Un’etica immorale?

C’è un retrogusto liberale che mi disturba – anche se non saprei dire bene perché e in quale misura – mentre leggo Un’etica senza Dio di Eugenio Lecaldano. Si tratta di un pamphlet chiaro e scorrevole che cerca di contrastare la diffusa credenza che un’esistenza autenticamente morale sia possibile soltanto a patto di credere in Dio e, allo stesso tempo, prova a edificare un’etica che escluda la presenza dei precetti divini dalla condotta di ciascuno. Per fare questo, in quella che lo stesso autore definisce la pars construens del suo libello, Lecaldano chiama in causa Hume, Kant, Stuart Mill, addirittura Adam Smith, e arriva in sostanza a dire che: «Solo quando un individuo assume su di sé la responsabilità di ciò che ha fatto, avanzando le sue ragioni, testimonia il suo accesso nella sfera morale. È proprio sotto questo profilo che appare netta la divaricazione tra prospettiva morale e prospettiva religiosa: la stessa possibilità di essere un soggetto moralmente responsabile richiede dal nostro punto di vista un atto di auto-affermazione, di consapevolezza, di autonomia e libertà individuali, laddove la prospettiva religiosa è spesso incline a condannare tale condizione come un peccato di orgoglio, una sorta di peccato originale». È forse proprio questa affermazione prepotente dell’io vista di pari passo con l’assunzione di responsabilità – la responsabilità, quella sì, mi sembra un concetto etico fondamentale – che mi tiene lontano: in definitiva, da profano quale sono, leggo nelle parole di Lecaldano niente di più che un’affermazione dell’individualismo.

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L’origine del sacro, o di come abiurai la religione cattolica

Più che per fede – che anche quando ero molto giovane non ho mai praticato granché, oscillando a seconda delle stagioni tra forme vaghe di ateismo, di agnosticismo, di indifferenza e, infine, di fervore religioso autoimposto allo scopo di verificare il mio livello di misticismo –, più che per fede, dicevo, quando avevo otto o nove anni ho fatto per qualche mese il chierichetto per stare con gli altri. Molti miei amici lo facevano: dicevano che era facile, divertente e, soprattutto, che facendolo si poteva finalmente scoprire com’era fatta la sagrestia, quali erano le stanze recondite nascoste nella pancia della chiesa, e mentre si aspettava l’inizio della messa, infine, si poteva stare seduti nel maestoso coro di legno ricavato nell’abside. Abbiamo servito messa, insomma, perché volevamo vedere che cosa c’era dietro la messinscena dei paramenti che ogni settimana ci si ergeva davanti. Eravamo tutti bravi ragazzi: studiosi più o meno, avevamo tutti preso i nostri sacramenti, andavamo a catechismo e non avevamo ancora cominciato a saltare la messa della domenica per andare in sala giochi pagandoci la partitella coi soldi dell’offerta.
Alcuni minuti prima della messa ci trovavamo nel retro della sagrestia, dove era stato allestito un piccolo spogliatoio: lì ci cambiavamo, ci mettevamo le gonne – nere nelle domeniche normali, rosse in quelle speciali – parlavamo di videogiochi e di figurine; poi veniva il momento di fare la piccola riunione seduti nel grande coro di legno dietro l’altare. Lì, i più grandi ci contavano e distribuivano i compiti: «Tu fai la comunione e il piattello», «Tu fai la campanella» dicevano, e se ti capitava qualcosa che non avevi ancora fatto ti veniva spiegato come eseguire il compito.

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