Che cosa c’è di là

È uscita, per un piccolo editore con cui collaboro, Cinque terre, un’antologia di racconti che parla di scrittori e di scrittura. Si intitola Vite immaginate, un po’ à la Schwob, e contiene un pugno di storie apocrife, per così dire: ho chiesto infatti a un gruppo di scrittrici e scrittori amici di immaginare un momento – uno solo – della vita del loro autore o autrice preferiti e di raccontarlo. Quella che segue è la piccola prefazione al volume.
Il ricavato delle vendite andrà in beneficienza alla Croce Rossa di La Spezia.

71c+LlX2xqLUno dei diritti della letteratura – strana espressione, “diritti della letteratura”, lo so: di solito si arriva al massimo a dire che ci sono dei diritti del lettore – è, da sempre, quello di prendere un pezzo di realtà, di mondo, e trasfigurarlo, modificarlo, renderlo vicino se è lontano e lontano se è vicino; ancora: la letteratura può permettersi, perché sa farlo, di entrare nella testa di qualcuno e mostrarcene i pensieri più reconditi e le ossessioni. Questo vale sia se la persona nella cui testa si scava è un Renzo, vale a dire un personaggio inventato e che può essere modellato a piacimento da chi scrive, che un Napoleone, vale a dire un personaggio che nel mondo ha vissuto davvero, e al quale si deve il rispetto dovuto ai fatti della Storia e alle opinioni degli altri. La letteratura ha questo potere di valicare i confini, di mescolare reale e immaginario, storia e racconto, verità e finzione.

Ecco, in questa piccola antologia abbiamo fatto valere questo diritto alla mescolanza, la possibilità di andare oltre la realtà mettendo in scena personaggi realmente esistiti ai quali si attribuiscono pensieri e parole fittizi. Con una complicazione: i protagonisti di questo pugno di racconti sono tutti grandi scrittori, ossia persone che, nella vita, hanno esercitato, ciascuno a suo modo, quel diritto di cui si diceva, e ai quali abbiamo chiesto, per una volta, di diventare loro stessi dei personaggi, di farsi “usare” da qualcun altro. Abbiamo chiamato alcuni dei migliori tra le scrittrici e gli scrittori italiani contemporanei e abbiamo chiesto loro di regalarci un racconto su un momento particolare, o cruciale, della vita dei loro autori preferiti. In pratica, abbiamo chiesto loro di confrontarsi con i loro Maestri – cosa non facile, soprattutto in letteratura. Hanno risposto tutti con grande entusiasmo, e il risultato è questa raccolta che attraversa i generi letterari, che in alcuni passaggi fa parlare gli autori in prima persona, che riporta lettere, cita opere ed estratti ma, allo stesso tempo, viaggia con la fantasia, reinterpreta, costruisce a volte scenari fantastici.

Prendete il primo, bellissimo racconto, Una giornata estiva: lo ha scritto Paolo Zardi pensando al suo autore preferito, Vladimir Nabokov. È un racconto labirintico, perché non si può parlare di Nabokov in modo lineare: significherebbe non portargli rispetto, e non avere imparato la lezione di questo gigante che ha fatto della ricerca formale e del dettaglio i suoi motivi fondamentali; così, il racconto di Zardi comincia come un’autobiografia e ci porta prima in Danimarca e poi oltreoceano, e lo fa attraverso i racconti di diversi narratori, ciascuno dei quali custodisce una storia legata a uno scrittore: al centro di questo vertiginoso gioco di specchi, o meglio, di scatole cinesi, c’è una bambina a cui è stato dato il nome di Vera, così come si chiamava la moglie di un Vladimir Nabokov che ci viene raccontato mentre, in taxi, si allontana dal porto di New York dopo essere fuggito dall’Europa ed emigrato negli Stati Uniti.

Michela Marzano, invece, sceglie il flusso di coscienza e decide di raccontarci gli ultimi, nerissimi momenti di Virginia Woolf prima che andasse ad affogarsi nel fiume Ouse. È un racconto il cui tono è modellato, tra le altre cose, sulla lettera d’addio che Woolf scrisse al marito Leonard, ma che è scandito da una serie di ritornelli (“Le voci”, ma soprattutto quel “Tic tac” messo lì a far scorrere un tempo che, per la protagonista, si sta facendo sempre più vicino allo zero) che conferiscono al testo, e al gesto estremo che vi si compie, un carattere ossessivo, angoscioso.

