Madrigale senza suono – Argomento

Comincio con la pubblicazione di questo pezzo una breve serie di testi di accompagnamento al romanzo che esce, in cui cercherò di spiegare, prima a me stesso e poi a chi avrà la pazienza di seguirmi, che cos’è Madrigale senza suono, perché è stato fatto e come. Ma così, giusto per ingannare l’attesa.

Siccome Il giardino delle mosche portava come sottotitolo Vita di Andrej Čikatilo, Madrigale senza suono, che è l’ulteriore e ultimo elemento della piccola costellazione che i miei libri sono andati via via formando nel corso degli anni, è una Morte di Carlo Gesualdo, principe di Venosa.

gesualdo

Il 20 agosto del 1613, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, ricevette, mentre si trovava nel suo castello arroccato sulla collina della cittadina irpina di Gesualdo, la notizia della morte del figlio primogenito: Emanuele era caduto da cavallo e lasciava il padre, che detestava, senza eredi maschi. Pare che, ricevuta la notizia, Gesualdo desse mandato ai suoi segretari di redigere il suo testamento e si chiudesse, per lasciarsi morire di inedia, nella stanza dove da sempre aveva composto la sua musica sbalorditiva. Morì l’8 settembre del 1613, lasciando un feudo, una seconda moglie, Leonora d’Este, che si liberava del peso di un matrimonio di convenienza, di una solitudine sempre più feroce e della lontananza forzata dalle sue terre, sei libri di madrigali a cinque voci che sono uno dei vertici sonori della sua epoca, dei responsorii, dei mottetti e dei canti sacri, e il dubbio che quel cattivo carattere, quell’oscurità che lo circondava, quell’ipocondria manifesta e paralizzante, ma anche il genio che lo aveva attraversato mentre componeva, fossero figli di una notte, quella tra il 16 e il 17 ottobre 1590 quando, ventiquattrenne, insieme ai suoi creatiaveva barbaramente ucciso, nei suoi appartamenti di piazza San Domenico a Napoli, la prima, amatissima e splendida moglie, Maria d’Avalos, e il di lei amante, Fabrizio Carafa. Secondo il diritto dell’epoca, era pieno diritto del marito cornuto uccidere moglie e amante purché i due venissero colti di sorpresa (vale a dire: purché non ci fosse premeditazione), e l’assassinio fosse figlio di un impulso, di una rabbia feroce e improvvisa, figlia della sorpresa e del disincanto. Da tempo, tutta Napoli sapeva che Maria e Fabrizio erano amanti, e qualcuno perfino mormorava che lei portasse in grembo un figlio di Carafa. Carlo, secondo certe fonti, dovettecompiere quell’omicidio per salvare la continuità del casato, e lo fece suo malgrado. Secondo altre fonti, Carlo era un diavolo tenuto al guinzaglio dalla sensualità di Maria, e ora che Maria quella sensualità la donava a qualcun altro, la sua furia doveva trovare uno sfogo nell’omicidio. Nacquero leggende su Carlo che tuttora esistono e si tramandano. Quel che è certo è che, compiuto il delitto, Carlo fuggì verso Gesualdo, vi trasferì la sua corte di musici e, ma questo non è poi così certo, fece disboscare la collina sopra la quale si arrocca il suo castello in modo da tenere sotto controllo le pianure sottostanti: temeva la voglia di vendetta della famiglia Carafa.

Così, chiuso nel suo castello, Carlo comincia a comporre. È un autodidatta, conosce perfettamente la scuola napoletana, suona la spinetta, il liuto, l’arciliuto e ha una profonda voce di basso. Si sposerà in seconde nozze con una ferrarese perché Ferrara, in quegli anni, è una delle capitali musicali d’Europa. La sua musica non è nuova, ed è cupa e complessa perfino per le orecchie più allenate: riprende la tradizione madrigalistica della sua terra e la porta allo spasimo, esagerando in cromatismi, scarti dalla norma, arditezze. Porta la musica del suo tempo in un secolo nuovo: è manierista, ma prende dal tardo rinascimento le strutture e, infestandole di suoni, le fa già quasi barocche. Carlo è qualcuno che, più o meno consapevolmente, traghetta la musica del suo tempo da un’epoca all’altra.

È un omicida ed è, allo stesso tempo, un creatore di bellezza: questo è l’argomento.

