Ultimo domicilio conosciuto – introduzione

Pubblico qui il testo che ho scritto come introduzione alla raccolta di racconti Ultimo domicilio conosciuto, che ho curato e che è arrivata in libreria per i tipi di Morellini.

«E poi vi riguarda: vedrete che vi riguarda.»
Jonathan Littell, Le Benevole

Fin da quando ero piccolo, per qualche motivo che non so, la parola “Norimberga” mi fa paura. Badate: la parola italiana Norimberga, non il nome originale, che è Nürnberg e che non mi fa nessun effetto. Alcune estati fa, dopo molti anni in cui continuamente rinviavo il viaggio e in seguito a certe letture, ci sono andato: era, in un certo senso, anche un modo per mettermi alla prova. Il nome di Norimberga mi inquietava e mi inquieta per via di quel suono lugubre, che chiama subito alla mente la Vergine e certe spaventose pratiche medievali; Norimberga è anche il luogo, però, dove si trova la Unschlittplatz, la piazza del Sego, che è dove nel 1828 fu ritrovato Kaspar Hauser – uno dei miti fondativi dell’unità europea; ma è anche, e per certi versi soprattutto, uno dei luoghi dell’immaginario nazista. Giravo per la città alla ricerca di posti che avessero a che fare con la memoria di quel dodicennio, visitai la sede del Tribunale – dove c’è un museo e l’aula dove si tenne il Processo, ancora attiva e in certi momenti dell’anno aperta al pubblico benché modificata rispetto al 1945/46 – lo Zeppelinfeld, il Campo di Marte e l’impressionante architettura di tutta l’area dei raduni. È un luogo di sintesi, Norimberga: c’è il nostro Medioevo, c’è Kaspar, c’è Hitler; è stata a lungo la capitale dell’industria del giocattolo e dell’ingegneria ferroviaria tedesche.

Così forse non è un caso che sia stato proprio lì, in quella città dal nome spaventoso e così gravida di Europa, che ho inciampato per la prima volta in un Stolperstein, una pietra d’inciampo. Ci sono inciampato davvero, non è retorica: la pietra veniva fuori dal suolo di qualche millimetro, e lì è andata a sbattere la punta della mia scarpa. Gunter Demnig ne sarebbe contento. Avevo allora un’idea vaga di cosa fossero le pietre d’inciampo: ne avevo letto distrattamente da qualche parte, ma dopo essere incappato in una di esse le cose sono cambiate. Ho cominciato a camminare per la Germania guardando per terra: ho visto pietre a Bamberga, a Lubecca, a Colonia, ad Amburgo; e poi a Bolzano, durante il viaggio di ritorno verso Bologna. Tornato in Italia, mi sono messo a cercarle: ce ne sono moltissime a Roma, a Torino, a Venezia, perfino a Milano – tutti luoghi dove vado abbastanza di frequente e dove, quando ho tempo, cerco le pietre.

ultimo-domicilio-conosciuto-515589Le pietre d’inciampo sono dei sampietrini d’ottone che dalla metà degli anni Novanta l’artista tedesco Gunter Demnig impianta nel selciato delle città dell’Europa. Da oltre vent’anni, Demnig si sposta per il Vecchio continente, taglia un pezzo di marciapiede e vi inserisce questo piccolo monumento che porta inciso un nome e un cognome, un luogo e una data di nascita, un luogo e una data di morte (se sono noti): sono i dati nudi in cui è racchiusa la vita di qualcuno che è stato deportato in un campo di concentramento nazista. Demnig ha cominciato impiantando pietre dedicate a rom e sinti e, subito dopo, agli ebrei, ma adesso le categorie si sono ampliate, e racchiudono per esempio anche gli internati militari – ovvero quei soldati che si ribellarono al fascismo che pure avevano servito, e che per questo furono puniti con la deportazione. Deming non mette le sue pietre nelle piazze o in luoghi deputati alla celebrazione e alla memoria: le mette in corrispondenza dei portoni – dell’ultimo domicilio conosciuto del deportato. Così, capita di citofonare a qualcuno e di posare il piede sulla memoria della deportazione: so che questa cosa, in alcune città, soprattutto in Germania, ha creato dei problemi per questioni di privacy e anche perché, in un’epoca dove l’antisemitismo è di nuovo in crescita, di fatto, le pietre segnalano dove vivevano famiglie ebraiche e dove, a volte, vivono ancora i loro discendenti.

