Su Malaparte

Sull’Indice di questo mese partecipo a uno speciale su Curzio Malaparte. Con me ci sono Marino Biondi, che fa una mappa degli studi pubblicati sull’autore di Kaputt, e Giorgio Pinotti, intervistato da Beatrice Manetti.
Questo è il mio pezzo:

Nel 1997, W.G. Sebald tenne a Zurigo un ciclo di conferenze sul tema Guerra aerea e letteratura (in Italia sono state raccolte nel volume Storia naturale della distruzione, edito da Adelphi nel 2004), il cui argomento fondamentale era, oltre alla definizione della poetica dell’autore, una sorta di rimozione che secondo Sebald aveva colpito gli scrittori tedeschi soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale: vale a dire che fino al 1950 gli autori tedeschi produssero opere nate «da una coscienza falsa e dimidiata, intesa a consolidare la posizione affatto precaria di chi scrive in una società caduta irrimediabilmente in discredito sul piano morale». E ancora: «Per la stragrande maggioranza dei letterati rimasti in Germania […] fu molto più urgente ridefinire la propria immagine anziché raffigurare il mondo reale che stava loro intorno». Secondo Sebald, la letteratura tedesca di quegli anni, di fronte alla distruzione sia fisica che morale della Germania, voltò lo sguardo dall’altra parte. Le città erano state rase al suolo, il popolo tedesco aveva subito delle perdite inimmaginabili ma, ecco, si trattava di un popolo colpevole: dunque la sua distruzione passò quasi sotto silenzio, si pensò che non fosse morale occuparsi della tragedia che la gente comune aveva vissuto. In seguito a questi interventi, a Sebald non furono risparmiati attacchi né critiche, come sempre avviene a chi punta il dito su qualcosa di rimosso.

Eppure questo tema della rimozione, del rifiuto di guardare negli occhi lo sfacelo (e dunque questa incapacità di farsi testimoni) non è un tema soltanto tedesco. Quando nel 1949, finalmente, Curzio Malaparte riuscì a mandare in stampa La pelle, un giovane Giovanni Spadolini, che allora lavorava per Il Messaggero, scrisse: «All’Italia di oggi è mancata una vera e propria “letteratura della disfatta”… Nel gran pullulare di memoriali, di confessioni e di difese, utili o inutili, avare o generose, è sembrato quasi che i nostri scrittori avessero ritegno o paura ad ispirarsi ai fatti e ai fenomeni della vita collettiva degli anni della sconfitta e dell’invasione. Tanto più degno di rilievo appare quindi l’ultimo libro di Curzio Malaparte La pelle… dove rivive un mondo, una società, un costume, magari deformati o esasperati nei particolari, ma veri nell’essenziale». Traggo questa citazione dalla Nota al testo che Caterina Guagni e Giorgio Pinotti hanno scritto in appendice all’edizione Adelphi del romanzo (2010), e che traccia la storia editoriale, e umana, del manoscritto di quello che, insieme al suo gemello “europeo” Kaputt, è uno dei più straordinari momenti della letteratura italiana del Novecento e un documento stravolto della rovina di un mondo, il nostro.

Cinque anni prima, a Napoli, Malaparte aveva mandato in stampa rocambolescamente la prima, e per lui insoddisfacente dal punto di vista editoriale, edizione di Kaputt. In quel libro, un personaggio che si chiama Curzio Malaparte, corrispondente di guerra e uomo coltissimo, capace di cinismo e di commozione, vaga per l’Europa di fronte in fronte, tocca la Scandinavia, la Serbia, la Romania, l’Unione sovietica, l’Italia, l’Ucraina, frequenta ambasciatori, principesse e gerarchi nazisti con l’aria dell’uomo di mondo; parla con loro di politica, si lascia trascinare in balli, feste, cene sotto i bombardamenti; frequenta anche soldati e puttane, entra ed esce dai ghetti in fiamme: in una parola, attraversa un’Europa appestata dalla guerra e registra storie, impressioni, vicende umane e disumane. La pelle comincia dove Kaputt finiva: in Italia. L’ultimo, straordinario capitolo di Kaputt era ambientato a Roma, alla corte di Galeazzo Ciano, La pelle è tutta dentro una Napoli in fiamme, attraversata da soldati americani e dalla fame. Dunque, Kaputt l’Europa, La pelle l’Italia – nella sua città maggiormente ferita.

