Tre frammenti sull’infinito

(per Mario García Torres)

Si apre domani, alla Galleria Franco Noero di Torino, una mostra dell’artista messicano Mario García Torres. Qualche tempo fa, Mario ha chiesto a me e, credo, ad altri scrittori italiani di immaginare un pezzo sul concetto di non-finito, di non-concluso, a partire dalla vicenda che ruota attorno a Untitled (Red Square), opera che David Hockney lasciò misteriosamente incompiuta (?) nel 1964.

Quello che ho scritto fa parte di una piccola pubblicazione correlata alla mostra. Il pezzo che segue è un frammento del mio contributo.

I quattro Prigioni di Michelangelo conservati alla Galleria Accademia di Firenze sono schiavi due volte: lo sono in quanto schiavi; ma lo sono soprattutto per via della pietra dentro cui sono imprigionati: lottano da cinque secoli per liberarsene, ma lo fanno invano e per questo, credo, odiano il loro artefice. Michelangelo li ha lasciati lì, abbozzati, costretti dentro un involucro di marmo che è la loro prigione e la loro condanna eterna.

Guardo lo Schiavo giovane, con quella sua testa ancora impastata di pietra informe, i piedi infissi nel marmo, non ancora formati come se non fosse un giovane, ma un feto ancora non sviluppato; poi lo Schiavo barbuto, che da centinaia di anni combatte per liberare quel braccio che Michelangelo gli ha lasciato attaccato alla testa; poi l’Atlante senza testa, e penso che, in fondo, tra tutti i suoi compagni egli è quello nella situazione migliore: non ha la testa, appunto, dunque non pensa, non sa di essere sigillato nella pietra in eterno, e quel suo movimento feroce, con il braccio sinistro che sembra voler staccare il blocco di pietra dalle spalle, forse non è che una posa, una civetteria rinascimentale; più di tutti, mi commuove lo Schiavo che si desta, perché egli è chiuso in quel momento che sta tra la veglia e il sonno, e forse è ancora inconsapevole della propria prigionia: si sente costretto dentro la pietra, ma non ha ancora aperto gli occhi, non ha del tutto coscienza della condanna terribile che Michelangelo gli ha inflitto. C’è in lui, forse, ancora una speranza: quella che, una volta destatosi completamente, potrà togliersi con un gesto la coperta di marmo dentro cui riposa.

Mi chiedo se Michelangelo fosse consapevole, quando abbandonò queste quattro figure al loro destino, dell’odio che si sarebbe scatenato in loro nei suoi confronti. Mi chiedo cosa egli pensasse dei suoi quattro schiavi, con quale spirito si mise al cimento e con quale spirito lasciò il lavoro a metà. Mi chiedo se lui, guardandoli come io li guardo, provò per loro la stessa pena che io provo, lo stesso senso di claustrofobia e di rivolta tradita. Ma poi mi dico che, forse, questi quattro schiavi non sono finiti soltanto per noi che li guardiamo, mentre lo sono, e pienamente, per Michelangelo: sono incompiuti nella pietra ma compiuti nel concetto. Essi non sono finiti perché il non-finito è l’unico modo con cui la scultura, la più materica delle arti, può congiungersi con l’infinito. Guardo il David che sta vicino ai Prigioni e mi dico che è grandioso, e perfetto: ma comunica soltanto ciò che è, mentre nelle carni dei quattro schiavi c’è un’idea di ribellione, una tensione verso la libertà e l’assoluto che guarda direttamente a Dio. Michelangelo mette l’infinito nel finito di un’arte che è chiusa dentro i suoi materiali: dove iniziano i piedi dello Schiavo giovane? E che cosa c’è nello sguardo dell’Atlante? Non lo sapremo mai, ed è per questo che dentro quelle forme non formate c’è un oltre, un infinito.

Allora forse, penso, i quattro Prigioni non odiano Michelangelo, ma accettano la sofferenza eterna che egli ha imposto loro e lo ringraziano: «Noi siamo pietra» dicono, «ma tu ci hai messo direttamente in contatto con Dio».

[…]

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