What Is Going to Happen to Books?

La scorsa settimana, in occasione della XIV Settimana della lingua italiana nel mondo, ho girato un po’ per il nord Europa per parlare di Books in Italy e di nuove frontiere dell’editoria. Sono stato ospite, prima, dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e, poi, dell’Ambasciata Italiana in Finlandia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Helsinki – città dove l’Italia era ospite d’onore alla Fiera del libro. Questo è quello che ho detto.
Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca che ha rivisto la prima versione del testo.

My speech will be divided in two parts: in the first one, I will try to reflect upon the so-called digital era and the possibile perspectives for publishers, authors and readers. I’m not a publisher, but I’m a writer and a reader and, above all, I live in the world of books. In the second part of the speech, I will show you the project of the website we launched in Italy to promote our literature abroad.
But, firstly, I’d like to tell you a story. Continua a leggere “What Is Going to Happen to Books?”

Gli intagliatori del legno #2

Pensieri sparsi sulla fine dei libri (il pezzo è un’ideale continuazione di questo)

Esistono almeno due tipologie di libro ricattatorio: il primo tipo è quello dei libri scritti con toni sapienziali, vagamente lirici e che mirano a risvegliare il poetico in chi legge mentre, sotto, l’intento non dichiarato è quello di “insegnare a vivere”. Esiste almeno uno scrittore molto noto e molto amato che scrive in questo modo, ma se mi addentrassi a studiare approfonditamente il problema so bene che vi troverei un esercito. Il secondo tipo è meno grossolano, ma proprio per questo più subdolo: è il libro scritto dallo scrittore “buono”, quello moralmente impeccabile, che si occupa di storie edificanti – che magari c’entrano con l’emigrazione o con la criminalità – e che sa far piangere e, soprattutto, far riflettere. «Non puoi non leggermi» dicono queste due tipologie di libri. E nello specifico: «Se non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, non avere un animo poetico, quella sensibilità che io so risvegliare con i miei aggettivi e quella voglia arcaica di stare ad ascoltare qualcuno più vecchio di te che di vita ne ha già fatta e te la vuole raccontare». E ancora: «Sei non mi leggi sei un mostro: non puoi, infatti, tu che possiedi un animo sensibile ai problemi della nostra società, non voler leggere questa storia tragica di emigrazione, l’epopea semplice di questa famiglia/ragazzo/bambina in fuga da un mondo che la opprime e la ucciderebbe; seguila insieme a me, amico, vediamo se ce la fa a realizzare il suo sogno di emancipazione, se riesce a riscattarsi nel lavoro onesto/a ricongiungersi con il resto dei suoi cari/a liberarsi dalle ombre di un passato violento». Continua a leggere “Gli intagliatori del legno #2”

Dell’inizio

moby dickTutti parlano del finale, ma a me ciò che colpisce di un libro è l’inizio. L’inizio è quasi tutto: circa un terzo del tempo che dedico alla stesura di un libro è volto a trovare l’attacco giusto. In un’intervista che ha rilasciato dopo la pubblicazione di Libertà (Einaudi), Jonathan Franzen disse che per scrivere il libro aveva impiegato nove anni, di cui otto per la prima pagina e uno, l’ultimo, per le restanti seicento. Sembra una boutade, ma io ci credo: un attacco buono è la rampa di lancio per un libro buono. Amo gli incipit, forse, per colpa di mio padre: un giorno, quando ero bambino, papà mi disse che da giovane aveva letto un libro di Joseph Heller, Comma 22 (Bompiani), il cui attacco l’aveva lasciato senza fiato: «La prima volta che […]* vide il cappellano, si innamorò pazzamente di lui». Questa è in realtà la seconda frase del romanzo, ma non importa: io ormai avevo capito che se l’inizio è, per così dire, un pugno in faccia al lettore, il lettore è tuo.

