Roderick Duddle a Bologna

Mercoledì 11 giugno ore 18
Libreria Einaudi, via Mascarella 11/A Bologna
Michele Mari presenta Roderick Duddle (Einaudi)
Interverranno Marcello Fois (scrittore) e Andrea Tarabbia (scrittore)

«Ci sono romanzi che ci catturano fin dalla prima pagina e non ci lasciano più, romanzi che ci fanno perdere la cognizione di tutto il resto. Che ci riportano indietro nel tempo, alle fameliche e appassionate letture dell’adolescenza, quando leggevamo Il richiamo della foresta di London o L’isola del tesoro di Stevenson e venivamo completamente assorbiti da quelle storie e catapultati in mondi avventurosi dai quali ci riscuotevamo solo per sopperire alle basilari necessità fisiologiche della vita. Era a malincuore che ritornavamo alla realtà, sorpresi di come il tempo fosse volato e fosse già prossima l’ora di cena: ci sedevamo a tavola con aria assente e trasognata, sotto lo sguardo perplesso di nostra madre, e tra un boccone e l’altro continuavamo a fantasticare sulle storie e i personaggi del romanzo fin quando non ci era concesso di tornare nuovamente a inabissarci nella lettura».
Antonella Falco – Nazione Indiana (il pezzo continua qui).
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Una bestemmia

ferracuti

è la recensione che ho fatto per “L’indice” di questo mese sullo splendido Il costo della vita di Angelo Ferracuti.

«Morire quando si è in mezzo al mare fa parte dei rischi del nostro mestiere. Ma morire qua, su una nave in secca, è una bestemmia». Così dice, a un certo punto di Il costo della vita, un vecchio marinaio a una giornalista dell’Unità che si è fiondata al porto di Ravenna in seguito a una delle più grandi tragedie operaie del dopoguerra italiano: la morte per asfissia di 13 persone nella pancia di una delle più grandi navi gasiere della nostra storia recente, la Elisabetta Montanari. Ed è di questa bestemmia che parla Angelo Ferracuti, ricostruendo i fatti di quel 13 marzo 1987 e andando ben oltre, in un libro bellissimo che è insieme reportage, indagine sociologica, romanzo sui generis e operazione di recupero di un episodio messo da parte troppo in fretta dalla memoria collettiva. Ferracuti ricostruisce la tragedia (che qualcuno, nel libro, definisce «strage») grazie a un lungo lavoro – che in parte ci viene raccontato per così dire in diretta – di ricerca negli archivi dei quotidiani e nelle sedi sindacali e, soprattutto, attraverso alcune delicate interviste ai parenti delle vittime e a chi, per lavoro, si trovava nel porto di Ravenna quel 13 marzo. Così, accanto alle vite private degli scomparsi, troviamo il ritratto di una comunità e di una società che, nel 1987, ha scoperto sulla propria pelle l’anima nera di un sistema, quello portuale, che oggi è in decadenza ma che allora era uno dei motori di quella che viene definita «una città di mare senza mare, dove lo specchio d’acqua non si vede». Ed è questo, mi pare, il perno attorno cui ruota Il costo della vita: l’incidente del 13 marzo è figlio della mancanza di un adeguato sistema di sicurezza (nelle stive non c’erano, per esempio, gli estintori) e, soprattutto, di una modalità di reclutamento al lavoro che infilava nei budelli più profondi delle navi un personale non sempre qualificato, recuperato la sera nei bar del porto e mandato a morire la mattina senza nessuna tutela. È qui che la storia della Mecnavi svela la propria attualità: si può leggere infatti Il costo della vita come un libro che porta alla luce le origini lontane – e tragiche – del precariato, del lavoro nero o “in affitto” che oggi informa la nostra vita quotidiana. Col il sistema del caporalato, la Mecnavi e le società affini reclutavano immigrati, sbandati, disoccupati che giravano per il porto in attesa che un “caporale” li chiamasse per lavorare sulle navi. La concorrenza spietata (in un sistema che era, dal punto di vista dei guadagni, allo zenit), la scarsità dei controlli e l’assenza quasi totale dei sindacati – che venivano tenuti fuori dai cancelli dagli imprenditori e che non riuscivano a far fronte all’ondata di lavoro nero – sono le concause dell’incendio dell’Elisabetta Montanari e la prima ragione per cui non si riuscì, nonostante gli sforzi, a estrarre un corpo vivo dalle stive. Chi, come il giovane Fabrizio Freddi, denunciò questo sistema in un’intervista, fu trovato morto «per overdose» (lui che non si drogava) nel luglio del 1987.