La cosa grandiosa di questo progetto di memoria diffusa è che costringe a ricordare. Non si propone, come fanno ad esempio i musei dedicati all’Olocausto, come luogo di conservazione di documenti, dati, immagini, testimonianze; entra invece nella vita normale delle persone, anche di coloro che rifiutano di pensare a ciò che è stato. Al museo ci devi andare; su una pietra ci capiti. La pietra costringe a ricordare, è un monito e una memoria, e rende spaventosamente vicino, quotidiano, un fatto come la guerra, la deportazione, l’orrore che è stato, e che spesso rischiamo di archiviare come qualcosa di passato, concluso e che non ci riguarda. Invece, dicono le pietre, la morte di queste persone e il loro dolore hanno a che vedere con le nostre vite, e ci riguardano proprio in virtù del fatto che abitavano dove adesso c’è il panettiere, o dove si è appena trasferita la famiglia del compagno d’asilo di nostro figlio. Lì, dove compriamo il pane o scambiamo due chiacchiere, una settantina di anni fa qualcuno è stato prelevato per essere portato ad Auschwitz.

Ci ho messo del tempo a capirlo, ma il progetto degli Stolpersteine, benché non abbia nulla di scritto né di dichiaratamente letterario, è qualcosa che ha a che fare con la letteratura. Credo che Demnig faccia, con le sue pietre, ciò che da più di mezzo secolo (ma mi verrebbe da dire da sempre) fanno gli scrittori più grandi: egli usa cioè una forma d’arte per testimoniare l’esistenza di qualcuno e di qualcosa: questo qualcuno è la vittima, ma è anche il carnefice; questo qualcosa è il dolore, la guerra, la paura, l’orrore, l’omertà. C’è un romanzo più o meno grande, ma sempre tragico, dietro ciascun nome e cognome inciso su una pietra d’inciampo. C’è, e anche qui siamo in pieno nel campo della letteratura, l’idea che le vittime escano finalmente dall’anonimato: questi uomini, queste donne, questi bambini su cui si è abbattuta la Storia hanno avuto un nome e un cognome, un indirizzo e una vicenda particolare; le pietre glieli restituiscono, rendendoli emblemi di ciò che è stato.

Gli autori di questo piccolo libro fanno con la parola ciò che Demnig fa con l’ottone e gli scalpelli: riportano in vita qualcuno, tirandolo fuori dall’enorme catino della Storia e mettendocelo davanti agli occhi. Quando gli amici della Bottega Finzioni di Bologna mi hanno proposto di tenere un corso non ho avuto dubbi: avrei fatto qualcosa sulle pietre d’inciampo. A Bologna c’è un piccolo ghetto e c’è ancora una sinagoga: ma la presenza ebraica in città non è molto cospicua, e non ci sono pietre d’inciampo benché non ci siano dubbi sul fatto che la catastrofe della Seconda guerra mondiale si sia abbattuta anche qui. Il luogo più vicino dove trovarne è Reggio Emilia e i suoi dintorni. Così ho provato a capire a quale Istituto avrei potuto appoggiarmi per recuperare delle informazioni sui deportati di Reggio: Demnig non fa ricerche proprie, ma viene contattato da associazioni di sopravvissuti, Istituti e Archivi storici, Comuni e altre istituzioni che gli segnalano i nominativi di persone che hanno subito la deportazione; verificata l’attendibilità delle fonti, Demnig prepara, in Germania, le pietre e poi le va a posare personalmente. L’Istituto reggiano che aveva contattato l’artista tedesco è l’Istoreco – l’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea. Li ho chiamati, sono andato a trovarli, e ho scoperto che nei loro archivi sono depositati i documenti e le storie dei deportati di Reggio, Correggio, Cadelbosco, Guastalla e Castelnovo ne’ Monti: ci sono ebrei e internati militari (I.M.I.), per un totale, al momento, di 35 pietre di cui circa la metà nella sola Reggio Emilia.

