Uscire da Dunkirk

Il tema reale di Dunkirk, quello che Christopher Nolan non è riuscito a sviluppare, è questo: abbandonati dal governo inglese, migliaia di militari, immobilizzati su una spiaggia nel nord della Francia durante la Seconda guerra mondiale, vengono salvati dalla gente comune. Vale a dire: ciò che sta nel cuore dell’opera è, o dovrebbe essere, una forma radicale di patriottismo, ma anche il fallimento di un impero, quello inglese, che non sa e non vuole salvare i suoi soldati. Invece Nolan (che piace a sinistra ma è di destra, basta vedere come tratta Occupy Wall Street nell’ultimo Batman) è ambiguo: non vuole affondare il colpo. Dunque non fa un film totalmente “privato”, incentrato sulla gente comune che da Dover, da Deal, da Folkestone, da Walmer parte a rischio della sua stessa vita per salvare degli sconosciuti che parlano la sua stessa lingua, e nemmeno un film completamente collettivo, incentrato sul dramma comune dei soldati. Sta a metà, come se non sapesse decidersi: sceglie 4 storie-simbolo (di cui solo una sviluppa appieno il tema centrale, ma lo fa con un profilo basso, senza l’ombra di una critica a Churchill – anzi: il finale, con la lettura dell’articolo ultra-patriottico, oltre a essere retorico e sciocco, sembra far crollare i dubbi sul governo che pure uno spettatore accorto si è posto) e le segue: una storia è in aria, una è in terra, sul molo, una è in acqua, un’altra, quella principale, si divide tra acqua e terra. Su tutte, c’è il fuoco dei bombardamenti, molti dei quali – parlo soprattuto della battaglia aerea di Tom Hardy – sembrano, da una parte, un videogioco, mentre, dall’altra, hanno qualcosa di comico, di ridicolo: salta fuori, a un certo punto, che, in tutta la Manica, c’è un solo bombardiere inglese.

Ma la cosa che veramente mi stupisce è l’assoluta assenza di personaggi: di Dunkirk (che, visivamente, è molto bello) ci si ricordano azioni, bombardamenti, battaglie, tentativi di fuga falliti, ma non i personaggi, i loro sentimenti, le loro reali paure. Tutti sono marionette al servizio di una narrazione. Non parlano, o parlano poco e, quando lo fanno, è soltanto per spiegare allo spettatore la scena che ha appena visto o quella che vedrà (il campione di questo atteggiamento è il comandante interpretato da Kenneth Branagh). Questo è il problema fondamentale di tutti i film di Nolan: i dialoghi sono programmaticamente costruiti non per creare personaggi o atmosfere, ma per spiegare allo spettatore ciò che vede: vale a dire che la gran parte delle battute sta fuori dal film, come se i personaggi, dopo un’azione, venissero a sedersi in sala e si rivolgessero allo spettatore dicendogli: «Vedi? Tu hai appena visto questo inseguimento aereo. Il motivo per cui questi aerei si inseguono è…»; oppure «Vedi? Questo soldato non ha ancora detto una parola. Il motivo per cui abbiamo deciso di fare così è che…» e così via. Ogni film di Nolan, e Dunkirk non fa eccezione, è costruito sullo schema azione spettacolare/scena tranquilla di dialogo che la motiva o motiva la successiva/azione spettacolare: questo può essere tollerabile in un film di supereroi, che è puro entertainment, ma fa difetto in un film storico, o perfino in un film come Inception dove, dopo ogni sogno, viene inserito un momento didascalico in cui si fornisce una chiave, prendendo di peso lo spettatore e portandolo fuori dall’atmosfera rarefatta delle parti oniriche. «Ecco» si dice lo spettatore, «non ho capito bene ciò che è accaduto, a quale livello del sogno siamo, ma tanto tra poco arriverà uno dei personaggi e me lo spiegherà». Da un film di Nolan si esce di continuo.

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2 pensieri riguardo “Uscire da Dunkirk

  1. Andrea, sono assolutamente d’accordo con la tua critica; alla fine quel film è poco più di un contenitore di effetti, visivi e SONORI!!!! Molta claustrofobia, poca Storia, personaggi tagliati con la scure, parecchia banalità. Peccato, l’episodio storico avrebbe meritato un migliore trattamento.
    Saluti. Duccio

    1. Non l’ho capito perché ha deciso di fare un film così. Non ho capito cosa voleva dire? Voleva fare un film corale? Se è così, non basta mettere tante storie e far star zitti i personaggi per fare un film corale.

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