Dylan Skyline

In attesa che questo sito cessi di funzionare meramente come un ricettacolo di segnalazioni e torni ad essere, almeno ogni tanto, un posto dove riesco a scrivere qualcosa, segnalo che è uscita per Nutrimenti un’antologia di racconti curata da Filippo Tuena e dedicata a Bob Dylan. L’occasione è il cinquantenario dell’uscita di Like a Rolling Stone. Il libro si chiama Dylan Skyline e, insieme a me, vi prendono parte Luciano Funetta, Helena Janeczek, Janis Joyce, Tiziana Lo Porto, Francesca Matteoni, Davide Orecchio, Marco Rossari, Marco Rovelli, Alessandra Sarchi, Giorgio van Straten e Alessandro Zaccuri.
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Gli intagliatori del legno #2

Pensieri sparsi sulla fine dei libri (il pezzo è un’ideale continuazione di questo)

Esistono almeno due tipologie di libro ricattatorio: il primo tipo è quello dei libri scritti con toni sapienziali, vagamente lirici e che mirano a risvegliare il poetico in chi legge mentre, sotto, l’intento non dichiarato è quello di “insegnare a vivere”. Esiste almeno uno scrittore molto noto e molto amato che scrive in questo modo, ma se mi addentrassi a studiare approfonditamente il problema so bene che vi troverei un esercito. Il secondo tipo è meno grossolano, ma proprio per questo più subdolo: è il libro scritto dallo scrittore “buono”, quello moralmente impeccabile, che si occupa di storie edificanti – che magari c’entrano con l’emigrazione o con la criminalità – e che sa far piangere e, soprattutto, far riflettere. «Non puoi non leggermi» dicono queste due tipologie di libri. E nello specifico: «Se non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, non avere un animo poetico, quella sensibilità che io so risvegliare con i miei aggettivi e quella voglia arcaica di stare ad ascoltare qualcuno più vecchio di te che di vita ne ha già fatta e te la vuole raccontare». E ancora: «Sei non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, tu che possiedi un animo sensibile ai problemi della nostra società, non voler leggere questa storia tragica di emigrazione, l’epopea semplice di questa famiglia/ragazzo/bambina in fuga da un mondo che la opprime e la ucciderebbe; seguila insieme a me, amico, vediamo se ce la fa a realizzare il suo sogno di emancipazione, se riesce a riscattarsi nel lavoro onesto/a ricongiungersi con il resto dei suoi cari/a liberarsi dalle ombre di un passato violento». Continua a leggere “Gli intagliatori del legno #2”

Gli intagliatori del legno

Pensieri sparsi sulla fine dei libri.

Mi sono svegliato e ho capito che i libri non esistono, che non hanno nessun o quasi nessun ruolo nella vita del mondo. Ci ho messo del tempo, a capirlo, perché il mio mondo, il mondo a cui mi riferisco e in cui vivo e che conosco da vicino è fatto di libri e di persone che lavorano coi libri: sono dunque un caso particolare, qualcuno che vive raccolto in una nicchia, come, immagino, sono una nicchia e un mondo a parte i battitori d’aste di bestiame del Nord America che hanno inventato una nuova lingua per vendere i lotti. I libri non esistono perché ormai non hanno nessun ruolo nella modificazione dell’immaginario, nella costruzione di mondi e di opinioni. L’ultimo libro ad aver fatto questo, ad aver costruito un immaginario – per così dire –, in Italia è stato Gomorra. Era il 2006, e i sette anni successivi non sono serviti quasi ad altro che alla messinscena di uno sfacelo oracolare e un abbruttimento intellettuale che ha colpito il suo autore e una buona fetta dei suoi lettori. Quando dico libri – è paradossale che mi senta in dovere di specificarlo – intendo libri veri. Che cosa distingue un libro vero da un libro finto? Una cosa che bisogna leggere da una che bisogna lasciar perdere? Lo stile, il tema, la lingua, la voce, il disinteresse per i colpi di scena (che però non sono banditi), l’ambientazione, il lavoro che, leggendo, un lettore intuisce che è stato fatto per arrivare a comporre il libro, la bellezza, il dolore, l’assoluta, palpabile aderenza che si intravvede tra il testo e la persona che lo ha scritto, la capacità, che è linguistica e di visione, di edificare un mondo, di creare un immaginario, l’assoluta credibilità dei personaggi, siano essi cavalieri erranti o assassini idealisti, la capacità allegorica di raccontare gli uomini e le loro deviazioni, la proposta di una visione laterale eppure iconica del mondo. Non ho mai amato gli elenchi, che mi sembrano scappatoie e nascono per essere incompleti, ma tant’è.

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A cena con Michelangelo?

Sabato sera alle 20,15, presso la Cucina dei Frigoriferi Milanesi, parteciperò a una cena michelangiolesca ideata da Filippo Tuena in occasione del festival Writers. Con me e Filippo ci sarà il buon Marco Rossari. Tutti e tre ceneremo insieme a un massimo di 50 persone (il costo per la cena e la serata è di 25 euro) e, a turno, leggeremo delle lettere e degli scritti di Michelangelo. Mi è sembrata una proposta talmente inattuale che non potevo che dire sì.