Costruiti su episodi, racconti, apologhi tenuti insieme dagli spostamenti del narratore – che è di fatto un occhio che registra e riporta –, i due romanzi sono quanto di più eccentrico, smargiasso e radicale si possa leggere, ancora oggi, nella letteratura di guerra. Con una lingua elegante, Malaparte racconta di ceste piene di occhi umani, bambini napoletani venduti ai soldati, cavalli imprigionati nel ghiaccio, sirene (o bambine?) servite come portata principale in casa dei generali. Accusato di estetismo, di pornografia, messo all’Indice dalla Chiesa cattolica, moralmente bandito dal Comune di Napoli nel 1950, Malaparte è senza dubbio una delle cose più grandi che abbiano attraversato la letteratura italiana: egli allestisce allegorie e tragedie classiche laddove gli altri fanno reportage. Capì, e non furono in molti a capirlo, che tutto l’orrore e la crudeltà e il disastro che era stata la guerra non avevano precedenti, e che dunque dovevano essere scritti in un modo che non aveva precedenti. Così, abbandonò il realismo e fece dell’esasperazione, dell’immaginazione e dell’orrore sbattuto violentemente in faccia il marchio di fabbrica dei suoi romanzi. Egli capì che esiste, di ogni fatto, una realtà per così dire oggettuale, concreta, e una realtà invece profonda, che può essere compresa e trasmessa soltanto attraverso la trasfigurazione: la guerra appartiene a questo secondo tipo di realtà, ed egli decise di affondare dentro questo orrore senza paura della morbosità e di guardare in faccia la crudeltà.

Certo, egli non è un testimone puro, nella misura in cui egli non racconta ciò che vede; egli semmai dice gli effetti di ciò che vede, immagina, perché solo con l’immaginazione l’orrore può essere davvero restituito. Si mette in un mondo stravolto e lo racconta in modo stravolto. Così, la Napoli del ’44, sommersa tra l’altro da un’eruzione del Vesuvio è, prima che una città, un girone dantesco dove niente di ciò che accade è reale, ma tutto quel che vi capita è così finto da essere vero. Come faccio, si deve essere chiesto Malaparte, a far capire la disperazione dei bambini di Napoli, la cui infanzia è scandita dalle bombe? Come faccio a far capire l’angoscia dei loro genitori? Racconto che, sotto i bombardamenti, i padri e le madri ingannano i figli, dicendo loro che gli aerei della RAF sganciano giocattoli e dolci anziché bombe. Non è vero, ma esiste un livello della letteratura che ha a che fare con la verità anche se racconta menzogne: è lì, in quell’intercapedine, in quello spazio dove ha trovato posto chi che è sceso in carne e ossa all’Inferno, chi ha venduto l’anima al diavolo, chi ha ucciso perché si sentiva un Napoleone e chi, svegliandosi da sogni inquieti, si è ritrovato trasformato in un enorme insetto, che si muovono i personaggi sonnambolici e violenti di Malaparte. È solo guardando negli occhi queste allegorie su due gambe che Malaparte riesce a provare, e a farci provare, dolore e compassione.

Non so se W.G. Sebald abbia letto Malaparte. Di sicuro, non lo cita nella sua Storia naturale della distruzione: mi pare però che la parabola di Malaparte sia una risposta eloquente al bisogno di cui parlava Sebald – al ruolo che deve o può avere la letteratura. In Kaputt, come nella Pelle, Malaparte ha preso il rimosso e ha deciso di affrontarlo, di esasperarlo e di mettercelo davanti agli occhi. Chissà che cosa si sarebbero detti, se si fossero incontrati, questi due grandi così apparentemente lontani tra loro eppure così vicini nel loro bisogno più intimo.

 

 

 

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