Ivan Bunin, Giorni maledetti

Questa recensione di Giorni maledetti, il diario della guerra civile sovietica scritto da Ivan Bunin e pubblicato recentemente da Voland, è uscita ieri su TuttoLibri.

Nobile d’origine e aristocratico di pensiero, Ivan Bunin accolse la Rivoluzione d’Ottobre come una catastrofe da cui gli fu impossibile cavare il benché minimo conforto. Rimase a Mosca finché gli fu possibile, trascorrendovi l’anno delle rivoluzioni e parte del 1918, poi si trasferì a sud, a Odessa, da cui vide infuriare la guerra civile; quando capì che le cose sarebbero precipitate e che la sua stessa vita era in pericolo si imbarcò e, attraverso il Bosforo, raggiunse l’Europa occidentale. Era il 1919: a Parigi si costruì in fretta, nell’ambiente dell’emigrazione russa, una seconda vita e una prestigiosa carriera intellettuale, che l’avrebbe portato, nel 1933, a essere il primo russo a vincere il Nobel per la Letteratura e a dare il via a una tradizione di laureati dissidenti che annovera Pasternak, Solženicyn e Brodskij. Non tornò più nella madrepatria, che del resto ormai non sapeva riconoscere: morì nel 1953, pochi mesi dopo l’odiato Stalin.

61Ia-3kvLBSNel trentennio parigino pubblicò moltissime opere tra cui, prima in rivista e poi in volume, questo Giorni maledetti, che altro non è se non la cronaca in presa diretta, scritta in forma di diario e per frammenti, degli ultimi due anni trascorsi in Russia. Diviso in due parti (Mosca 1918 e Odessa 1919), Giorni maledetti è un documento straordinario, che viene tradotto in italiano per la prima volta da Voland in un’edizione curata da Marta Zucchelli che, oltre a tradurre, si occupa degli apparati e scrive un’illuminante prefazione che inserisce il diario nella trama complessa delle opere di Bunin e ne fa capire l’eccezionalità. L’attenzione ai paratesti non è di secondaria importanza, perché questo diario è qualcosa di diverso, perfino di inaudito anche per gli estimatori dello scrittore: qui, infatti, del Bunin elegante, elegiaco e ricercato delle opere maggiori non c’è quasi traccia. Queste sono pagine attraversate da un furore insopprimibile, da odio e terrore – per sé e per la patria –, e questi sentimenti, che Bunin non fa nulla per censurare visto che, in origine, si tratta di una scrittura privata, finiscono per spaccare la prosa, che si fa, soprattutto nella parte moscovita, breve e isterica. Bunin insulta senza remore i bolscevichi, a cominciare da Lenin, per descrivere il quale arriva a riesumare l’atlante criminale di Lombroso (il volto pallido, gli zigomi ampi, la mandibola marcata, gli occhi incavati), e i suoi colleghi: così, il poeta Brjusov è un voltagabbana, Majakovskij un idiota e un grezzo, Blok – che all’epoca era famoso come una pop star – uno stupidotto che va dove tira il vento. In generale, scrive Bunin, gli scrittori russi stanno violentando il linguaggio, lo sporcano col gergo del volgo e vanno tutti dietro alla riforma ortografica imposta dai bolscevichi. Questo è uno degli aspetti più curiosi e rivelatori della personalità dell’autore: nel 1918 l’ortografia russa venne snellita sopprimendo grafemi omofoni e semplificando certe regole; ebbene, Bunin fu tra coloro che rifiutò di adeguarsi, e lo scrive con orgoglio, così come con orgoglio rifiutò il nuovo calendario o di chiamare Pietrogrado la città di Pietroburgo. Sono tutte piccole spie di una personalità forte, che guarda crollare con terrore e rabbia il mondo in cui da sempre si riconosce: elogia i privilegi della nobiltà, conquistati con il lavoro e la lealtà allo zar, ma soprattutto non si dà pace di fronte alla violenza e alle efferatezze compiute dai bolscevichi, ai quali rimprovera non solo la distruzione del suo mondo, ma anche il fatto di essere, in sostanza, una banda di teppisti e di dilettanti (leggetevi i passi, fulminanti, dedicati al Commissario del popolo Lunačarskij).

Paradossalmente, la prosa nella parte odessita è più distesa: qui Bunin si lascia andare a qualche ricordo o all’osservazione di certi fenomeni naturali, e scrive in modo più ampio e calmo. Il paradosso sta nel fatto che, mentre scrive, la guerra civile si incrudelisce e le sue speranze si fanno nulle: nasconde i suoi diari così bene che, al momento della partenza per l’occidente, non saprà più trovare molte parti e dovrà abbandonarle. Legge compulsivamente i giornali trovandovi solo sconfitte, proclami e menzogne, riporta stralci di conversazioni con amici e gente comune, dai quali emerge il ritratto di un popolo tremebondo, sfinito dalla guerra e dalla fame e fatalista. Gli sembra di non saper più dar vita, sulla pagina, all’orrore che prova, ma sa far affiorare, per certi brevi tratti, quella malinconia dal sapore antico che è la cifra delle sue opere maggiori: «I nostri figli, i nipoti non saranno in grado nemmeno di raffigurarsi quella Russia in cui un tempo (cioè ieri) noi abbiamo vissuto, che non abbiamo apprezzato, che non abbiamo capito – tutta la sua potenza, la complessità, la ricchezza, la felicità…». Ecco, anche la Russia ha avuto il suo “mondo di ieri” e l’ha abbattuto, trovando in Ivan Bunin il suo cantore infelice e furibondo.

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