Ha decisamente un altro tono il racconto di Gianluca Morozzi: è dedicato a Mary Shelley, ma i veri protagonisti sono, forse, due ragazzi bolognesi di oggi e uno strambo supereroe con una bizzarra gestione dei superpoteri, che è però in grado di farli viaggiare nel tempo facendo loro incontrare Mary. Non è però solo un gioco, L’ora del tè con Mary Shelley: è un racconto che collega l’autrice di Frankenstein a Bologna, parlando di galvanismo e degli esperimenti sulla resurrezione dei cadaveri tramite elettricità che davvero si fecero nel XVIII secolo e che furono una delle fonti di ispirazione dell’autrice.

Nel Cappello di Paolo Volponi Alessandra Sarchi riproduce una piccola parte del carteggio che, all’inizio degli anni Settanta del Novecento, il grande scrittore ebbe con lo storico dell’arte Federico Zeri. A suo modo, questo testo, che sta a metà tra il racconto e il saggio narrativo, è la storia di un apprendistato: quello di Paolo Volponi all’arte contemporanea e al collezionismo. E l’epigrafe scelta da Alessandra Sarchi calzerebbe a pennello per tutto il presente volume.

È una sorta di lunga lettera a un amico (i lettori più avveduti si divertiranno a immaginare chi sia) quella che il Joyce immaginato da Federica Manzon scrive in un momento per lui drammatico: quando fu costretto ad abbandonare l’amata Trieste. Era il 1918, lui aveva in tasca un poemetto autobiografico in prosa, Giacomo Joyce: composto in Italia, canta un amore triestino a cui il racconto di Federica allude, reimpastando passi joyciani e raccontando, da un punto di vista inedito, anche di questa città che tanta importanza ebbe nella vita e nell’opera dello scrittore irlandese.

I figli sepolti immagina una visita dell’NKVD, la polizia politica che sarebbe poi diventata il KGB, a casa di Osip e Nadežda Mandel’štam. Nel 1933, Osip aveva composto, senza scriverla su nessun foglio, una poesia in cui insultava apertamente Iosif Stalin. In quello stesso anno, o forse nell’anno successivo, ebbe l’imprudenza di recitarla davanti ad alcune persone, una delle quali era a sua insaputa un informatore del regime. Da lì, cominciarono i guai per i Mandel’štam: prima l’esilio a Čerdyn’, negli Urali, poi a sud, a Voronež, fino alla condanna ai lavori forzati in Siberia e alla morte, avvenuta nel 1938 in un campo di transito. I primi versi di quella poesia sono posti in esergo al racconto.

Sylvia Plath commise suicidio nella sua casa di Londra l’11 febbraio 1963, lasciando un biglietto che, anziché essere l’ultimo, nel racconto di Viola di Grado è il primo di una serie di messaggi, richieste d’aiuto, suppliche e contraddizioni che aiutano chi legge a ripercorrere a ritroso nel tempo gli ultimi dieci giorni di una delle voci più sbalorditive della poesia americana del XX secolo. Qualcuno sostiene che, in realtà, Plath non avesse davvero l’intenzione di uccidersi, quel giorno, ma che la sua fosse una richiesta d’aiuto portata disgraziatamente troppo all’estremo. Non lo sapremo mai. Quello che possiamo fare, che la letteratura può fare, è descrivere a ritroso quegli ultimi, terribili giorni, così da tenerla sempre viva.

Piero Colaprico racconta, spalmandola su vent’anni, la tormentata nascita di uno dei grandi libri del giornalismo italiano del Novecento, quel Provinciale che, pare, Giorgio Bocca aveva inizialmente concepito e cominciato come un romanzo e che, dopo molti ripensamenti (e molti bagni all’Idroscalo di Milano…), divenne quello splendido ibrido tra reportage e autobiografia che noi tutti conosciamo. In mezzo, in un racconto che è sì breve, ma è densissimo, trovano posto l’Italia delle stragi, le Olimpiadi di Monaco ’72, la morte del generale Dalla Chiesa, nonché le scelte di vita e di lavoro di uno dei Maestri del nostro Novecento.

Chi racconta, invece, dell’incredibile vita di Mark Twain, nello splendido racconto che chiude questo libro? È qualcuno che, a un certo punto, ha intrapreso un viaggio lungo il Mississippi in compagnia di un amico, Tom Sawyer. Ma Tom Sawyer non esiste davvero: è un personaggio di Mark Twain. Dunque anche il narratore di questo racconto non esiste davvero, e racconta la vita del suo autore come se fosse egli per primo un personaggio di finzione. E, in parte, il Mark Twain di Michele Cocchi lo è: c’è per esempio, per ricordarcelo, il passaggio di una cometa.

È bello che un’antologia di questo tipo si concluda con un ribaltamento totale dei piani, e che siano i personaggi a prendere in mano la penna e a raccontare la vita di chi li ha scritti. Avevamo cominciato, se ricordate, con un gioco di specchi e chiudiamo nel migliore dei modi: attraversandoli per andare a vedere che cosa c’è di là.

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