Ferracuti, nella sua indagine, cerca e incontra il cardinale Ersilio Tonini, di cui la città ricorda ancora oggi la furibonda omelia ai funerali delle vittime; fornisce soprattutto un ritratto, spietato e lucidissimo, di Enzo Arienti, fondatore della Mecnavi: non riesce a parlare con lui – che nel frattempo è entrato e uscito di galera, ha fatto vari fallimenti e si è trasferito prima a Napoli poi in Molise – e tuttavia ne restituisce i tratti fondamentali grazie al supporto di giornalisti e lavoratori che lo incontrarono. È l’imprenditore italiano medio: nato povero, ignorante, votato solo al profitto e non interessato al rispetto delle regole, Arienti è un provinciale “che ce l’ha fatta” e una figura tragica e grottesca al tempo stesso. Per anni, dopo la tragedia, sosterrà l’ipotesi dell’errore umano e che «I sindacati non li voglio. In questa azienda non li ho voluti e spero che non ci siano nemmeno per il futuro». È insomma uno dei grandi promotori di quel «mercato nero della merce uomo» di cui si è accennato poco sopra. Anche il ritratto di Arienti, a pensarci bene, dice molto dell’Italia di oggi: «La storia italiana» scrive infatti Ferracuti «ci racconta che c’è sempre l’ossessione di un uomo dietro una vicenda collettiva».

Ma Il costo della vita è anche altro: è una riflessione, fatta in progress, sul lavoro del reportage. Ferracuti mette se stesso quasi costantemente sulla scena, raccontando i propri imbarazzi nello stare al telefono con i parenti delle vittime, svelando le tappe di avvicinamento al libro e regalandoci, per esempio, un gustoso e drammatico capitolo, l’ultimo, in cui lui e la moglie volano al Cairo per incontrare il nipote di un ragazzo egiziano rimasto ucciso sulla nave. Cita costantemente i propri autori di riferimento: Volponi, Isherwood, Orwell – di cui ricorda le quattro ragioni dello scrivere, che sono anche sue: semplice egoismo, entusiasmo estetico, impulso storico e scopo politico. Ne viene insomma un libro che parla anche della fatica, del dolore e della bellezza dello scrivere: leggiamo Il costo della vita e veniamo a sapere anche cosa ha significato per il suo autore fare le ricerche e da quale punto di vista politico e intellettuale Ferracuti sta raccontando. E diventiamo infine coscienti, insieme a Walser, che «Lo scrittore non sa tutto. Sa qualcosa di tutto, e intuisce delle cose che nemmeno l’imperatore in persona si immagina».

I conti con il padre

Quella che segue è una recensione di Geologia di un padre, lo strano oggetto letterario che Valerio Magrelli ha da poco pubblicato per Einaudi. L’ho scritta per L’Indice.

magrelliSi vede che a un certo punto bisogna fare i conti col padre. Li aveva fatti circa un anno fa Edoardo Albinati in Vita e morte di un ingegnere, sobrio quanto potente resoconto (scritto nel 1991 ma pubblicato solo ora) di una malattia e di una dipartita redatto a ridosso della scomparsa del genitore e li fa ora, in modo diverso e difficilmente classificabile, Valerio Magrelli con questa Geologia per il padre Giacinto. Diviso in 83 capitoli (ma sarebbe meglio dire frammenti, e su questo torneremo) che corrispondono agli anni che Giacinto aveva al momento della morte, avvenuta nel 2004, il libro è figlio di una disordinata messe di appunti che Magrelli ha raccolto intorno alla figura paterna nella decina d’anni che separano il momento della morte da questa pubblicazione. Introdotta da una serie di disegni autografi di Giacinto, che hanno il vago respiro del mito, e chiusa da una breve silloge di poesie del figlio, questa Geologia prova a mettere ordine nel mucchio di fogli sparsi, di rimandi e memorie fulminanti che hanno caratterizzato l’elaborazione del lutto e la memoria di chi non c’è più. E lo fa non solo attraverso ricordi personali, considerazioni sparse, episodi dell’infanzia dell’autore e della vecchiaia del padre-personaggio, ma anche attraverso citazioni di altri, da Testori a Hugo, da Breton a Stevenson. Ne viene un ritratto dai toni ora accesi ora sommessi ed elegiaci, da cui emerge, anzitutto, la figura ingombrante di un genitore amato e insieme temuto: disordinato, talentuoso, a tratti arruffone, melomane dilettante, Giacinto è stato per Valerio – e per certi versi lo è ancora – una sorta di zenit, una figura di riferimento che Magrelli figlio è stato capace di avvicinare completamente solo a partire dal momento in cui un ictus lo ha reso docile, meno iroso e schermato: «Se mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione, non è, ritengo, per morbosità. […] il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto» scrive infatti Valerio nel frammento 44. Ed è proprio questa fragilità che umanizza e avvicina una figura enigmatica, capace di estrema dolcezza e di improvvise virate in territori bruschi, inospitali, che tengono chiunque gli sia accanto alla debita distanza.

