Racconti di demoni russi

Giovedì 22 aprile esce per il Saggiatore un libro a cui tengo moltissimo. Si chiama Racconti di demoni russi ed è un’antologia che attraversa quasi due secoli di letteratura russa e vi scova demoni reali e immaginari: si parla di diavoli, forze impure, possessioni, ma anche di violenza, follia, ossessioni. Ci sono testi di Bulgakov, Dostoevskij, Gogol’, Lermontov, ma anche cose meno note e lette, come Remizov, Sologub, Zagoskin. E ci sono un paio di chicche.

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Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 2

Capitolo secondo. Il principe Harry. Una proposta di matrimonio

Inizia con Stavrogin, ma siamo ancora nella backstory. Di fatto, quelli che possono essere considerati i protagonisti del romanzo, Stavrogin e Pëtr Verchovenskij, compariranno molto più in là nel romanzo, dopo circa 150 pagine, e, per quanto riguarda Stavrogin, il vero motore immobile di tutta la vicenda, si tratterà di apparizioni fugaci: egli c’è poco sulla scena, è restio a farsi vedere, anche se ogni volta che compare è una scossa tellurica. Continua a leggere “Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij – 2”

Lettura a tappe dei Demonî di Dostoevskij

Ho letto I demonî per la prima volta, se ben ricordo, nel 1998: allora avevo vent’anni e lessi i quattro grandi romanzi dostoevskiani per il corso monografico su Dostoevskij tenuto all’Università di Milano dal professor Malcovati. Non è necessario che dica che, nella mia vita di lettore – e dunque nella mia vita in generale -, c’è un prima e c’è un dopo questo corso e questo professore. Allora il romanzo mi piacque, ma ero giovane e fui travolto da Delitto e castigo e dai Karamazov. Faticai, mi ricordo, a comprendere appieno la grandezza di Stavrogin; detestavo i Verchovenskij padre e figlio e l’unico personaggio di cui, a memoria, riconobbi subito la grandezza fu Kirillov. Il risultato di queste mezze comprensioni fu che, dei quattro grandi romanzi, I demonî fu quello che mi colpì meno.
L’ho riletto alcuni anni più tardi, probabilmente intorno ai trent’anni, da solo, voglio dire senza altre letture dostoevskiane intorno. Non ho ricordi precisi di questa rilettura, a parte che, questa volta, la smisurata grandezza tragica di Stavrogin mi arrivò in pieno.
Torno su queste pagine per la terza volta in questi giorni, a 42 anni. Per qualche motivo, mentre leggo, provo l’irresistibile impulso di segnarmi le cose che succedono nel romanzo, i personaggi, gli ingressi in scena, il modo in cui Dostoevskij introduce un dialogo. È un lavoro del tutto inutile e arbitrario, che non porterà a nulla se non, una volta che sarà finito se mai lo sarà, ad avere un riassunto e un breve commento di uno dei più grandi romanzi che l’Occidente ha partorito.
La traduzione su cui mi baso è quella che Alfredo Polledro fece nel 1942 per Einaudi. 

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Diavoleide and me

A fine agosto uscirà, per Voland, un piccolo libro a cui tengo moltissimo. Si chiamerà Diavoleide, verrà pubblicato nella collana Sìrin classica – che è una sorta di Scrittori tradotti da scrittori – e conterrà due racconti di uno dei miei scrittori preferiti in assoluto, Michail Bulgakov: Diavoleide, appunto, e Le avventure di Čičikov. Quello che segue è il testo della quarta di copertina, che è un estratto della postfazione. Non avrei mai pensato che il mio nome potesse finire, un giorno, sulla stessa copertina di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

Diavoleide (…) è un racconto scritto in modo furioso, pullula di verbi di moto, di ripetizioni martellanti, di dialoghi rapidi (…) So bene che è facile parlare con il senno di poi – di lì a tre anni, nel 1928, Bulgakov avrebbe iniziato a elaborare uno dei più grandi romanzi del ‘900 e di sempre: tuttavia, non riesco a non pensare che Mutandoner sia una versione primitiva di Voland, che le sue gesta racchiudano una prima idea delle peripezie di Azazel, Behemot e gli altri, che la sala con il colonnato in cui Korotkov (un Berlioz ante-litteram?) incontra Jan Sobesskij sia un’anteprima della magnifica sala dove si svolge il Gran Ballo di Satana e che la trafila di segretarie che popolano Diavoleide siano il laboratorio dove Bulgakov perfezionò i personaggi femminili del romanzo che non sono Margherita. Forse è proprio con Diavoleide che il “seme del diavolo” si impossessa definitivamente di Bulgakov: è da qui, da questo piccolo libro, allora, che bisogna partire per entrare nel mondo allucinato e grottesco di uno dei massimi scrittori del xx secolo.

I posseduti

Mi scuso per il tono un po’ frettoloso di questa recensione, che è stata scritta di getto e sulla quale probabilmente tornerò in un momento di maggiore calma.

