa. Bonvissuto descrive un rapporto umano senza svilupparlo narrativamente: i due protagonisti non hanno nome, la vicenda si svolge in ambienti anonimi, senza personaggi e praticamente senza azione. Ma l’intuizione della «diarchia» è felice, la lingua è secca ed efficace ed è affascinante e profondamente umana l’assoluta gratuità con cui i protagonisti si trovano e respirano all’unisono.

L’ultimo episodio, Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta scova un momento dell’infanzia del narratore, che per non sentirsi escluso dal gruppo chiede al padre di insegnargli ad andare in bici. Mentre descrive la vita quotidiana di una borgata romana, Bonvissuto porta il narratore al cospetto di un padre con cui non ha mai avuto un vero rapporto: il momento in cui il figlio chiede al padre di fargli da maestro è il migliore di tutto il libro, e rivela anche un’insospettabile vena comica che fa da controcanto a massime come «non è la morte l’avversario della vita, ma il tempo» o «la solitudine è una condizione indispensabile».

Ecco, il tono vagamente sapienziale, da “insegnamento di vita”, che percorre Dentro (e che è fortissimo nel primo racconto) è l’aspetto che rende il libro una proposta particolare ma, allo stesso tempo, in alcuni punti difficile da accettare. Se lo si accetta, è perché si è portati a immaginare che, come si diceva, ci sia molto di vero in ciò che viene raccontato. Detto in parole povere: una massima di vita tramandata da chi è stato davvero in carcere è perdonabile e persino preziosa; la stessa massima, lo stesso giudizio sull’esistente fatti senza il supporto di una solida struttura narrativa e messi così, nero su bianco, da uno che ha fatto molta meno vita di quella che racconta, non lo sarebbero. Il patto narrativo che Dentro mira a stabilire con il lettore – al netto di una lingua precisa e affilata, di un sicuro talento nell’osservazione dei comportamenti umani e della capacità di elevarli a paradigma – è insomma fondato su un equilibrio precario.