Letteratura e fotografia

Metto qui un pezzo che ho scritto questo mese per l’Aula di lettere di Zanichelli. Non dice niente di che (anzi, è un po’ didattico e perfino ovvio), ma è frutto di un laboratorio sull’immagine che ho fatto tempo fa, e per il quale avevo buttato giù questi appunti: ha una sua importanza, per me, perché mi ha stimolato a fare una cosa che non faccio quasi mai – ragionare sulle immagini. Chissà perché, quando penso a queste pagine mi viene sempre in mente quella splendida poesia di Esenin che dice “e dal mio dorso penzola un fanale”. Secondo me ci ha pensato, e a lungo, pure Wenders.

Fotografia: scrivere con la luce. Proveremo a osservare da vicino i rapporti che esistono tra queste due arti, partendo dall’assunto che, fin dalla sua comparsa, la fotografia fu un autentico terremoto: costrinse la pittura a rinnovarsi (che senso poteva avere ritrarre un paesaggio o un volto “dal vero”, visto che la fotografia poteva farlo in modo più realistico ed economico?), ma impose anche ai letterati una serie di riflessioni sul rapporto tra parola e mondo, se è vero, come sostiene Silvia Albertazzi nel suo Letteratura e fotografia  (Carocci, 2017), che «A partire dalla fotografia, non pochi scrittori arrivano […] a riflettere sulla stessa scrittura, sulle sue finalità, sulla possibilità di frammentare anche in letteratura, come avviene in fotografia, la visione del mondo, di fare, in altre parole, anche della rappresentazione narrativa una storia di sguardo».
Proveremo a osservare questo rapporto attraverso da due concetti particolari: l’album di famiglia e la fotografia come frammento della realtà.

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