Ivan Bunin, Giorni maledetti

Questa recensione di Giorni maledetti, il diario della guerra civile sovietica scritto da Ivan Bunin e pubblicato recentemente da Voland, è uscita ieri su TuttoLibri.

Nobile d’origine e aristocratico di pensiero, Ivan Bunin accolse la Rivoluzione d’Ottobre come una catastrofe da cui gli fu impossibile cavare il benché minimo conforto. Rimase a Mosca finché gli fu possibile, trascorrendovi l’anno delle rivoluzioni e parte del 1918, poi si trasferì a sud, a Odessa, da cui vide infuriare la guerra civile; quando capì che le cose sarebbero precipitate e che la sua stessa vita era in pericolo si imbarcò e, attraverso il Bosforo, raggiunse l’Europa occidentale. Era il 1919: a Parigi si costruì in fretta, nell’ambiente dell’emigrazione russa, una seconda vita e una prestigiosa carriera intellettuale, che l’avrebbe portato, nel 1933, a essere il primo russo a vincere il Nobel per la Letteratura e a dare il via a una tradizione di laureati dissidenti che annovera Pasternak, Solženicyn e Brodskij. Non tornò più nella madrepatria, che del resto ormai non sapeva riconoscere: morì nel 1953, pochi mesi dopo l’odiato Stalin.

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I demoni russi. Un frammento

Metto qui le prime due pagine dell’introduzione ai Racconti di demoni russi (Il Saggiatore), dove si parla di Vrubel’ e di strane possessioni

«Sono scomparsi col tempo nel buio,
come follia o ispirazione,
la sua fronte senza corna
e la sua riflessione severa».

Andrej Belyj, Il demone, 1908

In un affettuoso resoconto degli ultimi anni trascorsi su questo mondo da Michail Vrubel’, il poeta simbolista Valerij Brjusov raccontò di come il pittore, ormai sopraffatto dalle sue ossessioni e dalla follia, parlasse con orrore di una delle ultime grandi opere che la salute gli aveva concesso di comporre, Ostrica con perla, confidando all’amico, in un sussurro, che quel quadro lo tormentava come una maledizione. Ormai ricoverato in una clinica per malati di mente e quasi del tutto cieco, Vrubel’ si stupiva di come, nella raffigurazione di quella conchiglia che sembra contenere l’universo intero, egli fosse stato spinto a rappresentare due figure femminili, immagini forse di sirene o di divinità marine, di cui però almeno una – credo la seconda, quella che sta più in basso – era scaturita dal suo pennello come all’improvviso e contro la sua stessa volontà. VrubelVrubel’, che aveva poco più di cinquant’anni ma sembrava un vecchio, era convinto che in quella seconda figura fosse raffigurato lui. «È lui» diceva «Sta facendo cose come questa ai miei quadri. S’è preso questo potere perché io, senza esserne degno, ho dipinto il Cristo e la Madre di Dio. Ha stravolto tutti i miei lavori…». Raccontando questo episodio, Brjusov non ebbe nemmeno bisogno di specificare chi fosse quel lui a cui il pittore si riferiva: era chiaro, a lui come ai lettori del suo memoir, che l’immagine che accompagnò gli ultimi anni di Vrubel’ era quella del diavolo che, insinuandosi perfino nei suoi quadri, veniva a punirlo per una vita vissuta nel peccato.
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