Il peso del legno – un estratto

Schermata 2018-05-02 alle 11.32.56Esce oggi, nella serie CroceVia di NNEditore – una collana in cui alcuni scrittori italiani non necessariamente credenti sono invitati a ragionare sulle parole fondamentali della cristianità -, il mio libro nuovo, Il peso del legno. È un saggio narrativo, se questa definizione ha senso e se hanno senso le definizioni. Ruota attorno alla parola “croce” e a quel simbolo che è insieme di condanna e di salvezza, di vergogna e di speranza, di redenzione e di colpa. È un saggio, dicevo, perché contiene riflessioni, cita teologi e filosofi, si pone le loro stesse domande; è narrativo, perché ragiona sull’idea di apocrifo, di riscrittura delle Scritture e, in un paio di occasioni, osa riscriverle; è autobiografico, perché qualcuno, a un certo punto, mi ha fatto capire che un libro in cui si parla del simbolo del dolore e del riscatto doveva necessariamente fare i conti con qualcosa di personale. Così, dopo qualche pagina, dico a mio padre una cosa che non gli ho mai detto.
È anche, credo, il libro di qualcuno che cerca Cristo e non lo trova, che legge le Scritture e non le accetta, non in toto per lo meno, che ascolta i predicatori e non li giustifica. È il libro di qualcuno che crede che il messaggio di Cristo sia magnifico e salvifico, ma allo stesso tempo insopportabile, impraticabile.
Si appoggia su tre grandi figure, tre grandi uomini su cui si è abbattuto il peso della missione di Cristo: Simone di Cirene, Giuda, il mio amatissimo Pilato.
Qui di seguito c’è un piccolo estratto, su Simone:

Ma Simone sarà pur arrivato in cima al colle, dove i tre stipites delle croci erano già conficcati nella terra e attendevano i condannati. Avrà forse indugiato un po’, con il patibulumsulle spalle, in attesa che i soldati gli indicassero, con un tono e una foga variabili a seconda di quale Vangelo prendiamo in considerazione, dove posare il legno. E poi? Sarà fuggito, ripercorrendo velocemente e al contrario la strada che porta dentro le mura di Gerusalemme? O sarà rimasto sul Golgota, per riprendere fiato e per guardare in volto l’uomo al quale aveva risparmiato, in quell’ora finale, l’ultima fatica? Avrà assistito – cosa che, del resto, probabilmente aveva già fatto molte volte in passato – al momento in cui i chiodi vengono piantati negli avambracci e nei calcagni dei condannati, del suo condannato? E Gesù, colui che in Luca aveva avuto la forza di lanciare, durante il viaggio verso la morte, un anatema, si sarà voltato a guardarlo prima che i soldati lo afferrassero e facessero quel che dovevano fare? Gli avrà detto, Gesù, trovando in sé una forza sovrumana che solo il Cristo di Giovanni può avere, un paradossale «Grazie»? O si sarà voltato, Simone, prima che Gesù potesse anche solo rivolgergli uno sguardo, perché non si guarda in volto chi sta per morire alla maniera dei maledetti, e perché, soprattutto, questo condannato è a sua volta capace di maledizioni, e l’aiuto che ha ricevuto è, in ultima analisi, un’azione che ha reso più veloce la salita e più vicino il momento della crocifissione? Eccoli lì, il libico strappato dal caso alle sue incombenze, e il nazareno condannato dagli uomini a una morte indecente. Forse non si guardano, non si dicono nulla (se così non fosse, del resto, qualcuno ne avrebbe scritto); però si sentono, si percepiscono. La salita al monte ha stabilito tra loro un legame di cui forse soltanto Gesù è consapevole, eppure sono convinto che, almeno in un certo senso, Simone senta che quel morituro gli appartiene in virtù del gesto che ha fatto per lui. In fondo non importa che il cirenaico sia rimasto sul monte a veder morire il suo condannato o che se ne sia tornato a casa: quando, tre ore più tardi, tutto si compie – e il cielo e la terra si fanno bui, e i veli si squarciano, e Gerusalemme comincia a capire che quell’uomo massacrato e solo era, forse, chi diceva di essere – Simone trova il coraggio di porsi apertamente una domanda che gli nuota nella bocca da quando ha visto i segni del flagello su quel corpo, e da quando ha udito la maledizione alle donne lungo la via: «Era davvero il figlio di Dio?» E poi, con un’angoscia che cresce fino a diventare insopportabile: «Sono io benedetto o maledetto, per averlo aiutato a salire in croce?»

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4 pensieri riguardo “Il peso del legno – un estratto

  1. Buongiorno Andrea. Anch’io mi chiamo Andrea e mi interessa molto il tuo libro “Il peso del legno”. Avrei un progetto per te: io sono un docente in un Liceo scientifico e vorrei chiederti se per il prossimo anno scolastico (2018-2019) saresti disponibile a venire nel mio Istituto a dialogare con i miei studenti sui contenuti del libro: sarebbe un incontro con l’autore.
    Grazie.
    Dammi una conferma che hai ricevuto. Ciao. Andrea

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