E poi ci sono streghe, amanti, lupi, cardinali, Torquato Tasso e Giordano Bruno, un pittore con uno squarcio sul volto, figli che nascono e figli che muoiono, bestie immonde (forse diaboliche, sicuramente disperate), nani che raccontano, uccellini di vetro, autopsie su giovani dissolute, duchi, musici, tappeti su cui si muovono pianeti che sono note musicali, balli sensuali e zoccoli di cavalli, dispense papali, unguenti, balsami e poculi amatori, chiese da edificare, medici chimisti, stampatori veneti e stampatori napoletani, secchie piene di frattaglie, gesuiti, frustini e scatti d’ira, saette e notti di Pasqua, processi e incatenamenti, cantori e cantatrici.

Circa tre secoli e mezzo più tardi, un uomo piccolo, parimenti ipocondriaco ma non schivo, anzi, mondano e vanitoso, e considerato, quasi senza possibilità di contestazione, come il più grande genio musicale del Novecento, scopre la musica di Gesualdo e vi si riconosce. Sono i primi anni Cinquanta, Igor’ Stravinskij ha più di settant’anni, gira il mondo, compone, beve, fuma, conta i denari, non ama gli Stati Uniti, dove vive da quasi vent’anni, ma non sembra rimpiangere la Russia (l’Unione sovietica, poi, figuriamoci) e nemmeno la Francia o la Svizzera. Pensa spesso a Venezia – Venezia è una sua ossessione e una tappa fissa dei suoi settembri. È ricco, è celebrato, eppure trova un padre musicale in un uxoricida vissuto secoli prima: si domanda, pertanto, come sia possibile che un uomo così brutale e così dionisiaco e spontaneo (quanto di più lontano ci sia da lui, che è un calcolatore) gli parli attraverso i secoli tanto da spingerlo a ricomporre le linee del sextus e del basso di tre madrigali che gli sono giunti privi di alcune voci.

A Napoli, un uomo bizzarro e innamorato del fuoco, affetto da alopecia e accompagnato da un piccolo cane nero e zoppo a cui piace la pizza, lo sprona a comprare un libro – una vita di Carlo Gesualdo che si presume sia stata scritta da un suo servitore fedele, Gioachino Ardytti, ma che forse è un apocrifo, un falso e una presa in giro: Stravinskij la acquista, la legge e leggendola la commenta, la reimmagina, scopre di essere figlio di Gesualdo e comincia a pensare di mettere in musica la musica di Gesualdo, vestendola di Novecento, poiché egli la sente istintivamente “sua”, la vede contemporanea nonostante sia stata scritta trecentocinquant’anni prima. L’idea che lo prende lo porterà a eseguire, a Venezia nel settembre del 1960, quel Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD annum che è la ricomposizione, per strumenti, di tre madrigali gesualdiani.

Questo è l’altro argomento: la composizione come ricomposizione, la scrittura come rapporto con il passato, la creazione come traduzione.

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E qui ci sono scimmie, foche, vulcani che eruttano, guerre mondiali, cagnetti zoppi e forse saggi, uomini-uccello, studiosi di musica rinascimentale, Aldous Huxley e Wystan Auden, Robert Craft, Vera Stravinskij, Charles-Ferdinad Ramuz e una certa Catherine, Dostoevskij seduto su un vecchio divano in una casa sul canale Krjukov, a Pietroburgo, la Biennale di Venezia, Londra e New York come impedimenti alla composizione, i colori che hanno le opere, armonie e disarmonie, soprani col singhiozzo, traduttrici italo-americane e infermiere odessite, contralti e mezzosoprani che imparano a cantare facendo «AWWWWWSSSSSH» e «AWWWWWARK».

Questo è, per sommi capi, ciò di cui Madrigale senza suono parla.

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Nella prima immagine: Carlo Gesualdo ritratto insieme allo zio Carlo Borromeo in Giovanni Balducci, Pala del perdono, 1609, olio su tela, chiesa di Santa Maria delle Grazie in Gesualdo (AV)
Nella seconda immagine: Igor’ Stravinskij, Anna con il piccolo Fëdor, un suonatore ucraino di 
gusli. Ustilug, Ucraina, 1909. Se vi interessa che cosa stanno facendo, leggete qui.

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