A ciascuno degli allievi del corso è stata affidata una pietra – vale a dire una persona – e il compito di trovare il modo di raccontare la sua storia. Ciascun allievo è partito dalle carte, anzi: a lungo l’ordine è stato quello di non scrivere, ma di fare ricerca, di entrare in contatto con la vita e il mondo della persona di cui era affidatario. Ogni momento chiave, ogni passaggio biografico contenuto in questi racconti è dimostrabile tramite i carteggi, i dispacci, i libri, gli incontri con testimoni o discendenti che, per mesi, gli autori di questo libro hanno condotto spesso con difficoltà, ma sempre con l’idea di ridare, attraverso la letteratura, una nuova vita a chi l’ha perduta.

Ci sono, in questo libro, storie di persone sole e storie famigliari, storie di ebrei e di militari, storie di collaborazionisti e di bambini; ci sono storie crude, altre che hanno toni più elegiaci o buffi (sì, si può fare su questi temi anche una letteratura che, all’apparenza, è leggera); ci sono storie raccontate dal punto di vista della vittima o di chi le stava accanto; ma la grande distinzione che abbiamo fatto durante il lavoro è metaletteraria: in questo libro troverete storie di pura finzione e storie, invece, di non-fiction, dove l’autore è sulla scena e racconta il suo percorso di avvicinamento al personaggio. In un caso, poi, si sfocia quasi nel saggismo. Le storie di fiction stanno ai poli opposti: ha potuto costruire un’immaginazione chi aveva pochissime notizie e chi ne aveva troppe; nei casi dove si citano esplicitamente (o si mettono addirittura in scena) dei testimoni o dei parenti, è stata chiesta l’autorizzazione a farlo.

Non voglio fare nomi, questa è un’introduzione generale sui motivi e i temi della raccolta, però da coordinatore e, prima ancora, da autore, mi sento di dover dire alcune cose: anzitutto, il lettore troverà qui dentro alcune voci sorprendenti. Sono due le soddisfazioni possibili per chi insegna scrittura, e almeno una è paradossale: è quando un allievo viene a dirti che, grazie al corso, ha capito che la scrittura non è nel suo orizzonte. Sembra una sconfitta per tutti e invece non lo è: la scrittura è un percorso, a volte un’ossessione, e scoprire di non volerla praticare significa comunque aver fatto un passo in avanti nella conoscenza di sé e del tipo di contribuito che ciascuno di noi può dare al mondo. È quasi superfluo, invece, dire quale sia la seconda soddisfazione: è la scoperta del talento e della voce. Nelle pagine che seguono, qualcuno ha entrambe le cose.

Mario Sguazzini, Dante Padoa, Gino Benatti, Ida Liuzzi, Ilma Rietti, Claudio e Gilda Sinigaglia, Beatrice Ravà, Bice, Olga e Ada, le tre sorelle Corinaldi, la famiglia Melli, composta da Benedetto, Lina Jacchia e Giorgio: queste sono le persone i cui nomi sono sulle pietre e le cui storie compongono il libro che segue; attorno a loro gira un piccolo universo fatto di personaggi reali a cui gli autori hanno conferito dignità letteraria, e di personaggi immaginari che hanno dato una mano a ricostruire delle vicende e a colmare i vuoti di documentazione. Questi racconti non li riporteranno in vita e non colmeranno l’abisso di dolore che è stata la loro morte: però, ecco, sono un’altra piccola pietra dove il lettore, se lo vorrà, potrà inciampare per farli riemergere dal buco nero della Storia in cui si erano perduti.

 

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4 pensieri riguardo “Ultimo domicilio conosciuto – introduzione

  1. Comprato il libro e letto. Perché? Per due motivi principali: l’argomento (anche nella mia città ci sono le pietre d’inciampo, esisteva e ancora esiste una grande comunità ebraica. Leggi Livornine del 1590), la curiosità di vedere cosa producono altre persone che – come me – si sono messe in gioco in un laboratorio di scrittura. Ci sarebbe anche il curatore, che ho conosciuto con il libro Il demone a Beslan e apprezzato molto.
    Sono rimasta così soddisfatta dalla lettura, che ho deciso, un po’ a malincuore, di prestarlo perché non mi sembra giusto resti su uno scaffale a prendere polvere. Complimenti a tutti gli autori, ma proprio a tutti, non solo per dire.

  2. Grazie per l’idea è la realizzazione di questo libro. Penso che divulgarlo tra i ragazzi possa essere un modo per avvicinare alla Storia giovani che sono immersi totalmente nel presente- fino a perdersi nella rincorsa dell’emozione di un attimo- E questo è un passo nella responsabilità educativa e civica.

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