Una Venezia del dolore

Ad Auschwitz, vent’anni dopo 

Sono tornato ad Auschwitz, esattamente vent’anni dopo la prima volta che ci ero stato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1998, prendemmo da Cracovia un autobus di linea che, in poco più di un’ora, ci portò nella cittadina di Oświęcim: insieme a noi viaggiavano quasi solo turisti, un gruppo sparuto di persone con gli zaini che, quando l’autista si fermò in prossimità di un parcheggio in periferia della città, si alzò dai propri posti, si avvicinò a lui e domandò, indicando un gruppo di edifici di mattoni rossi che si intravvedeva dietro alcuni alberi, se quello fosse il campo di concentramento. Era una mattina tiepida, c’era un po’ di vento; scendemmo nel piazzale semideserto e ci colpì immediatamente la vista di alcuni palazzi residenziali altri tre piani, le cui finestre si affacciavano sul perimetro spinato del campo. Avevo letto su un quotidiano, poco prima della partenza per le vacanze, che alcune associazioni di sopravvissuti nei mesi precedenti si erano lamentate con i gestori del campo perché, appena fuori dal cancello d’ingresso – quello dove campeggia la sarcastica e brutale scritta Arbeit macht frei – era stata autorizzata l’apertura di un piccolo negozio, che vendeva rullini per macchine fotografiche.

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La sofferenza della Polonia II

Varsavia
Arriviamo a Varsavia la sera tardi; ci hanno messo in una dependance dell’aeroporto Chopin: si tratta di un gabbiotto di vetro e ferro, figlio di chissà quale speculazione edilizia, dove tutto è praticamente a vista: il deposito bagagli, ben visibile attraverso una membrana di plastica mentre gli inservienti scaraventano le nostre valigie sul nastro trasportatore, la zona check-in, che si incrocia con quella del controllo passaporti, la sala d’attesa delle partenze, percepibile al di là di una filigrana di cemento. Le hostess di terra sono vestite come Ninočka, e hanno lo stesso piglio che la Garbo ha nel corso del primo tempo. Girano e rigirano tra le mani le carte d’identità, a volte chiedono se quel numero lì non sia per caso una data di scadenza del documento o un diavolo di codice italiano o chissàchecosa. Le operazioni però sono veloci. Continue reading “La sofferenza della Polonia II”