Il budello di pietra

Nelle prigioni del castello di Ferrara. Si possono visitare, in tutto, tre celle, benché credo che definirle “celle” sia piuttosto riduttivo. A due di queste si accede percorrendo i corridoi sotterranei, dove, nonostante la giornata sia ventilata e, tutto sommato, non insopportabilmente calda, si viene travolti da una spaventosa cappa di umidità, che opprime da subito. Le porte delle celle sono basse, per entrare bisogna inchinarsi (penso al valore simbolico di questo inchino: il prigioniero si genuflette per entrare nella sua prigione; ma anche la guardia, se vuole entrare o deve portare il cibo, si deve genuflettere: così, ogni persona che entra nella cella, in qualche modo, deve inchinarsi al prigioniero); ma l’inchino non è sufficiente, perché, prima di arrivare all’ambiente della cella, c’è un piccolo corridoio, lungo circa un metro e mezzo e alto all’incirca allo stesso modo: un budello di pietra in cui per l’umido, il caldo, e la consapevolezza di dove ci si trova, comincia a mancare il fiato, si suda.
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Le celle dei sotterranei sono ambienti piccoli, bui, delle tombe smisuratamente grandi che prendono la luce da una feritoia che non dà sull’esterno, ma sul corridoio dove, immagino, transitavano le guardie. Non riesco a immaginare quale angoscia e dolore e spavento devono aver provato coloro che, colpevoli o no, ci hanno passato anche una sola notte.

Al pian terreno, la grande cella riservata ai detenuti di alto lignaggio ha una volta dove non solo si può stare in piedi (anche nelle celle dei sotterranei si sta in piedi, ma si sfiora il soffitto con i capelli), ma in cui lo sguardo addirittura si perde. Vi si entra per un budello in tutto e per tutto simile a quello delle celle di sotto, ma qui è meno umido, i muri sono chiari, la finestra che dà sul corridoio è ampia, benché abbia una fitta serie di inferriate. È sorprendentemente vicina alle grandi cucine dove i cuochi estensi preparavano i loro smisurati banchetti. Sono sicuro che l’odore del cibo e delle delizie arrivava ai prigionieri; ma sono altrettanto sicuro che i cuochi cucinavano con la consapevolezza che, a cinque metri da loro, degli uomini languivano dentro la sacca della cella. Sulle pareti, anche piuttosto in alto, ci sono delle scritte che mi sono incomprensibili. Una didascalia sostiene che siano state tracciate dai prigionieri durante la cattività. Altri luoghi, altre celle dove ho visto delle scritte di prigionieri: il carcere delle SS a Colonia, il carcere della D2 a Cordoba, in Argentina. Fino a stamattina (chissà perché, poi, visto che ho letto Stendhal) ero convinto che la pratica di scrivere sui muri della propria prigione fosse nata nel Novecento.

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