Tre delitti rituali, di Marcel Jouhandeau

Tre delitti orribili, efferati, immorali (ma: esiste un delitto morale? Quello della vittima che uccide finalmente il suo carnefice? Il deportato di Auschwitz che si ribella al gerarca che lo tormenta e si fa giustizia?) sono il motore di questo piccolo libro atroce, pensato e costruito però come un’operetta morale: una madre, probabilmente succuba dell’amante più colto e perverso, immola sull’altare del loro amore la figlia di due anni, annegandola in un catino di zinco per dare una prova d’amore; una donna, sollecitata dall’amante medico, ne uccide la moglie con un coltello mentre il medico, sdraiato accanto alla vittima, le sussurra finte parole d’amore; infine un prete cattolico uccide a bruciapelo la propria amante, le apre la pancia, ne estrae il feto di otto mesi di cui è padre, lo battezza, lo uccide, lo sfigura affinché nessuno si accorga che gli somiglia.

Sono tre casi veri, realmente accaduti nella Francia degli anni Cinquanta, tre processi spettacolo che Marcel Jouhandeau, scrittore cattolico innamorato dell’eccesso, seguì e su cui volle riflettere, raccogliendoli in un unico libro. Tutti e tre questi delitti hanno in comune, oltre all’efferatezza e all’abiezione, una certa ritualità: è un sacrificio quello che la madre compie sulla figlioletta; i due amanti costruiscono una pantomima sacrificale contro la moglie: l’amante si presenta accanto al letto completamente nuda, coperta da un mantello e con ai piedi delle scarpe con lunghi tacchi, e colpisce esattamente il cuore della rivale; il prete che concede all’amante l’assoluzione prima di spararle e battezza, cioè rende cristiano, il figlio prima di accoltellarlo: egli è un assassino, ma non smette di essere prete.

Desnoyers

Guy Desnoyers, il parroco di Uruffe che uccise l’amante e il feto che portava in grembo.

Ma come racconta, Jouhandeau, queste cose terribili di cui è in qualche modo testimone? Quasi non le racconta: le informazioni sulle modalità dei delitti – salvo che nel caso del prete, in cui Jouhandeau riprende pezzi dell’istruttoria, ma usando comunque il minor numero di parole possibile – sono sullo sfondo, devono essere ricavate da brani in cui si parla d’altro. Perché? Sicuramente perché, per i francesi, questi delitti sono per così dire un patrimonio comune, e nessuno, Oltralpe, ha bisogno di uno scrittore che gli rinfreschi la memoria sui fatti. Ma poi perché ciò che interessa davvero a Jouhandeau, mi sembra, è appunto l’aspetto morale del delitto (e nella parola morale, o nel suo contrario, sta racchiuso, mi pare, anche il concetto di ritualità): egli vuole riflettere sul male e sulla giustizia, perciò lascia la cronaca agli altri. Questo è evidente soprattutto nella vicenda del prete, e nel fatto, con cui Jouhandeau fatica a scendere a patti, che egli sia rimasto prete anche nella follia del suo gesto e nonostante, come scrive Jouhandeau, «il suo senso morale non è solo ottenebrato, ma completamente annientato».
Vorrei fermarmi solo qualche riga su due momenti particolari del racconto del delitto del prete. Il primo: quando il prete estrae il feto dal ventre dell’amante morta, il feto è vivo, ma non solo: ha gli occhi aperti, lo guarda, guarda suo padre prima che questi lo battezzi e l’uccida. È un momento terribile: la vittima guarda il carnefice e guardandolo lo giudica, lo condanna.
Il secondo: durante il processo, il giudice chiede all’imputato se non ha pensato ad altre soluzioni per evitare lo scandalo: «Anche il suicidio: le è mai balenata questa idea?»
«Ah, no! Suicidarmi? Mai!» risponde, senza esitazioni, il prete.
Questa risposta turba Jouhandeau, che si domanda come sia possibile che un uomo, per di più un prete, preferisca un doppio omicidio al suicidio. La risposta, forse, sta nell’egoismo e nella paura, ma anche, paradossalmente, in una fede incrollabile: l’omicida può sempre incorrere nel pentimento, nel perdono cristiano; le sue sofferenza in carcere, o ai lavori forzati, o perfino sul patibolo, in qualche modo lo riscatteranno e lo renderanno pulito davanti a Dio. Il suicida è semplicemente qualcuno che si condanna in eterno, per il quale non ci può essere pentimento né redenzione. È questa la cosa terribile che serpeggia nel libro di Jouhandeau: per la dottrina cattolica sembra essere preferibile uccidere qualcuno che se stessi.

 

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