 

 

 

 

 

 

 

Questo è il menu:

mousse di ceci
finocchi in pinzimonio
tortelli di carne
aringa sott’olio
alici marinate
insalata
formaggio
pere, uva, melograno
bianco Trebbiano

Il Master di Ballantrae, i viaggi per mare e la mamma di Stevenson

Di Robert Louis Stevenson, la collana Tusitala di Nutrimenti – ideata e diretta di Filippo Tuena – aveva già pubblicato, nel 2010, un libro strano e bellissimo: Il giardino dei versi, raccolta di poesie per ragazzi illustrate da Charles Robinson e tradotte in italiano da Raul Montanari. Tra pochi giorni, invece, arriverà in libreria un altro gioiello dello scrittore britannico: Il Master di Ballantrae, “racconto d’inverno” che da molti anni non capitava sugli scaffali delle librerie italiane in una nuova traduzione. Iniziato nello Stato di New York nel 1887, il Master è stato scritto in giro per il mondo ed è stato completato nel 1888 a bordo dello yacht Casco, al largo delle isole polinesiane. Quasi tutti gli scrittori inglesi e americani che amo hanno viaggiato: chi per lavoro, chi per ricchezza, chi perché in esilio, Melville, Joyce, Conrad, Mary Shelley, London, Poe – per dirne qualcuno – hanno tutti passato un periodo della loro vita in viaggio, o su una nave, e su questa nave hanno scritto o hanno immaginato i mondi che hanno poi rovesciato nei loro libri. Stevenson non fa eccezione, naturalmente: come i personaggi del Master, che dalla Scozia si spostano in India e negli Stati Uniti, Stevenson, dalle Americhe, mentre scrive punta verso i mari del sud, e io immagino l’autore e i suoi personaggi che via via nascono e crescono che si inseguono per i mari, viaggiano da un continente all’altro senza incontrarsi mai se non sulla pagina.

Riporto un estratto del risvolto di copertina, dove si dice che, nel Master, «il dissidio è tra due fratelli e riguarda un titolo ereditario e la mano di una graziosa fanciulla. L’uno e l’altra da sempre promessi al primo e, per una serie di circostanze, finiti nelle mani del secondo. James, il fratello maggiore, è quanto di più diabolico, a detta dello stesso Stevenson, sia mai uscito dalla sua penna (“the Master is all I know of the devil”). Henry per contro è il ritratto del mite gregario, del dimesso, e che tuttavia accaparra vantaggi e privilegi, e nel corso del racconto subisce una trasformazione spaventosa, corroso anche lui dal male e dal livore. Lo scontro comincia nel 1745, in coincidenza con lo sbarco del pretendente Charles Stuart al trono di Scozia e con la sua sconfitta nella battaglia di Culloden nella quale James viene ritenuto morto. Proseguirà poi per anni, prima tra le mura del castello avito – con una prima resurrezione del Master – e poi, in un vero incubo dell’ostinazione distruttiva, nelle terre desolate che lambiscono la regione dei Grandi Laghi americani.
Stevenson era piuttosto perplesso riguardo a quest’ultima parte. Confidò all’amico Henry James che riteneva il finale inverosimile. Gli sembrava d’aver calcato troppo la mano. E tuttavia il lettore che seguirà sino in fondo le vicende dei due fratelli rimarrà contagiato anch’egli da quel dissidio e al senso dell’inverosimile temuto da Stevenson sostituirà quello dell’inevitabile, così come appare essere la conclusione, terribile e inaspettata, del più amaro e disilluso romanzo dello scrittore scozzese».

Ci sono tutti i temi cari a Stevenson: il doppio, il diabolico, l’alter-ego malvagio da cui non ci si può liberare. Ma ci sono anche, nel volume, alcune chicche di straordinario valore: anzitutto, il testo è attraversato dalle illustrazioni di William Brassey Hole, che già impreziosivano la prima edizione del 1889 e che sono state recuperate e inserite nel testo; in secondo luogo, in appendice, ci sono alcune lettere che attraversano tutto l’arco temporale della stesura del romanzo e che ci tengono lì, nel laboratorio dell’autore, e ci permettono di seguirlo mentre racconta i suoi dubbi e le sue esaltazioni. Ma, soprattutto, c’è uno scritto di Stevenson (tratto da The Art of Writing) in cui l’autore ripercorre il momento in cui lo visitò per la prima volta l’idea del romanzo e dove, per esempio, scrive: «Non ho bisogno di dire ai miei fratelli di mestiere che mi trovavo a questo punto nel momento più interessante della vita di un autore; (…) Mia madre, che all’epoca viveva da sola con me, forse ne fu meno felice, perché in assenza di mia moglie, che solitamente mi aiuta in queste situazioni quando mi trovo a partorire una nuova storia, dovetti spronare lei in ogni momento ad ascoltarmi mentre le riferivo e cercavo di chiarire le mie fantasie ancora prive di forma». Io mi immagino la scena, con Stevenson, uno degli scrittori più importanti di sempre, che costringe la madre (la madre!) a stare seduta e ad ascoltare un brogliaccio di idee e immagini ancora incompiute; immagino questa donna – di cui non so nulla – che sopporta il figlio che le espone un mondo remotissimo fatto di sogni, incubi, doppi, diavoli, viaggi, castelli. Immagino tutto questo e le voglio bene, perché forse aveva altro da fare, forse non ci capiva nulla e forse era addirittura spaventata dal mondo interiore del figlio; le voglio bene perché la sua pazienza rende umano, vicino a tutti noi uno dei più grandi narratori di storie di sempre e, soprattutto, perché è anche grazie a lei che noi, oggi, possiamo leggere Il Master di Ballantrae.

Robert Louis Stevenson, Il Master di Ballantrae, traduzione e cura di Simone Barillari, Roma, Nutrimenti, pp. 320 – € 18