Così ho cominciato a segnarmi gli incipit, a capire come facevano gli altri – i grandi scrittori del passato – a entrare nelle loro storie: c’è Dostoevskij, che cominciava le Memorie dal sottosuolo con una cosa tipo «Sono un uomo malato, sono astioso, credo di essere malato di fegato»; c’era l’inizio forse più celebre di tutti i tempi, quello di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»; c’era l’incipit “angelico” di Moby Dick: «Chiamatemi Ismaele». Non “Mi chiamo”, dunque, ma “Chiamatemi”. Poi c’erano l’inizio sorprendente delle Metamorfosi di Kafka, quello micidiale dello Straniero di Camus. In Italia, c’erano Paolo Volponi, che attacca Il pianeta irritabile (Einaudi) con un bellissimo «Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti», e Gli esordi di Antonio Moresco (oggi Mondadori), che cominciano così: «Io, invece, mi trovavo a mio agio in quel silenzio». Invece cosa? Invece tutto. Invece qualcosa che c’è stato prima, che non ci verrà mai detto ma che, forse, ci verrà svelato nel mondo creato da questo libro e dal suo autore. Perché, alla fine, la letteratura è questo: qualcuno che comincia a raccontare qualcosa che non è uguale a niente di ciò che c’è stato prima. Qualcosa che c’è invece.

*Mio padre non si ricordava il nome del personaggio, che è Yossarian.

Una sopresa

lotta_per_nascereIl 28 febbraio, dopo vari rinvii e un’attesa che – se la memoria non mi tradisce – dura da quattro o cinque anni (ecco, mi ha tradito), uscirà in tutte le librerie una raccolta di saggi dal titolo La lotta per nascere. Nove tesi su Antonio Moresco (Effigie). E’ un libro che rappresenta il primo punto critico sull’opera, i temi e lo stile di Antonio dagli esordi con Bollati Boringhieri al Caos. Nelle pagine online dedicate al libro figuro come curatore, ma in realtà ho fatto soltanto un po’ di lavoro redazionale e solo marginalmente mi sono occupato della curatela. Nel libro, che ha una prefazione firmata da Carla Benedetti, ci sono nove interventi di nove studiosi diversi, e c’è una particolarità: fuorché in un caso che non vi dico, si tratta di estratti, riveduti e corretti, di tesi di laurea o di dottorato. C’è anche un mio pezzo, dedicato al concetto di spazio in Canti del caos. Questo è un brevissimo passo:

[…]
Luoghi di sosta e di rilancio
Canti del caos è costruito su una serie di luoghi apparentemente moltiplicabili all’infinito. È in realtà molto semplice, anche se un po’ affettato, stabilire preliminarmente due grandi aree topologiche e conferire loro lo statuto almeno apparente di statico e dinamico: i “canti” sono di primo acchito la parte statica dell’opera, il piano (i piani) delle vicende narrate sono la parte dinamica. Si tratta solo di un’ipotesi di partenza, il tentativo di suddivisione del testo in due macroaree. Il “canto”, come si è più volte detto, è il punto in cui un personaggio prende voce e parla. La narrazione si interrompe e per alcune pagine una voce spesso mai sentita prima si racconta, parla di sé e del proprio ruolo all’interno del discorso. È una pausa, una cesura momentanea. Lo schema generale di un “canto” è questo:

– al narratore viene data (o prende) la parola, ed egli comincia il proprio discorso presentandosi al lettore (o ai personaggi in quel momento presenti sulla scena);
– il narratore descrive se stesso (anche fisicamente);
– il narratore descrive il proprio ruolo all’interno del libro: espressioni come “a me è stato dato il compito di…”, “io sono quello che…” sono abbastanza frequenti nel corso di queste parti del testo;
– il narratore racconta una storia, un episodio della sua vita che non è necessariamente collegato al plot, ma che inevitabilmente darà il via a un altro possibile filone narrativo.
Definire “statica” la struttura dei “canti” è sicuramente inesatto, e il quarto punto del mio piccolo schema dovrebbe già dimostrarlo […].

Infine, nella foto che segue, potete ammirare l’editore Giovanni Giovannetti che finge di leggere l’ultimo nato di casa Effigie:
Giovannetti_Lotta