Tutto il libro è giocato, oltre che sul filo del ricordo famigliare, sul tema del confronto tra i due Magrelli: «Il suo ultimo compleanno. Piange ripetendo: “Guarda come mi sono ridotto!” – perché il linguaggio era ormai a brandelli. In compenso, tre anni prima, lo aveva festeggiato davanti a amici e parenti con un discorso che si concludeva così: “Io sono pieno d’odio per il mondo”. Ecco da cosa sto scappando. Ormai sono contagiato, lo so bene, ma non voglio ripetere il suo errore, e soprattutto non voglio trasmetterlo ai miei figli». Eppure, quello che potrebbe essere il solito libro di ricordi sul padre, con la descrizione dei conflitti e delle distanze, è ben altro: è un’archeologia, in senso, verrebbe da dire, sia foucaultiano che letterale, dei rapporti umani e famigliari, dell’origine e l’evoluzione di un affetto che si fa via via origine ed evoluzione del mondo. La morte di Giacinto è infatti, da una parte, l’occasione per il figlio (che è padre a sua volta) di aprire l’album dei ricordi e di avviare un’indagine (mi si passi il termine) sulla storia genealogica del suo ceppo famigliare, ricostruendone per quanto possibile, anche attraverso i nomi dei propri antenati e parenti, la storia e le connessioni; dall’altra, e qui in qualche modo si spiega il perché della geologia del titolo, Magrelli, attraverso la ricerca, in Ciociaria, delle proprie origini, collega l’esistenza del padre, il suo essere lontano e inarrivabile, con i resti millenari di un uomo – l’uomo di Pofi – la cui identità ci viene svelata subito, in epigrafe: «[…] potrebbe toccare proprio a Pofi di dare un contributo decisivo alla migliore conoscenza dei caratteri morfologici [corsivo nostro] dei tipi umani vissuti prima dei neandertaliani […]». Giacinto è dunque un pre-uomo, colui che c’è sempre stato: ogni padre non è che il Primo Uomo per un figlio, ed è in questo solco che l’operazione di scavo (di nuovo l’archeologia, di nuovo la geologia) operata dai frammenti del libro va alla ricerca del segreto che la morte del genitore ha portato con sé ma, allo stesso tempo, ha contribuito a far comprendere: «Eccolo, l’Uomo di Pofi: era mio padre! È lui che sto cercando, mentre mi limito a studiare da lontano la sua culla preistorica. È nella notte della mia infanzia, tra 400,000 e 300,000 anni fa, che si annida il mio diretto progenitore, con armi, vasellame, ossa, rituali. L’Uomo di Pofi, ossia il POFANTROPO!». E ancora: «Che c’entro, io, con quell’uomo depresso, Giove furente, Saturno pofantropico? […]. È proprio come se il mio amore per lui avesse a che fare con un’origine remota, con una differenza insanabile».

Questo, in termini generali, mi pare il senso di Geologia di un padre. All’archeologia, come dicevo, si accompagna anche una linea tematica più semplice e mappata: perché il pofantropo malato è un uomo che si mostra sempre più debole, che si spegne e che, per la prima volta, ha bisogno dell’aiuto del figlio. Questa debolezza – che Giacinto rifiuta e combatte finché può – offre il destro a Magrelli per ripensare i momenti della loro vita in comune in cui la cattedrale delle certezze rappresentata dal padre ha cominciato a scricchiolare: penso all’episodio, per esempio, in cui il padre si vergogna davanti a un collega perché deve fingere di conoscere l’inglese; ma penso soprattutto alla considerazione che apre il frammento 67: «Uno dei grandi dolori che dovetti affrontare, fu quando compresi di averlo superato, nei gusti, nelle competenze, nelle informazioni. È la cosa più bella che possa accadere a un genitore o a un maestro, certo, ed egli sapeva apprezzarla. Però, almeno all’inizio, […] non c’era più nessuno a ripararmi, adesso ero io a dovermi prendere cura di qualcuno». Il padre diventa figlio, in qualche modo, e Magrelli l’aveva già capito nel frammento 16, quando scriveva: «Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato».

Un’ultima considerazione sulla Nota che chiude il volume. Magrelli scrive che la Geologia costituisce l’ultimo movimento di una quadrilogia iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne: secondo una pratica sperimentata di riscrittura (di cui ci sono esempi anche all’interno del testo), il libro riprende e recupera brani degli altri movimenti e li rimette in moto inserendoli in un nuovo contesto. È un processo che l’autore chiama di autotrasfusione: ogni romanzo di Magrelli è dunque in qualche modo figlio del precedente, e lo è fino alla trasposizione di interi passaggi. Non sono molti i libri italiani la cui forma è, in qualche modo, lo specchio del contenuto: la Geologia è la storia di una filiazione, di un rapporto profondo che, una volta spezzato, viene ricostruito fino all’origine; la forma e la struttura con cui questo tema viene sviluppato sono a loro volta figlie di tutto ciò che Magrelli ha scritto e pensato e pubblicato prima del suo ultimo libro: a livello di stile c’è dunque, in tutta l’opera di Magrelli, una continuità estrema, una sorta di paternità circolare di cui, giustamente, Geologia di un padre viene segnalato come il punto culminante.