Su “Randagi” di Marco Amerighi

È la recensione del libro di Amerighi, uscito la scorsa settimana per Bollati Boringhieri, che ho scritto per TuttoLibri della Stampa del 28 agosto.

C’è un buco nero e profondo, nel genio famigliare dei Benati – la stirpe protagonista di Randagi di Marco Amerighi: e non è, o non è necessariamente, quello annunciato alla prima riga del romanzo, vale a dire quella caratteristica propria di tutti i maschi che li porta, da generazioni, a dileguarsi, a scomparire letteralmente nel nulla per periodi più o meno lunghi e infine a tornare a casa senza dare spiegazione alcuna; è piuttosto, questo genio, una vocazione al fallimento, alla rinuncia: è così per nonno Furio, il Benati con cui si apre il romanzo, disperso in Etiopia e dato per morto, e che invece ad Addis Abeba costruisce una famiglia che abbandona quando suo padre lo scova e gli impone di tornare in Italia – nessuno saprà mai quanto dolore ha provato per questa separazione, ma quel che è certo è che la sua vita diverrà una sequela continua di autopunizioni e tentativi di espiazione;

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