Una Venezia del dolore

Ad Auschwitz, vent’anni dopo 

Sono tornato ad Auschwitz, esattamente vent’anni dopo la prima volta che ci ero stato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1998, prendemmo da Cracovia un autobus di linea che, in poco più di un’ora, ci portò nella cittadina di Oświęcim: insieme a noi viaggiavano quasi solo turisti, un gruppo sparuto di persone con gli zaini che, quando l’autista si fermò in prossimità di un parcheggio in periferia della città, si alzò dai propri posti, si avvicinò a lui e domandò, indicando un gruppo di edifici di mattoni rossi che si intravvedeva dietro alcuni alberi, se quello fosse il campo di concentramento. Era una mattina tiepida, c’era un po’ di vento; scendemmo nel piazzale semideserto e ci colpì immediatamente la vista di alcuni palazzi residenziali altri tre piani, le cui finestre si affacciavano sul perimetro spinato del campo. Avevo letto su un quotidiano, poco prima della partenza per le vacanze, che alcune associazioni di sopravvissuti nei mesi precedenti si erano lamentate con i gestori del campo perché, appena fuori dal cancello d’ingresso – quello dove campeggia la sarcastica e brutale scritta Arbeit macht frei – era stata autorizzata l’apertura di un piccolo negozio, che vendeva rullini per macchine fotografiche.

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