Sono perplesso. Lo spunto da cui parte il libro è interessante: raccontare l’amore per la grande letteratura russa con toni freschi e piglio narrativo, mescolando il tutto alla propria autobiografia. In un certo senso, è un’operazione non così distante da quella specie di “autobiografia attraverso la lettura” che era Lo sbrego di Moresco. Il principio – sempre interessante – è che tutto quello che succede agli scrittori russi e nei loro libri, essendo qualcosa che ha a che fare con la vita vera, succede anche ai loro lettori: per esempio, la Batuman comincia l’ultimo capitolo facendo chiaramente intuire di non aver capito Dostoevskij e di non amarlo a fondo: dice insomma sui Demoni un sacco di cazzate, che però riscatta parzialmente raccontando di aver conosciuto davvero un “demone”, a Stanford. Il suo Matej è infatti la versione terrestre e vagamente pop di Stavrogin/Myškin. Il rapporto e la mutualità tra la vita e i libri e tra le persone e i personaggi è, mi pare, lo snodo su cui è costruito i Posseduti.

E tuttavia qualcosa non funziona, c’è qualcosa che zoppica. Che cosa? Anzitutto che, da un certo punto in poi, ho cominciato a chiedermi perché stessi leggendo l’autobiografia di una 35enne turco-americana che non sapevo esistesse prima della traduzione del suo libro. Capito e condiviso lo spunto del libro (i libri hanno una vita che è anche la vita di chi li legge), e capito il tono leggero con cui questo concetto è declinato, ho cominciato a pensare a Dostoevskij, a Tolstoj, a Babel’ che leggono il libro della Batuman: come lo avrebbero trovato? Come sarebbe, se si ribaltasse la prospettiva? Perché è proprio la Batuman che autorizza implicitamente a immaginare questo ribaltamento. I libri ti entrano in casa, decidono i tuoi studi, ti mandano fino in Uzbekistan e ti fanno conoscere delle vecchie bisbetiche e un po’ tocche che però sono parenti di Babel’. I libri hanno qualche diritto su di te: ti guardano e decidono chi sei. Allora mi immagino Dostoevskij che legge il capitolo che gli è dedicato, Tolstoj che legge la (milionesima) cronaca di qualcuno che va in gita a Jasnaja Poljana, Babel’ che tiene tra le mani il racconto di un convegno su di lui tenuto a Stanford, Puškin che legge il capitolo su Pietroburgo. Che cosa direbbero? Si divertirebbero? Probabilmente sì. Ma tra questi solo Puškin ha coltivato la leggerezza come un valore; e dietro questa leggerezza c’erano dolore, disperazione e senso di rivolta. La leggerezza di Puškin era la maschera lirica con cui il poeta andava in un mondo che voleva cambiare e che non cambiò. Dietro I posseduti c’è la voglia di vedere il mondo, di fare una gita, di scopare: c’è la vita media di un ventenne/trentenne di oggi. La Batuman si guarda bene dall’andare in profondità, dal gettare uno sguardo nell’abisso: insomma, è un’americana di origine turca che studia i russi: avrebbe tutto per fare un libro esplosivo; nel corso della narrazione, va per un paio di mesi a Samarcanda (temi: via della seta, petrolio, gas, rapporti tesi con la Turchia/con Mosca, islam, terrorismo) e il racconto che ne viene fuori è poco di più di un reportage Lonely Planet.

E il problema sta proprio qui: anche laddove tocca punti nevralgici del pensiero letterario o luoghi cardine del mondo, la Batuman non vuole andare oltre la considerazione witty. I grandi temi che sono il nerbo di tutti i libri russi di cui si parla nei Posseduti vengono solo sfiorati, mai presi verametne in considerazione. Tutto è leggero, e quando l’autrice intuisce di dover cominciare a dare un giro di vite alla propria scrittura e cominciare ad affondare, si ferma, mette uno spazio bianco e cambia discorso. Molte volte ho immaginato, leggendo, la Batuman che sorride impacciata.

A ciò è collegato il fatto, incontestabile, che la vita dell’autrice è forse leggermente più interessante del normale, ma non giustifica un’autobiografia. Ogni studente o dottorando che ha fatto un Erasmus o un progetto di qualche tipo all’estero – soprattutto se in posti particolari e lontani dai normali tracciati – ha un bagaglio di personaggi strani, situazioni bizzarre di incontro con il diverso; ogni dottorando in materie letterarie ha degli amori viscerali per qualche libro e qualche scrittore; ogni vero lettore “vede” i libri che ama realizzarsi e crescere pian piano nelle vicende della sua quotidianità. Questo non spinge necessariamente questo dottorando o questo lettore a scrivere i fatti propri e a pubblicarli. La Batuman l’ha fatto, e io leggendo non ho mai smesso di chiedermi (e di cercare tra le pagine) il perché, senza trovarlo.

Il testo, poi, è puntellato di momenti in cui la Batuman, all’alba dei 30 anni, dice “voglio fare la scrittrice” o “diventerò una scrittrice, lo so”. Evidentemente negli Stati Uniti non si “è” scrittori, ma si “fa” gli scrittori: dev’esserci un posto dove si prende un numero, si fa un po’ di coda e ci si iscrive.